Dott.ssa Simona Corro' psicologa-psicoterapeuta

Dott.ssa Simona Corro' psicologa-psicoterapeuta Psicoterapeuta della Gestalt
Terapeuta EMDR I e II liv. dal 2017
Lavora presso:
Servizio sociale
comunità psichiatrica ad alta intensita’ terapeutica.

Riceve a Carbonia e Sant’antioco

04/08/2026
30/06/2026

𝐋𝐚 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐭𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐞𝐝𝐞𝐭𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐧𝐨𝐧 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞: 𝐝𝐢𝐞𝐜𝐢 𝐦𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐚 𝐬𝐟𝐚𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐚𝐠𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐭𝐫𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐯𝐞𝐫𝐚.
𝑀𝑒𝑡𝑡𝑒𝑡𝑒𝑣𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑜𝑑𝑖 𝑒 𝑑𝑖𝑡𝑒𝑚𝑖 𝑛𝑒𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖: 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑙𝑢𝑜𝑔ℎ𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖 𝑎𝑣𝑒𝑡𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑡𝑜 𝑟𝑖𝑝𝑒𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜? 𝑅𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑡𝑒𝑚𝑖 𝑙𝑎 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑒𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎, 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎𝑡𝑒 𝑢𝑛 𝑙𝑖𝑘𝑒 𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑣𝑖𝑑𝑒𝑡𝑒 𝑠𝑒 𝑣𝑖 𝑣𝑎. 👍💬

Esiste l’idea che lo psichiatra sia una specie di mago triste e sciamanico che cura l’infelicità, i criminali, gli psicopatici, il disagio esistenziale ecc.

1️⃣ Primo mito: la psichiatria non cura il disagio esistenziale né le delusioni d’amore, come un cardiologo non guarisce il cuore spezzato dalle canzoni d’amore che ci ricordano la/il nostro ex. Curiamo disturbi, non la normale fatica di vivere, per quest’ultima c’è la psicoterapia quando diventa stressante.

2️⃣ Secondo mito: ci occupiamo dei criminali psicopatici. Falso. La psicopatia non è la malattia che trattiamo in ambulatorio, è incurabile, e quasi tutti i nostri pazienti non hanno nulla a che vedere con la cronaca nera. Confondere paziente e criminale è come confondere chi tossisce con un untore.

3️⃣ Terzo, il più tenace: la psichiatria fa controllo sociale, una sorta di polizia in camice. Falso, falso, falso. Il nostro compito è alleviare la sofferenza e restituire libertà, non raddrizzare le persone come fossero bulloni storti o ricoverare criminali perché “lontano dagli occhi, lontano dalla società”. Per questi c’è il carcere.

4️⃣ Quarto: gli psicofarmaci trasformano in zombi senza emozioni. Falsissimo. Una buona terapia non spegne la persona, le ridona emozioni e pensieri corretti, insomma la rimette a fuoco, come un paio di occhiali su un mondo diventato sfocato.

5️⃣ Quinto: gli antidepressivi danno dipendenza come le droghe. Stupidaggine incredibile. Non danno euforia né ricerca compulsiva, e sospesi con gradualità non lasciano schiavitù, semmai una breve eco da gestire insieme. E guariscono la malattia nella maggior parte dei casi.

6️⃣ Sesto: i pazienti sono violenti e imprevedibili. Balla sesquipedale. I dati dicono il contrario, e molto più spesso sono vittime che carnefici. La pericolosità è l’eccezione dei film, non la regola.

7️⃣ Settimo: la depressione sarebbe solo tristezza, e basterebbe reagire. Non scherzo, si sente purtroppo ancora sta’ stupidata. È come dire a un miope di sforzarsi di vedere meglio.

8️⃣ Ottavo: bisognerebbe scegliere tra farmaci e psicoterapia, come due tifoserie avverse. Falso. Spesso lavorano insieme, come le gambe che servono entrambe per camminare.

9️⃣ Nono: le malattie mentali sono rare e capitano sempre agli altri. Magari fosse vero. In realtà toccano quasi una persona su quattro nella vita, vicini di casa e noi compresi.

🔟 Decimo: i disturbi psichiatrici non sono vere malattie, e sono guaribili con la sola forza di volontà. Falso assoluto. Il cervello è un organo come gli altri, e a nessuno verrebbe in mente di chiedere al pancreas di impegnarsi di più.

In fondo la psichiatria è meno misteriosa e molto più umana di come la dipingono: si occupa di persone, non di mostri, e lavora perché chi soffre torni a vivere, non perché smetta di essere se stesso.



Voci bibliografiche.
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Chukwuma OV, Ezeani EI, Fatoye EO, Benjamin J, Okobi OE, Nwume CG, et al. A systematic review of the effect of stigmatization on psychiatric illness outcomes. Cureus. 2024;16(6):e62642.
Habeb M, Ciobanu AM, Al-Ani M, Mottershead R. Stigma in mental health: the status and future direction. Cureus. 2025;17(6):e85398.
Ahad AA, Sanchez-Gonzalez M, Junquera P. Understanding and addressing mental health stigma across cultures for improving psychiatric care: a narrative review. Cureus. 2023;15(5):e39549.
Hudon A, Perry K, Plate AS, Doucet A, Ducharme L, Djona O, et al. Navigating the maze of social media disinformation on psychiatric illness and charting paths to reliable information for mental health professionals: observational study of TikTok videos. J Med Internet Res. 2025;27:e64225.

11/06/2026

❌ 𝟏𝟎 𝐜𝐨𝐬𝐞 𝐟𝐚𝐥𝐬𝐞 𝐬𝐮𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐝𝐞𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐯𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨. 𝐄 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭à 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐮 𝐜𝐢𝐚𝐬𝐜𝐮𝐧𝐚 💊

Dopo anni di clinica e ricerca, ho cercato di raccogliere i miti più diffusi sugli antidepressivi. Dieci affermazioni false. Dieci risposte basate sull’evidenza. Iniziamo. Anche se questa lista è solo parziale.

𝟏. “𝐂𝐫𝐞𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚.”
Falso. Gli antidepressivi non producono tolleranza, craving né comportamenti compulsivi di ricerca del farmaco. Questi sono i criteri che definiscono la dipendenza. Possono dare una sindrome da sospensione se interrotti bruscamente, che è un fenomeno fisiopatologico completamente diverso. Confondere i due concetti porta molte persone a interrompere terapie efficaci con il rischio concreto di ricaduta.

𝟐. “𝐓𝐢 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢𝐭à.”
Al contrario. Quando funzionano, restituiscono la personalità che la depressione aveva oscurato. I pazienti che rispondono al trattamento descrivono quasi sempre la stessa cosa: “mi sento di nuovo me stesso.” Non qualcun altro. Sé stessi.

𝟑. “𝐅𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐬𝐞 𝐜𝐢 𝐜𝐫𝐞𝐝𝐢.”
Nessun fondamento scientifico. Gli antidepressivi agiscono su meccanismi neurobiologici misurabili: modulazione serotoninergica e noradrenergica, regolazione dell’asse dello stress, neuroplasticità ippocampale. La metanalisi di Cipriani et al. pubblicata su The Lancet nel 2018, su 522 trial e oltre 116.000 pazienti, ha confermato l’efficacia di tutti i 21 antidepressivi analizzati rispetto al placebo.

𝟒. “𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐮𝐠𝐮𝐚𝐥𝐢.”
Profondamente falso. SSRI, SNRI, triciclici, mirtazapina, trazodone, vortioxetina hanno meccanismi d’azione, profili di tollerabilità e indicazioni cliniche significativamente diversi. La scelta del farmaco dipende dalla diagnosi, dal profilo sintomatologico, dalle comorbilità e dalla storia terapeutica del paziente. Un farmaco che non ha funzionato non significa che nessun farmaco funzionerà.

𝟓. “𝐀𝐩𝐩𝐞𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐢 𝐦𝐞𝐠𝐥𝐢𝐨, 𝐥𝐢 𝐬𝐦𝐞𝐭𝐭𝐢.”
È forse la convinzione più pericolosa. Le linee guida NICE e della British Association for Psychopharmacology raccomandano di continuare il trattamento per almeno 6-12 mesi dopo la remissione nel primo episodio. La remissione sintomatica precede la normalizzazione dei circuiti neurali. Interrompere troppo presto aumenta significativamente il rischio di ricaduta.

𝟔. “𝐌𝐞𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐚𝐟𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐚𝐬𝐭𝐢𝐠𝐥𝐢𝐞.”
Nella depressione grave questa scelta semplicemente non esiste ed è pericolosa. La depressione comporta alterazioni misurabili nella neurotrasmissione e nella struttura cerebrale. Chiedere a una persona in quello stato di affrontare i problemi senza supporto farmacologico è come chiedere a qualcuno con una frattura di fare fisioterapia senza prima ridurre la frattura. Farmacoterapia e psicoterapia integrate producono risultati superiori a ciascun approccio singolo.

𝟕. “𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐩𝐢ù 𝐧𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐭𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐢𝐚𝐭𝐭𝐢𝐬𝐜𝐨𝐧𝐨 𝐞𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞.”
Una piccola percentuale di pazienti con alcuni SSRI descrive un appiattimento affettivo, fenomeno reale documentato in letteratura come “emotional blunting”. Va segnalato al medico perché è gestibile con una modifica del dosaggio o un cambio di molecola. Non è però una caratteristica universale. La maggior parte dei pazienti che risponde al trattamento descrive una normalizzazione della vita emotiva, non un impoverimento.

𝟖. “𝐀𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐮𝐢𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨.”
Richiede precisione. Nei giovani sotto i 25 anni esiste un segnale di rischio aumentato per l’ideazione suicidaria nelle prime settimane, documentato dalla FDA nel 2004, che rende il monitoraggio iniziale fondamentale in quella fascia d’età per escludere che in realtà l’episodio depressivo sia l’inizio di un disturbo bipolare. Negli adulti i dati epidemiologici mostrano l’opposto: il trattamento riduce il rischio suicidario. Fondamentale sottolineare che la depressione non trattata è uno dei principali fattori di rischio di suicidio, anche e soprattutto nei minori. Evitare il trattamento per paura aumenta il rischio reale di idee o comportamenti autolesivi.

𝟗. “𝐒𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢, 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐢 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞.”
Mai. La sospensione va sempre concordata e gestita con il medico. La riduzione graduale e progressiva del dosaggio consente nella quasi totalità dei casi di concludere il trattamento senza problemi. La gestione della sospensione è parte integrante della terapia, non un dettaglio trascurabile.

𝟏𝟎. “𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐥’𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚, 𝐬𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐚𝐬𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢.”
Questa convinzione ritarda il trattamento e contribuisce alla cronicizzazione. Gli antidepressivi sono farmaci di prima linea per la depressione moderata e grave, per il disturbo di panico, per l’ansia generalizzata, per il disturbo ossessivo-compulsivo e per il disturbo post-traumatico da stress. Aspettare che la situazione diventi abbastanza grave non è prudenza. È il risultato dello stigma, e ha un costo umano reale.

𝐿𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑖𝑛𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑠𝑢𝑔𝑙𝑖 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑓𝑎𝑟𝑚𝑎𝑐𝑖 ℎ𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑟𝑒𝑡𝑒: 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑛𝑖𝑧𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑡𝑒𝑟𝑎𝑝𝑖𝑒 𝑒𝑓𝑓𝑖𝑐𝑎𝑐𝑖, 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑟𝑜𝑚𝑝𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑎𝑢𝑡𝑜𝑛𝑜𝑚𝑖𝑎, 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑜𝑓𝑓𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛𝑢𝑡𝑖𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑛𝑛𝑖. 𝐿𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑜 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑑𝑜𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑡𝑖𝑔𝑚𝑎.

Condividete se pensate che queste cose vadano dette ad alta voce. 🙏

👇 Quale di questi miti avete sentito più spesso? Scrivetelo nei commenti.

05/06/2026

📋 𝟏𝟎 𝐜𝐨𝐬𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐭𝐫𝐢𝐚 𝐦𝐨𝐝𝐞𝐫𝐧𝐚 𝐡𝐚 𝐬𝐦𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐫𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐚 𝐮𝐧 𝐩𝐞𝐳𝐳𝐨. 𝐌𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐢, 𝐩𝐮𝐫𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨, 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚. 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐞?

𝟭. 𝗖𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗵𝗶𝘇𝗼𝗳𝗿𝗲𝗻𝗶𝗮 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗵𝗶 ❞𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗺𝘂𝗹𝘁𝗶𝗽𝗹𝗮.❞
No. La schizofrenia è un disturbo del pensiero, della percezione, delle emozioni, della cognizione. La “personalità multipla”, oggi chiamata Disturbo Dissociativo dell’Identità, è una condizione completamente diversa. La confusione è antica e ha fatto enormi danni.

𝟮. 𝗖𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗶𝗮 𝘁𝗿𝗶𝘀𝘁𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗽𝗿𝗼𝗹𝘂𝗻𝗴𝗮𝘁𝗮.
La depressione clinica è una malattia biologica complessa, con alterazioni misurabili nella neurotrasmissione, nell’infiammazione, nella struttura cerebrale. La tristezza è un’emozione normale. La depressione è tutt’altro.

𝟯. 𝗖𝗵𝗲 𝗶 𝗯𝗮𝗺𝗯𝗶𝗻𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗮𝗻𝗼 𝗮𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗶𝘀𝘁𝘂𝗿𝗯𝗶 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗶 𝘀𝗲𝗿𝗶.
Possono. E la diagnosi precoce è fondamentale. Ignorare i segnali in età evolutiva non protegge i bambini, li lascia soli con qualcosa che avrebbe potuto essere trattato.

𝟰. 𝗖𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗶𝗮 𝗲𝗹𝗲𝘁𝘁𝗿𝗼𝗰𝗼𝗻𝘃𝘂𝗹𝘀𝗶𝘃𝗮𝗻𝘁𝗲 (𝗘𝗖𝗧) 𝘀𝗶𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘁𝗼𝗿𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗺𝗲𝗱𝗶𝗲𝘃𝗮𝗹𝗲.
L’ECT moderna, effettuata in anestesia, è uno dei trattamenti più efficaci che abbiamo per alcune forme gravi di depressione, catatonia e mania resistenti. Chi l’ha ricevuta in condizioni adeguate spesso la descrive come salvavita. L’immagine da Qualcuno volò sul nido del cuculo appartiene a un’altra epoca.

𝟱. 𝗖𝗵𝗲 ❞𝗴𝘂𝗮𝗿𝗶𝗿𝗲❞ 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗵𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗺𝗮𝗶 𝗽𝗶𝘂̀ 𝘀𝗶𝗻𝘁𝗼𝗺𝗶.
In molti disturbi psichiatrici, come in molte malattie croniche, la guarigione significa imparare a gestire la propria condizione, ridurre le ricadute, mantenere una qualità di vita buona. Non è resa, è realismo clinico.

𝟲. 𝗖𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗶𝗮 𝗲 𝗶 𝗳𝗮𝗿𝗺𝗮𝗰𝗶 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗮𝗹𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘁𝗶𝘃𝗶.
Spesso sono complementari. Per molte condizioni, l’integrazione tra farmacoterapia e psicoterapia è più efficace di ciascuno dei due approcci da solo. Non è un compromesso, è la migliore medicina disponibile.

𝟳. 𝗖𝗵𝗲 𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗱𝗶𝘀𝘁𝘂𝗿𝗯𝗶 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗶 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝘀𝗲.
I dati dicono il contrario: sono più spesso vittime di violenza che autori. Lo stigma che le dipinge come pericolose è una delle principali barriere all’accesso alle cure.

𝟴. 𝗖𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗽𝗲𝗻𝗱𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗮 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗮𝗻𝘇𝗲 𝘀𝗶𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝘃𝗼𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮̀.
È un disturbo neuropsichiatrico cronico, con basi genetiche, neurobiologiche e ambientali. Si tratta. Non si supera “volendolo abbastanza.”

𝟵. 𝗖𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗵𝗶𝗮𝘁𝗿𝗶𝗮 𝗳𝗮𝗰𝗰𝗶𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗱𝗶𝗮𝗴𝗻𝗼𝘀𝗶 𝗲 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗮 𝗳𝗮𝗿𝗺𝗮𝗰𝗶.
La psichiatria contemporanea integra valutazione biologica, psicoterapia, interventi sociali, riabilitazione, lavoro con le famiglie. È molto più di un ricettario.

𝟭𝟬. 𝗖𝗵𝗲 𝗰𝗵𝗶𝗲𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗮𝗶𝘂𝘁𝗼 𝘀𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗯𝗼𝗹𝗲𝘇𝘇𝗮.
È esattamente il contrario. Riconoscere di stare male e cercare supporto richiede consapevolezza e coraggio. È uno degli atti più intelligenti che una persona possa compiere per sé stessa.

𝐶𝑜𝑛𝑑𝑖𝑣𝑖𝑑𝑒𝑡𝑒 𝑠𝑒 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑣𝑎𝑑𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑡𝑡𝑒 𝑎𝑑 𝑎𝑙𝑡𝑎 𝑣𝑜𝑐𝑒. 🙏

21/05/2026

Dalla cronaca al trauma digitale: l’impatto della riproduzione continua delle tragedie sui social network.
In questo articolo disponibile su Primocanale.it, la Dott.ssa Elisabetta Graziano, Coordinatrice del gruppo di Psicologia dell’Emergenza dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della Liguria, ha approfondito il tema del trauma collettivo e del ruolo pervasivo dei media digitali nelle grandi emergenze.
Il focus dell'intervento evidenzia come la circolazione incessante di immagini forti, video e dettagli espliciti generi un'esposizione intermittente ma costante nel feed degli utenti. Questa dinamica digitale, spesso priva di filtri e decontestualizzata, può innescare forme di traumatizzazione secondaria e rappresentazioni mentali intrusive, condizionando il benessere psicologico anche di chi non è stato coinvolto direttamente nei fatti di cronaca.
OPLiguria ribadisce l'importanza cruciale della Psicologia dell'Emergenza nella stabilizzazione precoce e nella prevenzione dei sintomi post-traumatici, richiamando al contempo la responsabilità collettiva e dei media per una comunicazione calibrata e consapevole, volta a tutelare la salute mentale della comunità.
👉 Leggi tutto l'articolo sul sito di Primocanale o tramite il link https://www.primocanale.it/sanit%C3%A0/67198-maldive-sub-social-trauma-social-psicologa-emergenza.html.
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01/03/2026

𝐍𝐞𝐮𝐫𝐨𝐧𝐢 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐢 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨: 𝐥’𝐢𝐩𝐩𝐨𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨 𝐞̀ 𝐥𝐚 ‘𝐬𝐭𝐚𝐫𝐭𝐮𝐩’ 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐮𝐨 𝐜𝐞𝐫𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨 🧠𝐁𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐨̀ 𝐩𝐞𝐫𝐨̀ 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚𝐫𝐥𝐨 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐞̀ 𝐜𝐨𝐧 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨.
𝐄 𝐯𝐨𝐢 𝐥𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚𝐭𝐞 𝐛𝐞𝐧𝐞? 𝐃𝐢𝐭𝐞𝐥𝐨 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢… 💭🗯️💬

Per decenni le neuroscienze hanno sostenuto con assoluta sicurezza una cosa sola: i che perdi non li riprendi più. Nascevi con un certo numero di cellule nervose e, come i calzini di qualità, col tempo sparivano senza possibilità di sostituzione. Poi è arrivata la ricerca sull’ippocampo e ha mandato tutto all’aria, nel senso più meraviglioso possibile.
L’ippocampo è una struttura a forma di cavalluccio marino — da cui il nome, dal greco ‘hippos’ (ἵππος) e ‘kampos’ (κάμπος) — nascosta nel lobo temporale mediale. Non è un semplice archivio: è una struttura multitasking di rara competenza. È lui che trasforma i ricordi a breve termine in memorie durature, un processo chiamato consolidamento mnesico. È lui che vi permette di orientarvi nello spazio grazie a una mappa cognitiva interna, costruita con l’aiuto delle cosiddette cellule di luogo, le ‘place cells’, scoperta che è valsa il Premio Nobel per la Medicina nel 2014. È coinvolto nella regolazione delle , nell’immaginazione di scenari futuri e persino nella capacità di contestualizzare i nel tempo. In sostanza, senza ippocampo non ricordate dove avete parcheggiato, non sapete come tornare a casa e probabilmente non riuscite nemmeno a immaginare le vacanze estive. Un danno su tutti i fronti.
Ed è anche, sorprendentemente, uno dei pochissimi posti nel adulto dove avviene ancora la neurogenesi, ovvero la produzione di neuroni nuovi di zecca. Questo processo avviene nella zona subgranulare del giro dentato, dove cellule staminali neurali danno origine a nuovi neuroni che, se tutto va bene, si integrano nei circuiti esistenti e iniziano a lavorare. Non è fantascienza: è biologia cellulare dell’ippocampo, ed è una delle scoperte più rivoluzionarie degli ultimi trent’anni.
Ma cosa favorisce questa straordinaria capacità rigenerativa? L’esercizio fisico aerobico è in cima alla lista, con un meccanismo preciso e documentato: l’attività motoria aumenta i livelli di , il Brain-Derived Neurotrophic Factor, una proteina che agisce letteralmente da fertilizzante per i neuroni, promuovendo la sopravvivenza, la crescita e la differenziazione delle nuove cellule nervose. In pratica, ogni volta che fate una corsa, state annaffiando il vostro ippocampo. Chi l’avrebbe detto che le scarpe da ginnastica fossero un dispositivo medico.
Parallelamente alla agisce la sinaptica, ovvero la capacità del cervello di modificare la forza e la struttura delle connessioni tra neuroni già esistenti. Attraverso meccanismi come la potenziazione a lungo termine (‘long term potentiation’), le sinapsi si rafforzano in risposta all’apprendimento e all’esperienza, rendendo alcuni circuiti più efficienti e veloci. Il è un maestro di questo processo: ogni nuova memoria che formate lascia una traccia strutturale reale nel tessuto nervoso.
Di converso, lo cronico è il nemico giurato di tutto questo. Il elevato in modo prolungato riduce la neurogenesi ippocampale, assottiglia i dendriti dei neuroni esistenti e compromette la plasticità sinaptica. Non è un caso che e disturbi di prolungati siano associati a una riduzione volumetrica dell’ippocampo visibile persino alle risonanze magnetiche. Buona notizia: in questi casi sia gli antidepressivi che gli stabilizzanti dell’umore possono ripristinare la neurogenesi ippocampale.
Il messaggio finale è stranamente ottimista: il cervello cambia, si adatta e si rigenera molto più di quanto pensassimo. Basta trattarlo con un minimo di rispetto.

Voci bibliografiche.
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Jang H, Weerasinghe-Mudiyanselage PDE, Moon C. Hippocampal Neuroplasticity and Adult Neurogenesis: Mechanisms and Implications. J Integr Neurosci. 2025;24(4):36128.
Toda T, Parylak SL, Linker SB, Gage FH. The role of adult hippocampal neurogenesis in brain health and disease. Mol Psychiatry. 2019;24(1):67–87.
Ohline SM, Abraham WC. Environmental enrichment effects on synaptic and cellular physiology of hippocampal neurons. Synapse. 2019;73(9):e22096.
Single A, Manthey L, Müller-Hillmann A, Dankert A, Hummel M. Exercise-induced BDNF and adult hippocampal neurogenesis: a review of the evidence. Front Neurosci. 2023;17:1210136.
Castrén E, Hen R. Neuronal plasticity and antidepressant actions. Trends Neurosci. 2013;36(5):259–67.

11/01/2026

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