24/05/2026
Quando si parla di adozione di bambini molto piccoli, si sente spesso dire che sia “più facile”.
Più facile per i genitori adottivi.
Più facile per il bambino.
Come se, essendo così piccolo, non potesse aver sentito davvero ciò che è accaduto.
Come se l’assenza di ricordi chiari coincidesse con l’assenza di esperienza.
Ma non è così.
In psicologia, questo si può comprendere anche attraverso il concetto di memoria implicita: una forma di memoria precoce che non si conserva come ricordo chiaro, con immagini, parole e una storia da raccontare, ma come traccia nel corpo, nelle emozioni, nelle reazioni automatiche e nel modo di vivere i legami.
Un bambino molto piccolo può non avere una memoria narrativa, cioè non poter ricordare e raccontare ciò che ha vissuto.
Questo, però, non significa che non abbia vissuto una separazione, una rottura, una perdita.
Le esperienze molto precoci possono lasciare tracce profonde anche prima che esistano parole per nominarle.
Tracce nel corpo, nel sistema emotivo, nel modo in cui si cerca vicinanza, si percepisce la distanza, si vive la sicurezza o il rischio di perderla.
Per questo, essere adottati molto piccoli non significa “non ricordare niente”.
Significa, piuttosto, che ciò che è stato vissuto può non essere ricordato in modo chiaro e cosciente, ma può comunque restare dentro.
A volte queste tracce si esprimono nella paura dell’abbandono, nella fatica a fidarsi, nell’iperadattamento, nel bisogno di controllo, in una sensibilità profonda alle rotture del legame.
Riconoscerlo non toglie nulla al valore del legame adottivo.
Non sminuisce l’amore.
Non nega la possibilità di costruire sicurezza.
Aiuta però a uscire da una semplificazione che rischia di fare male:
quella per cui, se l’adozione è avvenuta molto presto, allora sarebbe stato tutto più semplice e meno impattante.
Non avere ricordi chiari non significa non aver vissuto. E non avere parole, all'inizio, non significa non aver sentito.
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Dott.ssa Federica Jackeline Pagani