20/06/2026
LA VERGOGNA: UN PENSIERO SU DI SE', MA ANCHE UN RIFLESSO ANTIPREDATORIO -54
C'è un assunto che facciamo fatica ad abbandonare: trattare la
vergogna come una cognizione, un giudizio negativo sul sé, un “io
valgo poco” da ristrutturare. È un assunto che orienta la tecnica, e
spesso non sembra funzionare.
Frank Corrigan, in Neurobiology and Treatment of Traumatic
Dissociation (Lanius, Paulsen & Corrigan, 2014), propone una
lettura più radicale che appare clinicamente utile: la vergogna è
generata nel mesencefalo e recluta circuiti difensivi nati per
nascondersi dai predatori. La cognizione arriva dopo. Prima c'è un
jolt fisiologico, uno shock corporeo, una perdita momentanea della
capacità di pensare, l'impulso a rimpicciolirsi, sparire, “che la terra
si apra e mi inghiotta”. Origine sottocorticale, non riflessiva.
Tre implicazioni che possono cambiare il lavoro terapeutico:
1. Vergogna ≠ separation distress. Corrigan distingue due
risposte possibili alla frattura del legame: la sequenza protesta
disperazione del lutto, oppure la vergogna. La prima cerca il
legame; la seconda lo evita. Il bambino che non riesce a
richiamare l'attenzione della madre presente può rispondere con
dolore da separazione o con il senso di inutilità della vergogna.
Sono due architetture affettive diverse e chiedono interventi
diversi.
2. La vergogna tossica precede le parole. Il bambino abusato
sperimenta la forma tossica molto prima di possedere i concetti di
indegnità o rifiuto sociale. È una risposta al dolore e al disgusto
inflitti da qualcuno più potente, che attiva sistemi nati per
sopravvivere ai predatori: fermarsi, mimetizzarsi, sottrarsi agli
occhi. Ne resta un residuo ontologico, il sé come inferiore, cattivo,
annientato, o identificato con il persecutore.
3. Schore nella diade. La vergogna fisiologica nasce come
downregulation relazionale dell'arousal positivo: quella “rapida
transizione da uno stato edonico ad alto arousal a uno a basso
arousal negativo” (Schore, 1994). Vergogna benigna e vergogna
tossica condividono il substrato; ciò che le separa è la storia
d'attaccamento.
Perché ci riguarda. La tendenza alla vergogna cresce là dove
l'attaccamento è stato traumatico: più l'origine della ferita è
precoce e relazionale, più la vergogna si radica come tratto. È
componente affettiva ricorrente dell'immobilità tonica, che
peggiora l'esito degli eventi traumatici in cui compare. Ed è il
motore silenzioso di molte forme di sofferenza autocritica, in cui il
sé non protesta per ciò che ha perduto ma si condanna per ciò che
crede di essere.
La traduzione clinica è netta: se la vergogna è un riflesso
difensivo incarnato e non un'idea, non la si scioglie solo
parlandone. Appare chiara la necessità di lavorarla anche là dove
vive, nel corpo, nell'impulso a ritirarsi, nella regolazione diadica
della relazione. Il terapeuta come regolatore psicobiologico.
In cornice adleriana: la vergogna tossica si può intendere come la
cicatrice somatica di un sentimento sociale ferito alla radice.
Riaprire la via dell'appartenenza passa anche dal corpo non solo
dalla parola.
Liberamente tratto e tradotto da: Corrigan, F. M. (2014). Shame
and the vestigial midbrain urge to withdraw. In U. F. Lanius, S. L.
Paulsen, & F. M. Corrigan (Eds.), Neurobiology and treatment of
traumatic dissociation: Toward an embodied self . Springer
Publishing Company.