03/08/2026
Viviamo in una società in cui iperperformare è diventato normale.
Dobbiamo lavorare, produrre, rispondere, pubblicare, migliorarci, essere sempre presenti. Gli algoritmi finiscono per dettare il ritmo dei nostri lavori, dei nostri contenuti e, a volte, persino ciò che pensiamo di dover desiderare.
Anche la spiritualità rischia di trasformarsi nell’ennesima performance: il percorso giusto in qualche seduta, la routine giusta, la versione più evoluta di noi da raggiungere e mostrare subito.
Sarei un’ipocrita se dicessi di esserne immune. Sono la prima che sente di dover fare tutto, aiutare tutti, lavorare di più ed essere sempre all’altezza.
Per me il Massaggio Tradizionale Thailandese è uno dei pochi spazi in cui questo meccanismo si interrompe.
Come nel jiu-jitsu o nel rapporto con il cavallo, non posso imporre il mio ritmo. Devo ascoltare, aspettare, sentire e adattarmi. È la natura stessa della pratica a chiedermi presenza.
Quando parlo di ascolto, trasformazione e percorso, non uso parole messe lì per suonare bene. Ne parlo perché sono concetti che vivo per prima.
Il Massaggio Thailandese mi ha insegnato a rallentare, a guardarmi dentro e a lasciare l’ego fuori dalla stanza.
Perché, se fai questo lavoro solo per dimostrare, guadagnare, essere vista o rincorrere il consenso, a un certo punto ne perdi il senso.
Il mio centro non è un luogo perfetto in cui riesco a restare sempre.
È un luogo a cui continuo a tornare.
E il Massaggio Thai, ancora oggi, è uno dei modi più veri che conosco per ritrovarlo.