27/03/2026
La vicenda del ragazzo di 13 anni che ha accoltellato la sua insegnante a Trescore ci ha colpiti tutti.
Se ne sta scrivendo e dicendo molto, non sempre con modalità appropriate (penso ad es. alla divulgazione delle immagini riprese dal cellulare del ragazzo mentre compiva il terribile gesto: ancora una volta siamo noi adulti a dare un pessimo esempio, pubblicando contenuti in rete senza preoccuparci delle conseguenze, pur di avere più clic e like).
Innanzitutto il mio pensiero va alla docente. Mi auguro che si riprenda presto e la ringrazio per le belle parole di speranza e amore che ha voluto condividere dal suo letto di ospedale.
Chi ha a cuore la missione di insegnare la Vita lo dimostra anche in momenti così difficili.
Non c'è dubbio che una simile violenza vada condannata senza riserve.
Ma credo sia importante interrogarci sulle possibili ragioni che hanno portato un ragazzino a compiere un gesto tanto sconvolgente, nell'ottica di provare a rispondere a un'emergenza che riguarda tutti i preadolescenti e gli adolescenti, che non si può risolvere in maniera semplicistica affidandoci a metal detector o ritirando i cellulari. Queste sono soluzioni che tranquillizzano e deresponsabilizzano noi adulti, ma che non affrontano realmente il problema.
Chiaramente, una situazione come questa non può essere generalizzata. Il ragazzo in questione andrà visto da figure esperte che dovranno inquadrare il caso da un punto di vista clinico per capire le specifiche ragioni che hanno portato quel ragazzo a compiere quel gesto.
Ma è pur vero che questa vicenda mette violentemente in luce un problema che gli esperti di adolescenza segnalano da anni ormai.
C'è una fragilità e una sofferenza enorme nelle menti dei ragazzi, che si esprime sempre più in modalità estreme.
Le ragioni sono varie e complesse e non si possono riassumere in breve, liquidandole come effetti dell'eccessivo uso dei cellulari o di una scarsa educazione genitoriale.
I ragazzi oggi nascono e crescono in un contesto che dipinge la notorietà e il successo ad ogni costo come uniche vie per garantire identità, riconoscimento e felicità.
Le famiglie stesse fanno di tutto per permettere ai figli di realizzarsi, cercando di offrire loro le migliori opportunità di sviluppo.
Essere felici diventa così un dogma nella mente di bambini e ragazzi, che si convincono che questa felicità passi dall'essere i migliori in tutti i loro contesti di vita, soprattutto scuola e sport, ma anche in quelli sociali.
Essere bravi e popolari, nel loro immaginario, corrisponde al successo, e quindi alla felicità, propria e dei genitori.
In un simile contesto di vita non c'è quindi spazio per la sofferenza e l'errore.
Sbagliare, fallire, avere difficoltà sono dimensioni inconcepibili per bambini e ragazzi odierni, perché significa deludere le aspettative di tutti. E, soprattutto, significa non essere nessuno, non avere identità.
Un brutto voto, una nota, un rimprovero, una relazione che finisce intaccano l'immagine di sé in una maniera che noi adulti non comprendiamo: l'identità narcisisticamente fragile vive queste frustrazioni come ferite dolorosissime, che generano vissuti di vergogna e umiliazione intollerabili.
Dopotutto sono ragazzi che non sono mai stati abituati a fronteggiare la frustrazione. Sono cresciuti con adulti la cui missione è stata quella di favorire il miglior sviluppo possibile, eliminando qualsiasi ostacolo e intoppo, in nome della felicità ad ogni costo.
Ma il costo è in realtà altissimo, perché in questo modo non solo non si preparano i ragazzi ad affrontare la vita, ma si impedisce anche loro di sperimentare emozioni come tristezza, paura e rabbia.
Emozioni scomode, che spaventano innanzitutto gli adulti, perché li fanno sentire inadeguati: "Se mio figlio è triste, cosa ho sbagliato?".
I ragazzi percepiscono subito questo vissuto e sentono il bisogno di proteggere e rassicurare i genitori, nascondendo le loro sofferenze dietro la maschera del "va tutto bene".
Tuttavia, eliminare queste emozioni non è possibile. E in adolescenza diventano ancora più complesse, intense e imprevedibili, ma trovano ragazzi impreparati a riconoscerle e gestirle.
Se in più si aggiunge una ferita che intacca nel profondo l'immagine di sé ci si sente perduti, in scacco totale.
E a fronte di questo ostacolo insormontabile che genera un dolore mentale intollerabile resta solo l'agito non pensato. Un agito volto ad eliminare quell'ostacolo.
Se l'ostacolo è identificato col proprio corpo, scatta la violenza verso di sé.
Se l'ostacolo è un altro significativo che ha umiliato, scatta la violenza verso l'altro.
Non c'è spazio per il pensiero, per immaginare le conseguenze di simili agiti.
Non c'è spazio per pensare le proprie emozioni. Si avverte un malessere senza capo né coda, confuso e terribile.
Non c'è spazio per la parola, per provare a spiegare cosa si prova e chiedere aiuto.
Ecco qual è l'emergenza educativa.
Ritrovare spazio per il pensiero e la parola. Per dare senso e significato alle emozioni.
Ridare spazio alla sofferenza e alla frustrazione. Al fallimento, all'errore, alle difficoltà.
Consentire uno sviluppo identitario che contempli anche le parti fragili e sofferenti di sé.
Ma dobbiamo essere noi adulti i primi a farlo, ad essere da esempio in questo per i nostri figli.
E ad accompagnarli nella sofferenza fin da piccolissimi, senza spaventarci troppo, senza eliminarla, senza sostituirci a loro nell'affrontarla, ma fornendo loro gli strumenti per farlo. E dando loro fiducia, affinché trovino la loro strada per gestire il dolore e la paura.
Ma questo compito non può essere delegato solo alla scuola. Gli insegnanti non possono essere lasciati soli ad occuparsi di questo.
Avere lo psicologo nell'organico della scuola sarebbe sicuramente d'aiuto, ma non basterebbe.
Questo lavoro comincia in famiglia, fin dalla nascita dei propri figli. Anche i genitori devono essere aiutati in questo cammino. Perché anche gli adulti, oggi, sono fragili narcisisticamente.
I bambini e i ragazzi sono solo lo specchio di questa fragilità.