Scuola Specializzazione in Psicoterapia a orientamento etnopsicoterapeutico

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Scuola di specializzazione in Psicoterapia (indirizzo psicodinamico, orientamento etnopsicoterapeutico)

Sede didattica: Fondazione “Stella Maris” viale Tirreno 331 – Calambrone, Pisa

Direttore: Piero Coppo

Comitato scientifico: Mario Rossi Monti (Presidente), Laura Faranda, Carlo Maci, Lelia Pisani, Francesca Vallarino Gancia.

31/08/2026

- Andreas Giannakoulas, psichiatra e psicoanalista, analizzato da Masud Khan e Marion Milner, Giannakoulas ha vissuto e lavorato per vent' anni a Londra, partecipando agli incontri ristretti che si svolgevano nella casa di Winnicott e dell' amatissima moglie, Clare.
"Per me", dice, "è stato un impareggiabile maestro, forse la personalità più importante dopo Freud, in questo campo del sapere. Da buon greco, lo vedevo come un Socrate moderno, un uomo di profondissima saggezza - e così penso ancora a lui...". Con Giannakoulas parliamo dei più importanti progressi nella teoria e nella pratica psicoanalitica che si devono a Winnicott. E inevitabilmente della coperta di Linus, il talismano che l' eroe di Schulz non abbandona mai, vuole caparbiamente tenere sempre con sé.
Intanto viene fuori una storia poco nota. "Certamente Winnicott e Schulz si sono scambiati delle lettere, la loro è stata una corrispondenza scherzosa e credo, in un certo senso, istruttiva per entrambi. Lo psicoanalista e il disegnatore hanno spiegato in fondo la stessa cosa, seppure in forme espressive del tutto diverse, e cioè che l' oggetto transizionale è essenzialmente un modo per il bambino di mantenere il contatto con il corpo materno. Non un oggetto feticistico, quasi una malattia, com' era stato visto prima di Winnicott. Non un oggetto interno - e infatti a un certo punto sarà abbandonato senza processi di lutto. E' invece un primo oggetto reale che non è il bambino e neppure la mamma, ma rappresenta una parte dell' uno e dell' altra. Un oggetto di transizione dall' unione alla separazione". E' divertente quello che aggiunge Giannakoulas, ma è anche un fatto certo: la "coperta di Linus" è in genere impregnata degli odori del bambino e della mamma, e quindi mai e poi mai il piccolo avrà piacere che - per dire - il suo peluche venga lavato.
Dovrà morderlo, succhiarlo, strattonarlo, accarezzarlo e chiacchierare con lui, distruggerlo fino all' abbandono finale. In una chiacchierata radiofonica per la Bbc, la spiegazione che Winnicott ha dato dell' oggetto transizionale - un giocattolo come anche un indumento, un piumino, un pezzo di stoffa, un fantoccio - è anche più semplice, e bellissima: quell' oggetto è la prima occasione che il piccolo ha di usare l' immaginazione, è la sua maniera per tenersi a galla nei momenti di solitudine o d' insicurezza. La convinzione di Winnicott è che un bambino sano, sostenuto dal suo ambiente, la cui continuità della vita non è stata interrotta, riuscirà a emanciparsi gradualmente dalla dipendenza della madre. Un bambino deprivato - che ha perso qualcosa d' importante che prima aveva - si troverà di fronte a un compito evolutivo gravato sin dall' inizio in senso psicopatologico. Spiega Giannakoulas: "Il bambino sano nella prima fase è stato illuso dalla madre: è questa la base per il suo senso di sicurezza e di fiducia nel mondo. La realtà non deve entrare troppo rapidamente nel mondo del bambino. I processi maturativi devono essere graduali. Al contrario, in situazioni di patologia famigliare, il bambino utilizzerà difese che costruiscono un 'falso Sé' ... Per dirla con Winnicott, il bambino sano è, il bambino disturbato reagisce".
Luciana Sica da Repubblica

22/08/2026
14/08/2026
29/07/2026

Around half an hour after you wake up, your body treats you to a spike in cortisol. It’s not just you either. Called the cortisol awakening response, this significant rise in the stress hormone occurs in almost all healthy adults. It works like so: Your hypothalamus sends a chemical signal to your pituitary gland which sends another chemical signal to your adrenal glands to release cortisol, and you’re off to the races.

Again, it’s a universal response—unless, as a study that came out earlier this year seemed to indicate, you’re a regular cannabis user. In that case, the study claimed, the hypothalamic-pituitary-adrenal axis can lead to a—forgive the pun—blunted cortisol awakening response. But now a new study published in the journal Cannabis is throwing cold (b**g) water on that finding.

Researchers from Oregon State University recruited a mix of both regular cannabis users (three or more nights per week) and non-cannabis users and tasked them with collecting saliva immediately after waking and then 30 minutes later to record their cortisol levels. Unlike the earlier study, this one used cortisol readings taken on two consecutive days instead of one, which the researchers say gives them a more reliable measure. They failed to replicate the results of the earlier study, finding no significant differences between the cortisol awakening response of cannabis users and non-users.

What they did find was that regular cannabis users had an elevated basal cortisol level upon waking. So even though the increase in cortisol levels is roughly the same, people who use cannabis have a higher starting point. According to the researchers, these findings could still point to a disrupted hypothalamic-pituitary-adrenal axis among those who like to unwind with some form of w**d.

“While acute cannabis use may alleviate stress, chronic use may disrupt the body’s ability to form adaptive stress responses, highlighting the potential long-term consequences of using cannabis as a coping strategy,” the researchers wrote.

Of course, they stress that more study is needed. With daily cannabis use now surpassing daily alcohol use among people who live in the United States, they’ll have plenty of opportunities.

Study link-> https://publications.sciences.ucf.edu/cannabis/index.php/Cannabis/article/view/390

29/07/2026

“L'adolescenza è una malattia normale, il problema riguarda piuttosto gli adulti e la società: se sono abbastanza sani da poterla sopportare”. L’affermazione dello psicoanalista inglese Donald Winnicot, suggeritaci dal professore Massimo Ammaniti, ha quasi settant’anni. Torna alla mente oggi, dopo che il 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio, un disegno di legge che riscrive l'articolo 98 del codice penale: per i minori tra i quattordici e i diciotto anni la capacità di intendere e di volere non dovrà più essere accertata dal giudice caso per caso, ma sarà presunta fino a prova contraria. “Prima si presumeva l’incapacità, oggi si presume la responsabilità” ha commentato la presidente del Consiglio.

Ma che cosa significa intendere e cosa significa volere, in quell’età liminale che precede l’età adulta e la maturità mentale e sociale? Massimo Ammaniti, psicanalista e voce scientifica autorevolissima in materia di psicopatologia dello sviluppo, spiega che la norma non solo è preoccupante sul piano politico, ma non tiene conto del piano psicologico e neurobiologico. Il periodo tra i quattordici e i diciotto anni è un momento del ciclo di vita in cui avvengono grandi trasformazioni: “non possiamo trattare un adolescente al pari di un adulto, perché ha modalità proprie di organizzare il comportamento e di relazionarsi con gli altri”.

Intendere, spiega Ammaniti, significa consapevolezza di sé, consapevolezza degli altri e valutazione dei possibili pericoli; volere significa avere capacità esecutive. “Le capacità esecutive negli adolescenti sono presenti, ma non sono al servizio dell'intendere così come lo pone la legge. Perché gli ‘intendimenti’ degli adolescenti si muovono in un'altra sfera, che non è quella degli adulti e dell'esame di realtà: sono legati a loro stessi, al bisogno di farsi valere, di essere riconosciuti nella propria identità e nella propria posizione”.

Continua Ammaniti: “Faccio un esempio. Accade che a quell'età si vada in motorino e si attraversi col rosso. Il senso comune liquida quel comportamento come indisciplina, ma la ragione sta nelle trasformazioni psicologiche di un'età in cui ci si sta staccando dall'infanzia e dalle identificazioni con i genitori, e ci si concentra fortemente su di sé. È un'attitudine narcisistica che porta l'adolescente a enfatizzare le proprie capacità e il proprio punto di vista senza metterli troppo a confronto con la realtà. Dunque, attraversa convinto che a lui non succederà nulla. E infatti gli incidenti stradali sono la seconda causa di morte tra gli adolescenti”.

La lente deformante attraverso cui i ragazzi vedono sé stessi e il mondo serve a crescere e a maturare, a prendere le misure di ciò che è possibile e lecito e di ciò che non lo è. L'impulsività e il rapporto approssimativo con le conseguenze degli atti sono tratti che riguardano tutti gli adolescenti, non solo quelli che finiscono sulle pagine di cronaca. E non solo i cosiddetti maranza, povera etichetta mediatica trasformata in pretesto legislativo.

Il termine non è nuovo: appare negli anni Ottanta per indicare, spregiativamente il tamarro di periferia, il coatto, i ragazzi delle discoteche e della musica dance che violavano le placide norme piccolo-borghesi. Da qualche anno è stato risemantizzato, e oggi designa, ancora spregiativamente, i giovani nordafricani immigrati e i ragazzi di seconda generazione. Di “maranza” si parla quasi sempre in termini di criminalità e devianza: rapine, scippi, aggressioni, spaccio. Raramente, invece, si ricorda che la violenza di chi viene etichettato come deviante è spesso la risposta a una violenza sistemica che la maggioranza non vede perché non la subisce: il profilamento razziale, il razzismo istituzionale, la povertà abitativa, la discriminazione a scuola e nel lavoro. Una generale condizione di emarginazione.

Il professor Ammaniti torna sul punto: “Si tratta di ragazzi per lo più immigrati, ai quali bisognerebbe dare la possibilità di crescere, di avere un'educazione, una scuola che proponga un inserimento. È l'emarginazione in cui vivono che li spinge a riunirsi in branchi e a diventare aggressivi. Il problema non può essere affrontato sul piano penale, bensì attraverso progetti educativi, impegnando i ragazzi in attività costruttive. Tutto questo purtroppo non viene fatto. E aggiungerei che il decreto Caivano, che già aveva inasprito le pene, non ha portato ad alcun esito positivo”.

In realtà quel decreto ha portato un sensibile incremento dell’incarcerazione degli adolescenti. Tra la fine del 2022 e la fine del 2025 le presenze negli istituti penali minorili sono cresciute del cinquanta per cento: da 381 a 572 reclusi. Almeno dodici istituti su diciassette sono sovraffollati. Nel marzo 2025 l’81% dei minorenni in carcere si trovava in attesa di giudizio. Una percentuale impressionante che l’approvazione del nuovo disegno di legge governativo è destinata a incrementare ulteriormente.

[L'intervista a firma mia e di Isabella De Silvestro per la rubrica Libertà/Illibertà di Repubblica si trova qui e sul canale telegram DomoMea]

24/07/2026

'Indigenous Psychology and Decolonial Approaches in Latin America' offers a groundbreaking exploration of Indigenous psychological frameworks as tools of resistance, healing, and epistemological transformation in postcolonial Latin America.

Link in the comments.

22/07/2026

Oggi ricorre l'anniversario della nascita di Mohammed Masud Raza Khan (21 luglio 1924), uno degli psicoanalisti più originali e controversi del Novecento. Nato nell'allora India britannica (oggi Pakistan) e trasferitosi successivamente a Londra, si formò con Anna Freud e Donald Winnicott. I suoi contributi sullo sviluppo del Sé, sul trauma precoce e sull'importanza dell'ambiente nelle prime esperienze di vita continuano a suscitare interesse e riflessione.

In questo periodo estivo, fatto di pause e tempi più distesi, ci piace ricordarlo attraverso il saggio Come un campo lasciato a maggese, in cui descrive una condizione profondamente personale e preparatoria all'atto creativo che si verifica in uno stato di ozio ed è da intendersi come «uno stato transazionale dell'esperienza, un modo di essere caratterizzato da una quiete vigile e da una consapevolezza ricettiva, desta e sensibile» (I Sé nascosti, Bollati Boringhieri, Torino, 1990

14/07/2026

PSICOTERAPIA E CREATIVITÀ
Barrie Simmons
II puntata

La Chiara di Prumiano
Siena-novembre 1993

Stesura a cura di
Mimmo Ciavarelli

LA PRESENZA TERAPEUTICA ED I COPIONI

Molto spesso, forse sempre, giunge il momento, in una psicoterapia, in cui il paziente “comprende” che, qualcosa di importante, il terapeuta, potrebbe fare per lui. Cessa di gestire, di controllare e comincia ad affidarsi. Qualcosa abbiamo, infatti, risolto ed adesso il paziente è pronto (o comincia ad esserlo) per andare più giù, più in là, verso una profonda ristrutturazione, verso il “tuffo”, verso un impegno più consistente, verso “il grosso tentativo”.
Ed è a questo punto che viene il momento nel quale il paziente non vuole più il tuo appoggio rassicurante. Vuole sapere se tu ci sei! Vuole sapere non tanto se può fidarsi, ma se tu puoi, realmente, essergli d’aiuto.
Qualche paziente ha dei bisogni periferici, che possono essere adeguatamente soddisfatti con interventi moderatamente brevi. Ma, la maggior parte delle persone sono vissute in famiglie, che non hanno saputo insegnar loro come divenire un essere umano, come vivere in maniera soddisfacente la vita.
Se è così, aiutare il paziente in questione, significa ri-crescerlo, ri-allenarlo alla vita e all’umanità, significa ricominciare daccapo. Ciò richiede, naturalmente, che il terapeuta abbia raggiunto un minimo di risoluzione dei suoi problemi, possegga già un minimo di risposte adeguate ad essi, sia giunto ad un minimo di ristrutturazione della propria situazione, in cui anche le carenze abbiano un senso preciso e consapevole e siano affrontate con senso di realtà.
Infatti, il terapeuta, in qualche modo, può funzionare, non solo come tecnico che interviene, interpreta, amministra, provvede a raggiustamenti, ma, anche come “modello”. Modello, non tanto perché egli debba avere l’abitudine ad atteggiarsi a paradigma per un altro essere umano, ma perché “il bambino ferito”, che è nel paziente, ha un bisogno disperato di imparare come si può “essere grandi”, ha un bisogno enorme di contatto con un modello diverso da quello che ha avuto nella sua famiglia. Almeno, desidera sperare che si può cambiare modello. Una volta che tu hai avuto l’esperienza di cambiare i paradigmi, acquisito che il riferimento in cui, come essere umano, sei cresciuto (mamma o babbo), non è più il tuo principale, capisci, davvero, che è possibile cambiare modello. Poi, in un secondo momento, puoi anche superare il modello del terapeuta.
Il discorso sui “modelli” ci conduce in profondità. Con questo, non sto dicendo che non esistono adeguate situazioni in cui il contatto terapeutico è breve o superficiale, ma, “nodo” o “crocevia” della psicoterapia, rimane una profonda e ristrutturante crescita personale ed emancipazione dai modelli familiari. E’ altresì ovvio che esistono anche situazioni in cui ciò che conta non ha da fare con tecniche o teorie, né passa per una ristrutturazione della personalità. Una grave malattia, un figlio morto, un grosso scopo, orientamento di vita che ad un tratto diviene irraggiungibile, un rifiuto profondo o altre simili “tragedie”, nella vita di una persona, richiedono solo, e non meno della reazione di una “persona umana”.
Non è, inoltre, solo questione di saper fare o saper essere. C’è quello che c’è. Va vissuto e basta. Questo si chiama “presenza”.

Il terapeuta deve sapere, dentro di sé, quando la sua “presenza “ci sta. Questo è il più grande contributo che possa dare. La sua disponibilità di essere umano è indispensabile, soprattutto quando il fare terapeutico, la tecnica non servono a niente e sei un uomo davanti ad un altro uomo. Ed è perciò importante, per un terapeuta, diventare una persona piena, completa. E’ per lui il più grosso, difficile e doloroso traguardo da conquistare nel diventare e rimanere psicoterapeuta. E’, certamente, la qualità più nobile e preziosa!
Il terapeuta, quando il paziente è pronto, quando giunge “il momento del passo in più”, deve essere pronto a favorire il “movimento” del paziente.
Ma, se il terapeuta è statico, non può insegnare alcun movimento. Se è tutto preso a seguire il copione della sua formazione, se è tutto impegnato ad obbedire alle regole della sua impostazione, gli sarà evidentemente difficile aiutar qualcuno ad uscire dal suo copione di famiglia, a smettere di obbedire ai “loro ordini”, a smettere di recitare i ruoli della famiglia. Il terapeuta ha “una formazione”; il paziente ha “una formazione”. Se il terapeuta è schiavo del suo modello, il paziente è legato ad un modello ancora più schiavizzante. In tal caso, la situazione non ha sbocchi e, ciò che più conta, non è più sbloccabile. Infatti, per il terapeuta, in queste condizioni, vale la massima secondo cui nessuno può dare quel che non ha.
Un minimo di senso avrebbe, per ogni psicoterapeuta, fare, in ogni seduta, almeno una cosa che non si è mai fatto; dire un qualcosa che nella propria carriera o nella propria vita non si è mai detto. Sarà forse una cosa piccola, un quasi nulla, ma è comunque un minimo di creatività. Su questa strada, l’importante è aprirsi, fare proprio quello che si teme di più; cioè fare quello che si sta cercando di insegnare al paziente. Osare la mossa che tu stesso non capisci mentre la fai, proprio perché è questo che stai insegnando: vivere in avanti e capire indietro. Il motivo è nel fatto che, in ogni caso, è così, proprio come tu stai mostrando al tuo paziente e non c’è niente da fare.

Continua…

Questa è la seconda puntata di PSICOTERAPIA E CREATIVITÀ, un testo inedito di Barrie Simmons del 1993, fedele trascrizione di una registrazione, da me eseguita e mai resa pubblica sinora. Si tratta di una lunga conversazione durante un gruppo di formazione. Nel ventennale della sua scomparsa, sarà pubblicato a puntate. Vuole essere un omaggio al grande Maestro e decano della Gestált Therapy europea.
Mimmo Ciavarelli

Seguite tutti i prossimi appuntamenti.

Indirizzo

Sede Didattica: Fondazione Stella Maris, Viale Tirreno 331
Calambrone

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