13/06/2026
C’è stato un tempo in cui per conquistare qualcuno si parlava di libri letti, di viaggi desiderati, di canzoni ascoltate fino a consumarle.
Oggi, invece, la frase più usata sembra essere un’altra:
“Scusa se rispondo solo ora, sono stato sommerso di lavoro.”
E, quasi senza accorgercene, abbiamo trasformato l’occupazione permanente in uno status symbol. In pratica, secondo alcuni, essere sempre impegnati sarebbe affascinante, desiderabile, persino ammirevole. Come se la misura del nostro valore dipendesse dal numero di riunioni in agenda, dalle mail accumulate, dalle notifiche inevase e dalle ore trascorse davanti a uno schermo.
Più siamo stanchi, più sembriamo importanti.
Più siamo irreperibili, più sembriamo richiesti.
Più rinunciamo a vivere, più sembriamo vincenti.
È una strana forma di prestigio sociale.
Una sorta di aristocrazia della fatica.
Non diciamo più: “Sto bene.”
Diciamo: “Non mi fermo un attimo.”
E lo diciamo quasi con orgoglio.
Eppure c’è qualcosa di profondamente malinconico in tutto questo.
Perché il lavoro, quando diventa l’unica unità di misura della nostra esistenza, smette di essere uno strumento e diventa una gabbia. Non è il lavoro il problema. È l’idea che il lavoro possa sostituire tutto il resto.
L’amicizia.
L’amore.
La curiosità.
La contemplazione.
La noia.
Perfino il semplice diritto di perdere tempo.
Siamo arrivati al punto di dover giustificare il riposo.
Se qualcuno ci chiede cosa abbiamo fatto nel fine settimana e rispondiamo “nulla”, sembra quasi una confessione di colpa.
Come se il tempo non produttivo fosse tempo sprecato.
Ma la vita accade quasi sempre nei momenti che non producono nulla.
Una passeggiata senza meta.
Una conversazione che devia continuamente dall’argomento iniziale.
Un tramonto osservato senza fotografarlo.
Una pagina letta per piacere e non per dovere.
Un caffè che dura un’ora.
Tutte attività che il mercato considera inutili e che, guarda caso, sono quelle che ricordiamo di più.
Forse il punto non è stabilire se il lavoro sia sexy oppure no.
Forse il punto è un altro.
"Quando abbiamo deciso che una persona interessante fosse una persona occupata?:
"Quando abbiamo smesso di ammirare chi sa ascoltare, chi sa raccontare, chi sa fermarsi?"
"Quando abbiamo iniziato a confondere il successo con la saturazione?"
La cultura, da questo punto di vista, rappresenta una forma di resistenza.
Leggere un romanzo, assistere a un concerto, entrare in un teatro, osservare un quadro, sono gesti che sfuggono alla dittatura della produttività.
Non servono a nulla nel senso economico del termine. E proprio per questo servono a tutto.
Ci ricordano che non siamo macchine progettate per ottimizzare il tempo.
Siamo esseri umani progettati per abitarlo.
E forse la vera eleganza contemporanea non consiste nell’avere l’agenda piena.
Consiste nell’avere ancora uno spazio vuoto.
Uno spazio per una telefonata inattesa.
Per una persona cara.
Per un libro.
Per un pensiero.
Per sé stessi.
Perché, alla fine, non c’è niente di seducente in una vita completamente occupata.
La vera seduzione appartiene a chi riesce ancora a trovare il tempo di vivere.
(Alessandro Quarta - "La seduzione dell’agenda piena")