13/07/2026
Sì, il titolo è una provocazione.
E no, non penso davvero che dovremmo cancellare Instagr@m. Sarebbe anche strano detto da una persona che qui ci lavora e fa divulgazione. Anzi, credo che i social abbiano avuto un merito enorme quello di aver portato la salute mentale fuori dagli studi degli psicologi e dentro le conversazioni di tanti. E se oggi chiedere aiuto fa un po’ meno paura, è anche grazie a questo.
Quello che mi fa riflettere, però, è un’altra cosa.
Ho la sensazione che stiamo iniziando a usare la psicologia come se fosse un vocabolario di parole da ti**re fuori al momento giusto. Trauma, narcisismo, trigger, gaslighting, confini… le conosciamo tutti. Ma conoscere una parola non significa aver capito il fenomeno che descrive.
Anzi, a volte succede il contrario: più abbiamo etichette a disposizione, più ci viene voglia di usarle. E così finiamo per classificare le persone invece di provare a comprenderle.
La psicologia, invece, fa l’opposto. Ti costringe a rallentare. Ti obbliga a rinunciare alle spiegazioni facili. Ti ricorda continuamente che le persone sono molto più complesse delle categorie in cui vorremmo metterle.
Per questo la divulgazione è importante, ma ha un limite. Un reel può incuriosirti, può farti sentire meno solo, può perfino spingerti a chiedere aiuto. Ma non può insegnarti la complessità della mente umana.
Quella richiede tempo. Studio. Esperienza. E, molto spesso, la disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze.