Oliviero Donà - Psicologo

Oliviero Donà - Psicologo Mi chiamo Oliviero Donà, sono uno Psicologo e Psicoterapeuta in formazione. Oltre alla pratica cli

20/06/2026

LA VERGOGNA: UN PENSIERO SU DI SE', MA ANCHE UN RIFLESSO ANTIPREDATORIO -54

C'è un assunto che facciamo fatica ad abbandonare: trattare la
vergogna come una cognizione, un giudizio negativo sul sé, un “io
valgo poco” da ristrutturare. È un assunto che orienta la tecnica, e
spesso non sembra funzionare.
Frank Corrigan, in Neurobiology and Treatment of Traumatic
Dissociation (Lanius, Paulsen & Corrigan, 2014), propone una
lettura più radicale che appare clinicamente utile: la vergogna è
generata nel mesencefalo e recluta circuiti difensivi nati per
nascondersi dai predatori. La cognizione arriva dopo. Prima c'è un
jolt fisiologico, uno shock corporeo, una perdita momentanea della
capacità di pensare, l'impulso a rimpicciolirsi, sparire, “che la terra
si apra e mi inghiotta”. Origine sottocorticale, non riflessiva.
Tre implicazioni che possono cambiare il lavoro terapeutico:
1. Vergogna ≠ separation distress. Corrigan distingue due
risposte possibili alla frattura del legame: la sequenza protesta
disperazione del lutto, oppure la vergogna. La prima cerca il
legame; la seconda lo evita. Il bambino che non riesce a
richiamare l'attenzione della madre presente può rispondere con
dolore da separazione o con il senso di inutilità della vergogna.
Sono due architetture affettive diverse e chiedono interventi
diversi.
2. La vergogna tossica precede le parole. Il bambino abusato
sperimenta la forma tossica molto prima di possedere i concetti di
indegnità o rifiuto sociale. È una risposta al dolore e al disgusto
inflitti da qualcuno più potente, che attiva sistemi nati per
sopravvivere ai predatori: fermarsi, mimetizzarsi, sottrarsi agli
occhi. Ne resta un residuo ontologico, il sé come inferiore, cattivo,
annientato, o identificato con il persecutore.
3. Schore nella diade. La vergogna fisiologica nasce come
downregulation relazionale dell'arousal positivo: quella “rapida
transizione da uno stato edonico ad alto arousal a uno a basso
arousal negativo” (Schore, 1994). Vergogna benigna e vergogna
tossica condividono il substrato; ciò che le separa è la storia
d'attaccamento.
Perché ci riguarda. La tendenza alla vergogna cresce là dove
l'attaccamento è stato traumatico: più l'origine della ferita è
precoce e relazionale, più la vergogna si radica come tratto. È
componente affettiva ricorrente dell'immobilità tonica, che
peggiora l'esito degli eventi traumatici in cui compare. Ed è il
motore silenzioso di molte forme di sofferenza autocritica, in cui il
sé non protesta per ciò che ha perduto ma si condanna per ciò che
crede di essere.
La traduzione clinica è netta: se la vergogna è un riflesso
difensivo incarnato e non un'idea, non la si scioglie solo
parlandone. Appare chiara la necessità di lavorarla anche là dove
vive, nel corpo, nell'impulso a ritirarsi, nella regolazione diadica
della relazione. Il terapeuta come regolatore psicobiologico.
In cornice adleriana: la vergogna tossica si può intendere come la
cicatrice somatica di un sentimento sociale ferito alla radice.
Riaprire la via dell'appartenenza passa anche dal corpo non solo
dalla parola.

Liberamente tratto e tradotto da: Corrigan, F. M. (2014). Shame
and the vestigial midbrain urge to withdraw. In U. F. Lanius, S. L.
Paulsen, & F. M. Corrigan (Eds.), Neurobiology and treatment of
traumatic dissociation: Toward an embodied self . Springer
Publishing Company.

15/06/2026

Consigli, idee e storie altrui: siamo bombardati di stimoli. Lo slogan ufficiale di Tik Tok è “Make your day”, ovvero “migliora la tua giornata”, “svolta la tua giornata”. Storie accattivanti e brevissime, talvolta virali, che si propongono di risolvere una giornata.
“5 regole per litigare in modo sicuro”, “Lasciarsi o stare insieme al proprio partner: la domanda chiave”, “Come supportare chi soffre: consigli pratici”, video di un minuto e tredici secondi.
Famelici di pensiero che formula, risolve e semplicizza in un mondo sempre più difficile e complesso, anche nel lavoro psicologico si riscontra talvolta della fatica (talvolta del dolore) nel tollerare pensieri sfaccettati, eteorgenei, sovrapposti, divergenti o addirittura contradditori.
Ci ancoriamo spesso all’oasi rassicurante dei fondamenti saldi e indiscutibili, pur di non sentirci diffusi e caotici.
Si sa che ognuno di noi ha esigenze primarie di semplificazione che ci portano a estrapolare e a generalizzare: trovano radici nel nostro bagaglio arcaico percettivo e neurologico. Per questo ed altri motivi, spesso rinunciare a far artificiosamente corrispondere la realtà alla propria idea di realtà è insidioso e poco rassicurante.
Il lavoro psicologico è “portatore sano” di una “visione binoculare”: propone un dialogo fecondo tra pensieri, che a sua volta può divenire motore di riconoscimenti reciproci, di alleanze evolutive e di un nuovo senso di condivisione in un circolo virtuoso innovativo, originale e vitale.
Il dialogo è generativo quando non fa sentire la pericolosità dell’ibridazione ma rassicura con la costruzione di pensieri integrati ed autonomi, dove le fragilità o le inadeguatezze delle idee preconcette si costituiscono brecce per nuovi orizzonti di esplorazione.

07/06/2026

Eccoci, tutti insieme nella foto di rito!

18/05/2026

“La madre affettuosa insegna al suo bambino a camminare da solo. E’ sufficientemente lontana da lui da non poterlo sorreggere davvero ma gli tende le braccia.
Lei prevede i suoi movimenti e, se lui barcolla, si curva immediatamente per afferrarlo in modo che il bambino possa pensare che non stia camminando da solo.. eppure fa di più. il suo volto diventa ricompensa, un incoraggiamento.
Così il bambino cammina da solo con gli occhi fissi sul volto di sua madre, e non sulle difficoltà sul proprio cammino.
Si sostiene con le braccia che non lo sostengono e costantemente lotta per il rifugio nell’abbraccio di sua madre, non sospettando neanche minimamente che proprio nello stesso momento in cui sta mettendo in evidenza il suo bisogno di lei, lui sta mostrando di poterne fare a meno perché sta camminando da solo”

Così Kierkgaard (1938), (citato da Mahler et al., 1975), ci spiega meravigliosamente come il bambino possa acquisire padronanza e autonomia grazie alla presenza attenta ed affettuosa di un caregiver “appena leggermente in anticipo sui suoi tempi”, in altre parole incoraggiandolo, quasi fosse già diventato ciò che è solo in procinto di diventare.

15/05/2026

IL SE' TRAUMATIZZATO E LA STRADA VERSO IL SE' RECUPERATO: RIFLESSIONI CLINICHE TRA NEUROSCIENZE DEL TRAUMA E PSICOLOGIA INDIVIDUALE ADLERIANA- 53

Quando il trauma si installa nella vita di una persona, non intacca solo i ricordi: disgrega il senso di sé. Ruth Lanius e Paul Frewen descrivono questa frammentazione attraverso il modello 4D, in cui il trauma disintegra il Sé lungo quattro dimensioni fondamentali della coscienza: Tempo, Pensiero, Corpo ed Emozione (Frewen & Lanius, 2015).
Il paziente traumatizzato non abita il presente, "I am in the past", non riconosce il proprio corpo come suo, perde il controllo del pensiero e non riesce né a sentire le proprie emozioni né a
tollerarle. La dissociazione non è qui un semplice sintomo: è una modalità d'essere nel mondo.
Bessel van der Kolk (2014) ci ricorda che "the body keeps the score": il trauma si incide nella fisiologia, nella postura, nel sistema nervoso autonomo, molto prima che la mente possa trovare le
parole.
Da una prospettiva adleriana, questa frammentazione può essere letta come una perdita del senso di appartenenza e del coraggio di essere imperfetti (Adler, 1927). Il Sé traumatizzato spesso sviluppa
quello che Adler chiamerebbe un movimento di compensazione, non verso la comunità e la connessione, ma verso l'isolamento, il ritiro, la protezione narcisistica come difesa dal dolore
relazionale originario.
La guarigione, nel modello di Lanius, non è l'eliminazione della memoria traumatica, ma la reintegrazione del Sé attraverso quelle stesse quattro dimensioni: tornare al presente, recuperare la
voce interiore come propria, riabitare il corpo, saper dire "I can feel, and know what I'm feeling".
In chiave adleriana, diremmo: è il recupero del coraggio e del sentimento sociale: la capacità di tornare in relazione, di tollerare la vulnerabilità, di sentirsi di nuovo parte di qualcosa più grande di
sé.
Il nostro lavoro clinico sta esattamente in questo spazio: tra la neurobiologia della sopravvivenza e il bisogno umano, profondamente adleriano, di sentirsi connessi e significativi.

E voi? Come integrate questi modelli nella vostra pratica clinica con pazienti traumatizzati?

23/04/2026

🟩 OPEN DAY 2026

Proseguono i nostri seguitissimi Open Day per l'anno 2026!

Un momento utile per conoscere il modello della nostra Scuola, per seguire alcune lezioni insieme ai nostri allievi e per avere risposte ai vostri quesiti.

Iscrizioni e calendario su www.scuolasaiga.it
Info [email protected]

21/04/2026

“Urlo di mamma” di Jutta Bauer è un piccolo albo che parla ai bambini, rassicurandoli sulla possibilità di ricucire gli strappi relazionali, ma anche alle mamme, incoraggiandole ad aiutare i loro bambini a rimettere insieme i pezzi, a dare significato a quanto accaduto, rassicurandole sulla possibilità di riparare.

Di fronte alle urla della mamma, un piccolo pinguino si disintegra dallo spavento: i pezzi del suo corpo sono sparpagliati ovunque. Solo le sue zampe continuano a correre, senza meta, disorientate.

Il pinguino è traumatizzato nel senso etimologico del termine: il suo corpo, metafora della sua psiche, si disintegra in mille pezzi.. Non si trova più e non si può nemmeno cercare, i suoi occhi sono in cielo molto lontani, non riesce nemmeno a gridare perché non ha più il becco. In quel momento la mamma perde temporaneamente la funzione di saper cogliere e rispondere ai bisogni del bambino con accoglimento, calore e tenerezza, non riuscendo a proteggere come fosse un filtro il suo bambino dalla sua stessa rabbia.

Nel libro, la capacità riparativa della madre cura l’effetto patogeno del trauma, quando non reiterato, e permette agli strappi relazionali di ricucirsi.
Nella storia infatti, la mamma pinguino ci mette un po’ ad arrivare, forse anche lei si è persa ed è rimasta disorientata dalla sua stessa rabbia evacuata in modo così roboante. Alla fine arriva portando con sé tutti i pezzi del suo bambino che aveva raccolto e potendoli così ricucire insieme. Il pinguino si ricomporrà, ricucito dalla mamma ma anche cullato dal suo sguardo e dal suo abbraccio.

23/03/2026

Sappiamo che il concetto di "tenerezza" in Sándor Ferenczi è centrale nella sua teoria del trauma, espressa soprattutto nel saggio "Confusione di linguaggi tra gli adulti e il bambino" del 1932. L’autore distingue tra il "linguaggio della tenerezza" (naturale affetto del bambino che esprime il bisogno affettivo di comprensione, rassicurazione e protezione) e il "linguaggio della passione" (sessualità dell’adulto), sostenendo che l'abuso o la mancata risposta a bisogni di tenerezza genera esperienze di natura potenzialmente traumatica, oltre al fallimento della funzione riflessiva.

Già nel 1908 Alfred Adler scrive con pionieristico convincimento come il cosiddetto “precursore” dell’empatia, e di conseguenza del sentimento sociale, sia il concetto di “Zärtlichkeitsbedürfnis”, in altre parole il bisogno di tenerezza primaria.

Il bisogno (Bedürfnis), provato fin dal primo vagito da parte del bambino di ricevere tutto ciò che è “tenero”, “delicato” (Zärt), affetto, cura, amore, carezze, se è fertilizzato con adeguate attenzioni e scambi di reciprocità da parte del caregiver che lo accudisce, consente di rinvigorire un buon “legame di attaccamento”: l’innato senso sociale del bambino si vivifica col tempo nel linguaggio della tenerezza, della reciprocità, del sentimento sociale.

Lo “Zärtlichkeitsbedürfnis” adleriano, in altre parole il bisogno di reciprocità e di tenerezza primaria, anticipa i concetti di holding e di handling di Winnicott, la teoria della capacità di rêverie della madre di Bion, la concezione del campo e del traffico intersoggettivo di Stern.
Autori come Winnicott, Bion, Stern, Ferenczi, come già nel 1908 l’antesignano Alfred Adler, maestro e precursore, sono accomunati dall’interesse per il tema dell’intersoggettività primaria nell’interazione fra la mente del bambino e la mente dei suoi partner significativi.

25/02/2026

🟥 AVVICINARSI ALLA PROFESSIONE DI PSICOLOGO

Il 16 aprile riprende il corso Avvicinarsi alla Professione di Psicologo!

29^ EDIZIONE, aprile 2026

corso gratuito

Il corso, rivolto a laureandi e laureati in Psicologia, intende fornire competenze di base e strumenti pratico-operativi per affacciarsi alla professione di Psicologo in ambito clinico e per affrontare le prove di valutazione previste dalle recenti normative inerenti l’abilitazione professionale (l. 163/2021, DM 654/2022, 567/2022, 554/2022).
Il percorso formativo è infatti teso a consolidare ed integrare le conoscenze e le competenze apprese durante il corso di laurea ed i tirocini, con particolare attenzione ai collegamenti tra teorie/modelli, pratiche professionali, evidenze di efficacia, nonché agli aspetti inerenti la legislazione e la deontologia professionale e i possibili ambiti di intervento professionale per lo psicologo.

Iscrizioni e calendario su www.saiga.it
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