Phlox Psicologia

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11/07/2022

Non esistono compiti da fare, rimproveri, punizioni, malumori e voti bassi.

Ecco che le famiglie riscoprirono l'esistenza di un figlio che nuota veloce, e non solo che legge lentamente, socializza con altri bambini, e non che resta indietro nei compiti per casa, ed ha voglia di viversi la propria spensieratezza, e non quella di non voler andare a scuola.

Estate: quel periodo senza la scuola dove il rapporto genitori-figli è ai suoi massimi livelli.
Ed aumentano i sorrisi, i “ti voglio bene” e gli abbracci.
Buon luglio.
Con un cordiale saluto.

Due peoposte interessanti a Piacenza
29/01/2022

Due peoposte interessanti a Piacenza

22/08/2021

LA CRISI AFGANA: PARLARNE AI BAMBINI? COME FARLO?

Prendi la mia bambina e portala via con te
Lei non avrà un domani se resta qui con me
E’ tutto ciò che ho e lanciarla oltre quel muro
cancella in un secondo il mio presente e il mio futuro
Il mio gesto disperato, lei un giorno capirà
questo è il prezzo da pagare perché viva in libertà.

Figlia mia bambina mia, vola via da questa terra
dove non c’è alcun rispetto, né diritti …. solo guerra
Il mio lanciarti oltre quel muro, nelle braccia di un soldato
è il regalo che oggi ti fa il tuo babbo disperato

Spiegare ai bambini la tragedia afghana sembra impossibile. Eppure comprendere quale tragedia e quale emergenza per l’umanità si compie in una nazione che toglie ogni diritto e libertà usando la forza delle armi e dell’integralismo religioso è troppo importante. Rimangono nel nostro cuore alcune immagini che raccontano più di mille parole la tragedia di un popolo che ha come unica colpa quella di essere nato in un luogo che è il crocevia di mille intricate contraddizioni generate all’interno di un mondo globale in cui interessi economici e politici, conflitti ideologici e religiosi invece di risolversi, sembrano complicarsi. La foto di uomini che si buttano nel vuoto dopo essersi aggrappati ai carrelli di aeroplani che decollano dall’aeroporto di Kabul spiega cos’è la disperazione di chi non trova altro modo per affermare il proprio diritto alla libertà. A me restano nel cuore, le immagini di bambini lanciati nelle braccia di soldati a cui viene implicitamente chiesto di portarli in salvo, dentro una vita nuova. Sperare per il proprio figlio un’altra vita al punto di affidarlo ad uno sconosciuto perché ne abbia cura deve essere la scelta più terribile che un genitore si trova costretto a fare. Per aiutare i nostri figli a comprendere che cosa significa essere bambino in Afghanistan, vi consiglio la visione del cartone Parvana che è disponibile anche su dvd CG Entertainment, che racconta la storia di una preadolescente undicenne, che vive a Kabul nel cuore del regime talebano, insieme alla sua famiglia. Spesso accompagna il padre al mercato locale dove oltre ad offrire le poche merci di cui sono proprietari, si propongono come lettori e scrittori a chi ha bisogno di tali servizi. In una nazione in cui il tasso di analfabetismo è altissimo e quello di scolarizzazione bassissimo (aggravato dal divieto imposto alle bambine per motivi religiosi), molte persone hanno bisogno di chi legga una lettera loro recapitata o di chi scriva una risposta ad un messaggio ricevuto da parenti lontani. Un giorno il papà di Parvana viene però arrestato. Lui era un insegnante ed un suo ex alunno lo segnala alle autorità talebane definendolo un nemico dell’Islam. Questo fatto fa precipitare la famiglia di Parvana nella povertà e nell’impossibilità di sopravvivere. Insieme a Parvana vivono una sorella maggiore ed un fratellino, oltre alla mamma. Poiché le donne non possono recarsi in pubblico e adempiere ad alcuna funziona sociale, nessuno è più in grado di muoversi per la città per fare la spesa, procurarsi il cibo per la sussistenza, adempiere a piccoli lavori retribuiti. Parvana cerca in tutti i modi di far liberare suo padre, senza successo. Poi decide di tagliarsi i capelli e cambiare abbigliamento, così da potersi muovere sulle strade di Kabul fingendo di essere un maschio. Usa per questa trasformazione i vestiti di suo fratello maggiore Sulayan, morto alcuni anni prima. Parvana torna così nel luogo del mercato dove suo padre offriva i propri servizi, si fa chiamare Aatish e per sopravvivere affronta mille sfide in una città e con un regime che non permette nulla a chi nasce femmina e che usa il potere e la forza fisica per annientare ogni forma di dissenso e di critica. Nella fatica della sua vita, Parvana però non smette mai di essere una preadolescente curiosa e coraggiosa, desiderosa di vita. La aiutano a far fronte a tutte queste difficoltà le storie che ha “ricevuto” in dono dal suo papà e che lei stessa riesce a ricreare e reinventare.
La tragedia afghana può essere raccontata attraverso la storia di Parvana. A partire dagli 8-10 anni. Anche la breve filastrocca che apre questo post può essere uno strumento con cui aiutare i nostri figli a comprendere la disperazione di un popolo disposto a tutto per riconquistare l’unico diritto inalienabile a cui ciascuno di noi aspira: la libertà.

06/08/2021

LA SINDROME DELLA PECORA NERA; QUANDO LE ASPETTATIVE DEI GENITORI DISTRUGGONO
Quando Rosemary Kennedy viene al mondo, una serie di sfortunate coincidenze portano ad una nascita complicata, con ipossia perinatale. La sofferenza cerebrale conseguente, renderà Rosemary una bambina diversamente abile con ritardo mentale e alcuni impacci sul piano motorio. Lei però appartiene ad una famiglia che vuole tutti i propri nove figli vincenti. La storia di questa bambina perciò diventa uno slalom tra le difficoltà oggettive che la sua disabilità comporta e le aspettative soggettive dei genitori che vorrebbero invece per lei un destino diverso da quello che la vita le riserva. Diventare ciò che non puoi essere: questo vorrebbero i genitori. Essere ciò che non puoi diventare: questa, ogni giorno, è “la fatica di vivere” di una bambina che sente di non poter soddisfare nemmeno una delle aspettative che gli altri nutrono su di lei. La storia di Rosemary Kennedy è tragica e sconvolgente allo stesso tempo ed esiterà in una lobotomia eseguita in modo maldestro da uno spregiudicato neurochirurgo, con l’aspettativa che Rosemary abbia un’adultità “tranquilla” e senza “colpi di testa”. Invece, vivrà sola e abbandonata. In mezzo a mille comfort. Ma sola e abbandonata. Uno dei libri che ho amato di più quest’estate è “Niente lacrime per Rosemary. La drammatica storia della Kennedy dimenticata” di Marina Marazza e Simona Capodanno (Fabbri Editori), un libro che aiuta a comprendere molto bene cos’è lo stigma che avvolge la disabilità mentale. Ma che anche racconta, come poche altre volte mi è capitato di leggere, come le aspettative “malsane” dei genitori possano danneggiare, se non rovinare per sempre, la vita dei loro figli. Spiega anche perché a volte, parlando di famiglie, si parla di “sindrome della pecora nera”: su un figlio si concentra tutta la negatività dei genitori, trasformando quel figlio in una vittima designata. Un libro sconvolgente, ma necessario. Che restituisce senso e dignità ad una vita di cui quasi nessuno sa niente e che invece contiene infinite occasioni per riflettere sul senso e il significato di aspetti fondamentali dell’esistenza che riguardano tutti. Bravissime le autrici a farci entrare nella mente di Rosemary Kennedy, ma anche in quella di tutte le persone che le sono state a fianco. Una storia che si legge come un romanzo, anche se è vita vera. Straziante, ma straordinariamente necessario.

07/05/2021

1. Il telefono appartiene a me. L’ho acquistato io. Te lo sto prestando.

2. Sarò sempre a conoscenza della password: ma non per violare la tua privacy ma per una questione di sicurezza.

3. Se suona, rispondi. È un telefono. Di’ «pronto», rispondi educatamente. Non ignorare mai una telefonata di «mamma» o «papà». Mai.

4. Consegna il telefono ad uno dei tuoi genitori ogni sera alle 20.30 se il giorno dopo c’è scuola, alle 23 se è festa. Rimarrà spento per tutta la notte e potrai riaverlo alle 7.30.

5. Il telefono non viene a scuola (solo se devi contattare qualcuno veramente). Parla con i tuoi amici di persona.

6. Se finisce nel WC, cade per terra o svanisce come per magia, sarai responsabile per i costi di riparazione o sostituzione. Userai i tuoi risparmi.

7. Non usare la tecnologia per mentire, imbrogliare, deludere un altro essere umano. Non partecipare a conversazioni che possono ferire qualcuno. Comportati da amico...anche dietro lo schermo

8. Non dire o scrivere nulla con questo dispositivo che non diresti in faccia al tuo interlocutore.

9. Non dire o scrivere nulla che non diresti ad alta voce all’altra persona se i suoi genitori fossero nella stanza. Impara a censurarti.

10. Niente p***o. Cerca in rete solo informazioni che potresti tranquillamente condividere con me. Se hai domande a proposito di qualunque argomento, chiedi ad una persona

11. Spegnilo, disattiva la suoneria, mettilo via in pubblico. Specialmente al ristorante, al cinema, o quando stai parlando con un altro essere umano.

12. Non inviare o ricevere foto delle tue parti intime o di quelle di chiunque altro. Non ridere se vedi qualcosa di "simike" di qualcuno. Prima o poi sarai tentato di farlo... ma non ridere della cattiva reputazione degli altri... piuttosto difendilo e aiutalo.

Se Infrangerai le regole? Ti confischerò il telefono.
Ci metteremo tranquilli e ne parleremo e riparleremo. Anche un milione di volete.
Impareremo insieme.
Ma ricordati: Io sto dalla tua parte!
Ma non solo: facciamo parte della stessa strada!
Il mondo di oggi cambia ad una velocità incredibile che non è sempre facile da capire... ma sono qui per affrontarlo e crescere assieme a te!

28/04/2021

«Gentilissimo professore, sono un nonno quasi ottantenne, ma mi permetto di scriverle per lo studente che sono stato e...

28/04/2021

EDUCAZIONE SESSUALE E ADOLESCENTI: NON C’E’ BISOGNO DI LEZIONI SUI S*X TOYS.

Questo è un messaggio impegnativo. Richiede almeno cinque minuti di lettura concentrata. Però penso che sia di importanza fondamentale per chi ha figli in età preadolescenziale e adolescenziale. Oggi ho letto l’ennesimo libro di educazione sessuale che mi ha lasciato veramente confuso e disorientato. Ora vi spiego perché. E lo faccio partendo da questa domanda: che cosa deve contenere un buon libro di educazione affettiva e sessuale rivolto ai ragazzi? La domanda è tutt’altro che banale. In libreria, negli ultimi mesi ne sono usciti un bel po'. Scritti da autori che appartengono alle più differenti categorie: blogger, specialisti della salute, psicologi e anche p***ostar. Veri e propri best seller, acquistati da genitori (a volte ignari, a volte confusi) che vorrebbero aiutare i loro figli a non affogare nel territorio dell’inibizione e della repressione che spesso ha connotato la crescita degli adolescenti delle generazioni passate. Oggi tutti scrivono di sessualità, parlando ai ragazzi dalla propria prospettiva e mettendo a disposizione una miscela di consigli, informazioni, spiegazioni completate (non sempre) da immagini, illustrazioni e fotografie. La cosa che mi colpisce di più è il bisogno di fornire ai giovanissimi le tecniche per ottenere il massimo dai loro atti sessuali, per arrivare al climax del piacere. Interi capitoli dedicati a posizioni e descrizioni di s*x toys quali strumenti con cui darsi e dare piacere. E’ davvero di questo che hanno bisogno i nostri figli? Mi sembra che questo tipo di approccio al tema, li spinga a considerare la sessualità una dimensione performante in cui l’orgasmo “perfetto ” rappresenta l’unico traguardo a cui puntare. In questo senso, la sessualità si trasforma in una pratica ego-riferita, dove l’altro è l’oggetto perfetto. Oggetto in carne e ossa (che mi deve far arrivare al massimo del piacere) o eventualmente in plastica, lattice, materiale naturale da usare seguendo le prescrizioni di pagine illustrative e corsi disponibili online. Personalmente, penso che ci sono due diversi approcci per fare educazione sessuale con chi cresce. Un approccio vuole insegnare a gestire l’eccitazione e quindi punta ad elevare la qualità del loro “fare sesso”. Un altro approccio invece vuole insegnare a gestire l’intimità e quindi punta ad elevare la qualità del loro “fare l’amore”. La differenza tra i due approcci non è formale, ma sostanziale. Se entri nella sessualità dalla porta dell’eccitazione, l’unica cosa che desideri è “sentire”. Quindi qualsiasi consiglio che ti aiuta a “sentire di più” diventa il benvenuto. Ma se la sessualità è qualcosa che ti serve a “sentire sempre di più”, l’altro diventa semplicemente uno strumento a disposizione del tuo piacere. E quindi, ne puoi fare quello che vuoi, anche se magari ti dice no o se è chiaramente disorientato o spaventato mentre tu – magari - sei al climax dell’eccitazione. Poi c’è la seconda porta: è quella dell’intimità. La sessualità in questo caso non serve a sentire piacere, ma ad entrare in contatto profondo con l’altro. Diventa un dispositivo emotivo e relazionale potentissimo che rende l’altro così prezioso che vuoi amarlo nel più “amorevole” dei modi, rispettando ogni suo bisogno, sentendo quello che sente lui/lei, assumendoti la responsabilità che tutto ciò che avviene tra le due persone coinvolte in un atto sessuale sia finalizzato ad avere cura dei corpi e dei cuori di entrambi. Certo, eccitazione ed intimità spesso viaggiano a braccetto in una storia in cui due persone diventano sempre più capaci di generare sintonia e sincronia nella loro vita amorosa e sessuale. Ma questo spesso rappresenta un traguardo a lungo termine, che abbisogna di un percorso fatto di scoperta lenta e progressiva, di parole che anticipano i gesti, di desiderio che chiede di essere sospeso, atteso, sognato, condiviso, prima di essere agito. Ci sono parole chiave che sono imprescindibili se si vuole essere davvero buoni educatori affettivi e sessuali per chi cresce. Per me quelle parole sono empatia, scoperta, desiderio, rispetto, responsabilità. Anche “piacere” naturalmente. Ma non solo “piacere”. E in questa lista non contemplerei mai parole come s*x toys o tecniche amatorie. So che questo genere di riflessione può generare molto pensiero divergente. Ma sono davvero preoccupato che sempre più spesso, parlando di educazione sessuale, si confonda “fare sesso” con “fare l’amore”, il bisogno di eccitazione con il bisogno di relazione e intimità, che per noi esseri umani rappresenta un bisogno primario. Prometto che in nessun mio libro, troverete mai un capitolo dedicato ai s*x toys. L’educazione sessuale in Italia resta ancora un tema tabù, che proprio perché manca di linee guida, permette a ciascuno di fare ciò che vuole o al contrario di non fare niente. La vera rivoluzione sarà renderla una disciplina che aiuta chi cresce ad “evolvere”. Qual è l’educazione sessuale che serve ai nostri figli? Quella che elenca le diverse tipologie di s*x toys o quella che integra tutte le dimensioni che appartengono alla sessualità, considerandone gli aspetti di salute, organici, emotivi, relazionali e le relative competenze che devono essere messe in gioco quando si entra in questo territorio della vita. Occorre che chi si occupa di età evolutiva, ma anche che docenti e genitori creino un’alleanza che permette di avere una chiarezza condivisa su questo tema. E che soprattutto permetta ai nostri figli di avere accesso ad un’educazione sessuale davvero rispondente ai loro bisogni di crescita. Forse – oggi più che mai - serve che pediatri e psicologi dell’età evolutiva si esprimano in tale senso. Altrimenti ci troveremo con sempre più ragazzi e ragazze che impareranno la sessualità dentro a un sito p***ografico o ad un s*xy shop. Nel mio libro “Tutto troppo presto. L’educazione sessuale dei nostri figli nell’era di Internet” (Mondadori ed.) cerco di spiegare qual è la visione di educazione sessuale e affettiva che credo sia importante proporre oggi a chi cresce. Penso che davvero questo tema rappresenti per tutti noi adulti un’emergenza educativa. Forse è meglio occuparsene. Altrimenti l’educazione sessuale diventerà sempre più una sequenza di “Sex Lessons” gestite da p***ostar e influencers.

Il dibattito è aperto. Secondo voi, i libri che parlano di s*x toys, sempre più spesso consigliati a lettori adolescenti, rappresentano la tipologia di educazione sessuale che serve ai nostri figli? Ognuno dica la sua e, se ritenete questo messaggio importante sul piano educativo, condividetelo con almeno un altro genitore e un docente di scuola secondaria di primo e secondo grado. E’ fondamentale tornare ad essere “comunità educante”.

22/01/2021

MORIRE A 10 ANNI, PER UNA SFIDA NEL SOCIAL
Quello che è successo alla bambina di Palermo, nel bagno di casa sua davanti allo specchio verrà chiarito solo in parte dalle registrazioni presenti sul suo cellulare. Purtroppo per la famiglia niente potrà riavvolgere il nastro di questo dramma consumato nella propria casa, nel luogo più sicuro per un bambino, a pochi metri dai propri genitori.
Viviamo in un ambiente digitale che ogni giorno genera infiniti messaggi sui quali è impossibile avere il controllo assoluto e chi sta crescendo impara a decodificarli nel qui ed ora dell’esperienza, senza manuali di istruzioni. Ci sono i filtri e i parental control ma il sistema si rigenera di continuo ed è difficile mantenere una zona protetta. TikTok è un social utilizzato da una moltitudine di bambini, per molti adulti è valutato come un “terreno” innocuo eppure sembra che tutta questa storia abbia avuto origine proprio qui. Purtroppo nei fatti accaduti a Palermo, una sfida estrema si è trasformata in un incidente gravissimo, segno che qualcosa è andato storto. La bambina di certo non aveva alcuna intenzione di perdere fino a questo punto il controllo di quel “gioco”. Bastava mollare la stretta e finiva tutto e invece non è andata così, è successo qualcosa che non ha permesso di tornare indietro. In preadolescenza e per tutta la prima adolescenza le neuroscienze ci dicono che il cervello ha una grande fame di sensazioni estreme. Il confine tra vita e morte smette di essere percepito in modo realistico, all’interno di sfide intraprese nella totale inesperienza che connota questa età. La tristezza di questa sfida on line è che la protagonista era sola. Se ci fosse stata un’amica con lei avrebbe potuto aiutarla, liberarla in tempo da quella stretta. L’aspetto che più degli altri deve farci riflettere è che nei social i nostri figli sono soli. Sono in contatto virtuale con centinaia e migliaia di altri follower, ma nella realtà sono soli con se stessi. Come Cappuccetto Rosso, oggi stiamo parlando – con immenso dolore – di una bambina in una foresta piena di insidie e di tentazioni sfidanti. “Ma tu ce l’hai il coraggio di farlo?”. Se qualcuno fermasse un nostro figlio per strada e gli chiedesse di stringersi una cintura al collo è molto probabile che lui gli risponderebbe “Sono mica matto”. Direbbe di no e se ne andrebbe a gambe levate per l’assurdità della proposta. On line questa sfida assurda può diventare “interessante” per una bambina. Perchè avviene all’interno di un social in cui tu ti senti “di famiglia”, perchè tanti altri tuoi amici stanno facendo lo stesso , perchè mostrando il tuo video riceverai tanti like e sentirai di aver provato a te stesso e agli altri che vali, che sei unico e speciale. Si tratti di ingredienti che ogni giorno entrano nella vita dei nostri figli e li allontanano dal principio di realtà, rendendoli incapaci di posizionare l’asticella del limite al punto giusto e in tempo utile per non fare danni. Ogni giorno, milioni di messaggi in rete rendono accettabile ciò che non lo è. Un caleidoscopio digitale di colori, suoni, grafiche fanno apparire belle, cose in realtà orribili e desensibilizzano al pericolo. Per noi genitori, sostenere la crescita dei nostri figli in un mondo che rende finto tutto è sempre più difficile. Il dolore dei genitori di Palermo oggi è il dolore di tutti i genitori.

06/12/2020

Per amore della tua salute

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Caorso
29012

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