06/12/2025
"Quando dduje se vonno, cuento nun ce ponno"
Quando due si vogliono, cento non possono contrastarli.
È un proverbio che..diventa un’immagine efficace per descrivere la natura co-costruita del percorso terapeutico.
In terapia, nulla accade per l’azione autonoma di una sola delle parti: né il terapeuta, per quanto competente, può produrre cambiamento in un paziente che non è ingaggiato; né il paziente, per quanto motivato, può trasformarsi senza un contesto relazionale che renda possibile un nuovo modo di comprendersi.
La volontà, in questo senso, non è semplicemente “desiderio di stare meglio”: è un impegno reciproco a sostenere la relazione terapeutica come spazio terzo, diverso sia dal mondo intrapsichico del paziente sia dal mondo privato del terapeuta.
È un “volersi” che corrisponde alla scelta continua di esporsi, ascoltare, interpretare, tollerare le frustrazioni e restare dentro il processo anche quando diventa scomodo.
Quando terapeuta e paziente “si vogliono” in questo modo, quando entrambi riconoscono la relazione come strumento primario di lavoro, le pressioni esterne perdono potere.
Le resistenze, la paura del cambiamento, il sintomo che torna, le voci familiari interiorizzate, i vecchi copioni relazionali: tutti questi “cento” possono interferire, ma non possono determinare l’esito del percorso, perché è nella qualità dell’alleanza che la terapia trova la sua direzione più profonda.
La co-costruzione implica anche corresponsabilità: non nel senso morale del termine, ma nel senso generativo.
Il paziente è corresponsabile perché porta il materiale, accetta il rischio della parola e dell’ascolto.
Il terapeuta è corresponsabile perché offre contenimento, significati alternativi, movimenti relazionali diversi da quelli abituali del paziente.
La terapia esiste solo a partire da questo incontro reciproco di intenzioni.
"Volersi” significa impegnarsi a mantenere vivo quel legame che diventa capace di resistere alle resistenze. Non perché scompaiono, ma perché la relazione diventa abbastanza solida da trasformarli in materiale di lavoro.
La trasformazione, allora, non è un’accensione improvvisa e unilaterale: è il prodotto del modo in cui terapeuta e paziente si tengono all’interno del processo.