Pietro Chiarello Yoga

Pietro Chiarello Yoga Insegnante di Yoga
in centri di Yoga in provincia di Varese
e in lezioni private Pratica Haṭha Yoga ininterrottamente dal 1996.

Parallelamente sviluppa un interesse personale nei confronti della filosofia e della storia dello Yoga, attraverso lo studio dei principali testi indiani antichi e moderni. Nel 2015 sceglie di trasformare la sua passione in una professione. Si trasferisce in India dove frequenta un intensivo corso di 900 ore per insegnanti di Yoga presso The Yoga Institute di Mumbai, la più antica scuola di Yoga d

el mondo. Al fine di continuare a perfezionare la pratica, nel 2017 e nel 2018 frequenta due ulteriori corsi per insegnanti presso la scuola Indea Yoga (oggi Bharatha Yoga) di Mysore, sotto la guida di Bharath Shetty, eccezionale allievo diretto di BKS Iyengar. Vi ritorna nel 2019 e nel 2023 per intensi ritiri di pratica e formazione continua. Svolge la professione di Insegnante di Yoga a tempo pieno in centri di Yoga in provincia di Varese e in lezioni private.

👍🏻
06/08/2026

👍🏻

👍🏻
30/07/2026

👍🏻

Le tre definizioni di yoga nella Bhagavadgītā

La Bhagavadgītā, il "Canto del Glorioso Signore", è tradizionalmente considerata uno yogāśāstra, un «trattato sullo yoga». Non sorprende, quindi, che tutti i suoi diciotto capitoli rechino nel titolo la parola yoga: arjunaviṣādayoga, sāṅkhyayoga, karmayoga, bhaktiyoga ecc. Ogni capitolo, insomma, sembra composto per essere "meditato".

Ma che cos'è esattamente lo yoga secondo la Bhagavadgītā?

Il testo non ne offre una sola definizione, bensì tre, divenute celebri, che ne mettono in luce aspetti complementari.

1. समत्वं योग उच्यते > samatvaṃ yoga ucyate (BG 2.48)

"Lo yoga è chiamato equanimità"

Lo yogin equanime conserva la stessa (sama) disposizione d'animo nel successo e nel fallimento, nel piacere e nel dolore. L'equanimità, in sostanza, è la condizione che rende possibile l'azione priva di attaccamento ai suoi frutti.

2. योगः कर्मसु कौशलम् > yogaḥ karmasu kauśalam (BG 2.50)

"Lo yoga è abilità/maestria nell'azione"

Lo yogin non si accontenta di fare il minimo indispensabile, ma affronta ogni azione con la massima maestria (kuśala) e la massima precisione.

3. तं विद्याद् दुःखसंयोगवियोगं योगसंज्ञितम् > taṃ vidyād duḥkhasaṃyogaviyogaṃ yogasaṃjñitam (BG 6.23)

"Si sappia che quello è chiamato yoga: la separazione dalla congiunzione con il dolore"

Quest'ultima è una definizione cruciale, perché riconduce lo yoga, inteso come antropotecnica, alla sua finalità essenziale: svincolare l'essere umano dal dolore (duḥkha).

Le tre definizioni non sono alternative, ma descrivono tre dimensioni di un unico percorso: equanimità della mente, profusione della massima cura nell'azione e liberazione dalla sofferenza.

👇🏻🧘🏻‍♀️🧘🏻🙏🏻
21/07/2026

👇🏻🧘🏻‍♀️🧘🏻🙏🏻

Il Melograno organizza corsi di Prāṇāyāma e Meditazione a Busto Arsizio. Compila il form dei contatti per iscriverti a un corso di Prāṇāyāma.

Nuovo ciclo di lezioni a Busto Arsizio al Melogranoda Settembre.....anche al giovedì sera!!!💪🏻🙏🏻🪷📅 Da lunedì 7 Settembre...
12/07/2026

Nuovo ciclo di lezioni a Busto Arsizio al Melograno
da Settembre.....anche al giovedì sera!!!

💪🏻🙏🏻🪷

📅 Da lunedì 7 Settembre
📍 Via Roma 5 – Busto Arsizio

Per informazioni e prenotazioni:
Cell/WhatsApp 333 121 9854

☝🏽
07/07/2026

☝🏽

Chi è il guru?

Oggi la parola guru viene usata ad ogni latitudine per indicare un esperto in qualunque campo dotato di certo carisma. Nell'India premoderna, invece, il suo significato è molto più profondo.

Dal punto di vista etimologico, il sostantivo maschile sanscrito guru (fem. gurvī) significa anzitutto "pesante", "greve", "importante", "autorevole". Esso deriva dall'aggettivo guru che significa "pesante" sia in senso materiale sia metaforico: è "pesante" perché ha peso, autorevolezza e valore (tant'è che il pianeta più grosso di tutti, Giove, è denominato Guru dall'astrologia indiana).

Con il tempo il termine è passato a indicare il maestro spirituale, cioè colui il cui "peso" nella vita del discepolo è determinante.

La tradizione testuale sanscrita ha elaborato un'etimologia simbolica della parola guru molto pregnante, riportata nella Gurugītā (1.32-33), celebre poema devozionale che magnifica la figura del maestro:

gu = oscurità, ignoranza
ru = ciò che la dissolve.

Tale paretimologia, dunque, esprime perfettamente la funzione del guru: dissipare l'ignoranza e guidare verso la conoscenza.

Nelle religioni dell'India il guru non è semplicemente un insegnante. È colui che trasmette i testi sacri (Veda), introduce il discepolo alla conoscenza dell'Assoluto (brahman) e lo guida verso la liberazione (mokṣa).

Ogni tradizione riconosciuta (sampradāya) è costituita da una guru-paramparā, ossia una catena ininterrotta di maestri e discepoli che assicura la continuità e la veracità della trasmissione sapienziale.

Naturalmente, accanto a questa dimensione religiosa più genuina, la storia moderna e contemporanea, indiana e non, ha conosciuto anche figure molto controverse che si sono fregiate indebitamente di questo titolo onorifico. Proprio per tali ragioni, il fenomeno del guru andrebbe studiato con equilibrio, distinguendo il suo ruolo nell'India premoderna dalle distorsioni successive sfocianti nei fenomeni della spiritual economy e del plagio.

In un'epoca in cui il termine guru viene spesso banalizzato, riscoprirne il significato originario significa comprendere uno dei pilastri, se non il fondamento cruciale, della civiltà indiana.

ॐ
05/07/2026

Dal sacrificio vedico al silenzio del quarto stato: il viaggio dell'ॐ

Oggi l'ॐ (oṃ) è probabilmente il simbolo più celebre dello yoga e della spiritualità indiana. Eppure, alle sue origini, il suo significato era molto diverso da quello che siamo portati ad attribuirgli oggi.

Nel ritualismo vedico, durante i grandi sacrifici pubblici, operavano numerosi sacerdoti specializzati, tutti coordinati da una figura supervisore chiamata brahmàn. Se il rito procedeva correttamente, questo sacerdote pronunciava continuamente la sillaba oṃ, esprimendo il proprio assenso e certificando la regolarità della procedura rituale. Viceversa, se qualcosa andava storto, questo sacerdote interrompeva la catena di oṃ e, se il vizio non era emendabile, il rituale doveva ricominciare da capo.

In altre parole, oṃ aveva inizialmente una funzione sorprendentemente concreta: equivaleva grosso modo a un "sì", un "va bene", un "così sia".

Solo in epoca successiva questa semplice sillaba rituale iniziò ad assumere significati cosmologici e metafisici più profondi.

Secondo la Māṇḍūkya Upaniṣad (I a.C.), nella sillaba oṃ, oltre all'intero universo, sarebbero progressivamente concentrati i tre aspetti della coscienza ordinaria e un quarto stato trascendente i tre anzidetti. Dal punto di vista fonetico e simbolico, la sillaba oṃ qui viene scomposta nei tre elementi A + U + M. Secondo le regole fonetiche del sanscrito, infatti, l'incontro di a e u genera il dittongo o.

🔸 A corrisponde allo stato di veglia (vaiśvānara), nel quale il sé fa esperienza del mondo esteriore attraverso i sensi.

🔸 U corrisponde allo stato di sogno (taijasa), nel quale la coscienza si rivolge verso un mondo interiore costituito da immagini e contenuti mentali ancora derivanti dall'esperienza sensibile.

🔸 M corrisponde allo stato di sonno profondo senza sogni (prājña), caratterizzato dalla temporanea scomparsa della distinzione fra soggetto conoscente e oggetto conosciuto e da una condizione di unità indifferenziata.

La Māṇḍūkya Upaniṣad individua tuttavia un quarto stato trascendente (turīya), associato non a una lettera, bensì al silenzio o al dissolversi della vibrazione sonora successivo alla pronuncia dell'oṃ (i commentatori successivi lo hanno associato all'anunāsika, ossia alla risonanza nasale della sillaba espressa graficamente dal punto sopra la mezzaluna). Tale stato trascende i tre stati precedenti ed è descritto come "invisibile, inavvicinabile, inafferrabile, impensabile, indescrivibile" (adṛṣṭam avyavahāryam agrāhyam acintyam avyapadeśyam), oltreché "pacifico" (śānta) e "non duale" (advaita). Si tratta della natura più profonda del sé, dal quale dipendono, come centro di gravità permanente, i primi tre stati.

"Innanzitutto, i cakra non sembrano derivare da osservazioni anatomiche o fisiologiche. Essi appartengono piuttosto a un...
23/06/2026

"Innanzitutto, i cakra non sembrano derivare da osservazioni anatomiche o fisiologiche. Essi appartengono piuttosto a un complesso universo rituale e meditativo nel quale il praticante costruisce progressivamente un vero e proprio corpo yogico (yogadeha), destinato a diventare il teatro delle sue pratiche spirituali."

I cakra esistono davvero?

La risposta potrebbe sorprendervi.

Oggi molti immaginano i cakra ("ruota") come centri energetici invisibili presenti nel corpo umano fin dalla nascita, sempre uguali per tutti. Tuttavia, i testi tantrici e yogici dell'India premoderna parrebbero raccontare una storia assai diversa.

Innanzitutto, i cakra non sembrano derivare da osservazioni anatomiche o fisiologiche. Essi appartengono piuttosto a un complesso universo rituale e meditativo nel quale il praticante costruisce progressivamente un vero e proprio corpo yogico (yogadeha), destinato a diventare il teatro delle sue pratiche spirituali.

Per questo motivo sarebbe meglio essere prudenti quando si cerca di identificare i cakra con organi, ghiandole o strutture anatomiche. Le descrizioni dei testi sembrano infatti avere soprattutto una funzione simbolica, rituale e operativa.

Inoltre, non esiste un unico sistema dei cakra. Limitiamoci a tre esempi testuali.

Lo Ṣaṭcakranirūpaṇa (XVI sec.), attribuito a Pūrṇānanda Giri, descrive il celebre sistema dei sei cakra — mūlādhāra, svādhiṣṭhāna, maṇipūra, anāhata, viśuddha e ājñā — culminanti nel sahasrāra.

Il Kaulajñānanirṇaya (IX sec.), attribuito a Matsyendranātha, collega invece i cakra ai bījamantra, le "sillabe-seme" impiegate nelle pratiche contemplative.

Il Kubjikāmatata**ra (XI sec.), importante testo della tradizione della dea Kubjikā, propone infine un'altra mappa del corpo yogico, strettamente connessa a divinità femminili, yoginī e simbolismi śākta.

I testi, insomma, non concordano sul numero dei cakra, sulla loro posizione, sulle divinità che li abitano o sulle funzioni che svolgono. E forse la ragione è semplice: secondo molte tradizioni tantriche non si nasce con un sistema di cakra già dato e immutabile. Attraverso gli insegnamenti del guru e le prescrizioni degli śāstra, il praticante costruisce progressivamente tale corpo yogico e lo utilizza nelle pratiche finalizzate al risveglio della kuṇḍalinī (forza latente) e alla sua ascesa lungo la suṣumnānāḍī (canale centrale).

In questa prospettiva, i cakra non sembrano appartenere né al corpo fisico (sthūlaśarīra), costituito dagli elementi grossolani, né semplicemente al corpo sottile liṅgaśarīra) che trasmigra da una vita all'altra. Essi appaiono piuttosto come strutture rituali, simboliche e contemplative che prendono forma all'interno della pratica attraverso sofisticate tecniche di visualizzazione.

Forse, dunque, la domanda corretta non è:

"Dove si trovano i cakra?"

ma:

"Quale corpo yogico e quale percorso realizzativo sta descrivendo quel particolare testo?"

**ra

👇🏻👍🏻
23/06/2026

👇🏻👍🏻

Cosa significa haṭhayoga?

Ancora oggi si tende a credere che haṭha significhi semplicemente "forza", "sforzo" o addirittura "mortificazione". Alcuni indologi del XIX sec. traducevano infatti haṭhayoga come "yoga violento" o "yoga della costrizione". I testi indiani premoderni, tuttavia, sembrano raccontarci una storia molto più sfumata.

La celebre spiegazione secondo cui ha = sole e ṭha = luna, e quindi haṭhayoga significherebbe l'unione di sole e luna, compare soltanto in testi relativamente tardi come lo Yogabīja (148cd–149ab):

"Ha è il sole, ṭha è la luna; dall'unione di sole e luna prende nome l'haṭhayoga"

Questa interpretazione sembra dunque essere una spiegazione successiva, non l'origine storica del termine.

Le testimonianze più antiche del termine haṭhayoga si trovano invece in testi buddhisti tantrici come il Guhyasamājata**ra e nelle opere della tradizione del Kālacakra. Qui il termine indica sostanzialmente pratiche finalizzate all'arresto del seme (bindu).

Nei testi classici dello haṭhayoga, come il Dattātreyayogaśāstra, il Vivekamārtaṇḍa, il Gorakṣaśataka e più tardi la Haṭhapradīpikā, la "forza" non consiste puramente nel "torturare" o "violentare" il corpo. Al contrario, come possiamo apprezzare in Haṭhapradīpikā (II, 15), questi testi insistono continuamente sulla gradualità delle pratiche ("a poco a poco"):

"Come un leone, un elefante o una tigre vengono addomesticati gradualmente, a poco a poco (śanaiḥ śanaiḥ), così deve essere praticato il respiro (vāyu); altrimenti uccide il praticante"

La vera "forza" dello haṭhayoga parrebbe consistere dunque nel compiere qualcosa di controcorrente (pratiprasava): a) far risalire l'apāna (l'energia che normalmente scende); b) risvegliare la kuṇḍalinī addormentata; c) trattenere il bindu che tende a disperdersi; d) condurre il prāṇa nella suṣumnā.

In altre parole, lo haṭhayoga non è lo yoga dello sforzo muscolare, ma lo yoga che inverte il corso ordinario delle energie del corpo, trasformando ciò che normalmente discende o si disperde in un movimento ascendente verso la liberazione o l'acquisizione di facoltà eccezionali.

In definitiva, il significato più profondo e pregnante di haṭha non sarebbe quello di "fare forza", ma quello di andare contro la tendenza abituale della condizione umana.

Il valore di un insegnante dipende non solo da come insegna ma anche da come è,perché in fondo si insegna soprattutto ci...
18/06/2026

Il valore di un insegnante dipende non solo da come insegna ma anche da come è,
perché in fondo si insegna soprattutto ciò che si è.
Grazie Bharat Shetty per come sei!!! 🙏🏻🙏🏻

Bharat Shetty in ItaliaSeminario intensivo di Yoga21 - 23 Aprile 2026 . Busto Arsizio🪷🪷🪷Allievo diretto di B.K.S. Iyenga...
09/04/2026

Bharat Shetty in Italia
Seminario intensivo di Yoga
21 - 23 Aprile 2026 . Busto Arsizio

🪷🪷🪷

Allievo diretto di B.K.S. Iyengar, Bharat Shetty vive e insegna a Mysore, Karnataka, India.
All’interno della scuola Indea Yoga (oggi Bharatha Yoga),
da lui fondata nel 1998, ha formato ad oggi più di 2500 insegnanti provenienti da 80 paesi diversi.
Bharat spicca per la sua umiltà, disponibilità e capacità innata di trasformare le sfide più difficili in qualcosa di facile sempre col sorriso.

🪷🪷🪷

Per informazioni:
Cell/Whatsapp Pietro 333 121 9854
🙏🏻🙏🏻

Indirizzo

Corso XX Settembre 18
Busto Arsizio
21052

Telefono

+393331219854

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Pietro Chiarello Yoga pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi

Digitare