Dott.ssa Paola Pellegriti-Psicologa

Dott.ssa Paola Pellegriti-Psicologa Psicologa Psicoterapeuta
Psicoterapia integrata della regolazione emotiva e psicosomatica
Psicoterapia trauma informed e body oriented
Terapia EMDR

20/08/2026

𝗣𝗲𝗿 𝗗𝗼𝗻𝗮𝗹𝗱 𝗪. 𝗪𝗶𝗻𝗻𝗶𝗰𝗼𝘁𝘁, 𝗲̀ 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗼 "𝘀𝗽𝗮𝘇𝗶𝗼 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲" 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗶𝗹 𝗴𝗶𝗼𝗰𝗼, 𝗹𝗮 𝗰𝗿𝗲𝗮𝘁𝗶𝘃𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗹𝐞 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝐨

Mondo interno e realtà esterna condividono uno spazio di transizione che Winnicott definisce “potential space” spazio potenziale. E’ il luogo dove si sospende la domanda “questo è reale o l’ho immaginato” ?

𝐸̀ 𝑙𝑜 𝑠𝑝𝑎𝑧𝑖𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑖𝑙 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑔𝑖𝑜𝑐𝑎, 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑎, 𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎 𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑖𝑠𝑐𝑒 𝑙𝑒𝑛𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑒́.

Quello stesso spazio continua ad accompagnarci anche nell'età adulta. È la sospensione a rendere possibile la dimensione ludica; la ritroviamo nell'arte, nella cultura, nella lettura, nella musica e in ogni esperienza che permette alla mente di creare nuovi significati.

𝐋𝐚 𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐨𝐚𝐧𝐚𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐝𝐮𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐞 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭𝐚̀ 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐜𝐨𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐝𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐯𝐢𝐜𝐞𝐧𝐝𝐚.

Centro Studi Martha Harris
Psicoanalisi, formazione, r

Immagine tratta da J. Hayward - Play and Reality di Winnicott, 1971, Tavistock Publications


Si comunica che lo studio osserverà la chiusura estiva per l’intero mese di agosto.Le attività riprenderanno regolarment...
29/07/2026

Si comunica che lo studio osserverà la chiusura estiva per l’intero mese di agosto.
Le attività riprenderanno regolarmente a partire da martedì 1° settembre.
Da tale data sarà possibile accogliere nuove richieste di consulenza e avviare nuovi percorsi psicoterapici.
Auguro a tutti una serena pausa estiva. ⛵️🌞🌊

28/06/2026

LA TERAPIA PIÙ LA PAGHI E Più FUNZIONA?

Esiste questa credenza, esiste da molto tempo e ogni terapeuta navigato rischia sempre di cadere nel tranello del: “devo ammetterlo, sembra assurdo, ma più Ron paziente paga e più lavora in terapia”. Ma è veramente così?

Intanto mi sia concesso un’incipit di scuse, quelle da rivolgere a coloro che con curiosità e cura hanno seguito questo blog da cinque anni a questa parte, attendendo ogni maledetta domenica riflessioni sulla psicoterapia da un terapeuta che si confessa come fosse un paziente.

Si, insomma, mi scuso, mi ero preso una pausa di un mese e oggi torno qui a confessare che più un paziente paga la terapia e più lavora! A questo punto qualcuno potrebbe invitarmi a continuare la mia latitanza dalla rete.

Qualcuno potrebbe chiedersi “ma chi cavolo è questo qua!”… allora mi presento: Sono uno Psicologo e uno psicoterapeuta, ho fatto il ricercatore, sono docente di psicodinamica e, dopo questo esercizio narcisistico, vi confesso la mia terapia.

No, non mi riferisco al fatto che ho fatto due terapie individuali e una di gruppo, questo è abbastanza comune, piuttosto mi riferisco al fatto che ho speso un sacco di soldi per farle.

Per brevità vi racconto solo della prima, di quella che costava sessantacinque euro a seduta. Magari bene, non all’ora, a seduta. Quarantacinque minuti di follia a un euro e quarantaquattro centesimi al minuto.

Cioè, dico! Ma ci rendiamo conto!? Quattordici euro ogni dieci minuti! Te questo, come dico a chi viene in supervisione da me, i silenzi, le elucubrazioni, i voli pindarici, le ipotesi creative… insomma tutto ciò che rischia di sfuggire alla clinica, noi psicologi dobbiamo tenerlo a bada.

In particolare, nell’uso dei sogni si deve andare all’essenziale, si devono evitare quei venti minuti di giochi interpretativi perché quei venti minuti i pazienti li pagano salati.

E pensate che ai miei sessantacinque euro bisognava aggiungere i quindici per il viaggio Rieti Roma, dov’era il mio analista, e le ore, circa sei, tra l’andare e il ve**re. E la terapia alla fine ha funzionato.

Mbè, lo confesso, non quanto avessi sperato. Oggi sono ancora pieno di nevrosi e somatizzazioni, pieno di paure e irritazioni, però mi sento decisamente meglio.

Ora le ipotesi sono due. O cerco di giustificare l’enorme capitale speso, sia di pecunia che di energie, oppure effettivamente più spendi e più funziona.

Naaa, sono pur sempre un ricercatore e il dato “più spendi più funziona” va letto e contestualizzato. Per questo farei due, di nuovo due, considerazioni.

La prima ha a che fare con quanti soldi hai. Sì perché se guadagni trentamila euro al mese e ne spendi 90 a seduta, non puoi dire che hai investito di più di chi ne guadagna millecinquencento e ne spende 50 a seduta.

Lo so che ovvio, lo so, ma l’ho detto tante volte, la psicoterapia è soprattutto la declinazione e la riabilitazione dell’ovvio. E noi terapeuti siamo pagati anche per superare l’imbarazzo di dover dire che il cielo è azzurro o grigio, che l’amore è eterno finché dura o che se sei stanco ti devi riposare.

Fatto sta che la frase sul chi più spende più lavora va relativizzata non al valore assoluto ma a quello relativo alle risorse. Io guadagnavo millecinquecento euro allora, con due figli piccoli e l’affitto. Oggi guadagno molto di più e non pago l’affitto. I figli oggi sono tre.

Si, lo so, ora siete curiosi di sapere quanto guadagno, ma per questo cercate nel blog “QUANTO SI GUADAGNA” e sarete soddisfatti. Qui, invece, direi solo di soffermarci sul fatto che spendevo più di un quinto del mio stipendio per curare la mia follia.

Sia inteso, confessiamolo di nuovo, sono andato in terapia non per formarmi ma per curarmi. Io nasco paziente e sono un terapeuta (che poi è sempre la stessa cosa), ma il punto è semplicemente che avevo investito moltissimo.

Allora la seconda considerazione va proprio in questa direzione… la parcella che sei disposto a pagare, o meglio, la parte dei soldi che sei disposto a investire, è direttamente proporzionale alle energie che vuoi mettere sul tavolo.

Si, perché dobbiamo ricordarlo, la terapia non ci fa stare bene se non siamo disposti a stare male. Stare con le nostre angosce, guardarle negli occhi, dialogare con loro e sfuggire dall’”è colpa di”… indica la terapia è faticosa.

Allora il punto forse è tutto qui, la parcella non solo definisce il setting e i ruoli, ma definisce il fatto che la terapia non è un delegare la cura ma, cari pazienti, proprio l’opposto. Molti, infatti, giungono in terapia con l’aspettativa che il terapeuta faccia lui, inventi un modo o imponga le mani per mandar via ciò che non ci piace.

Il terapeuta, invece, è un testimone attivo e di supporto, ma tutte le azioni restano del paziente. Allora quando si è disposti a spendere questo è spesso il segno del non vivere in una delega troppo corposa e difensiva.

Sì sì, lo so, questo può avve**re anche senza pagare, so anche però che l’essere disposti a investire è un indice che ha una certa attendibilità.

Insomma, il fatto che chi più spende più lavora è vero finché non è falso.

Il punto è che la terapia è faticosa e come ogni altro progetto ci chiama a partecipare attivamente, senza deleghe. O meglio, si possono fare anche le deleghe ma l’altro teorema importante è che più si delega il terapeuta e più la cura, il “farmaco” diventa una droga da cui si rischia di dipendere.

E sarà pur vero che i soldi entrano nelle tasche dei terapeuti ma, vi giuro che è così, l’investimento è sempre su se stessi.

Buona terapia e buone fatiche

Luca Urbano Blasetti

13/06/2026

La salute mentale non nasce dall’assenza di emozioni difficili ma dalla possibilità di accogliere e integrarle tutte.

11/06/2026

🌒 𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘂𝗻 𝗮𝗱𝗼𝗹𝗲𝘀𝗰𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘀𝗶 𝗿𝗶𝘁𝗶𝗿𝗮 𝗱𝗮𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼, 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿𝗲?

Il fenomeno Hikikomori non riguarda soltanto l’isolamento sociale.
A volte il ritiro può diventare un tentativo estremo di preservare uno 𝘀𝗽𝗮𝘇𝗶𝗼 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗵𝗶𝗰𝗼 percepito come troppo esposto, invaso o incomprensibile.

🚪 Dietro la chiusura nella propria stanza possono esserci:
• difficoltà nel rapporto con il corpo e lo sguardo degli altri,
• un senso di inadeguatezza difficile da nominare,
• il timore di non trovare un posto riconoscibile nel mondo,
• un sovraccarico emotivo che non riesce a trasformarsi in pensiero.

💭 In una prospettiva psicoanalitica, il sintomo non viene osservato soltanto come qualcosa da eliminare, ma come un 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗮 𝗮𝘀𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮𝗿𝗲.

Forse la domanda non è solo:
👉 “Perché si ritira?”

ma anche:
👉 “Da cosa sta cercando di proteggersi?”

🔹 Comprendere il ritiro psichico significa provare a osservare ciò che accade nello spazio interno dell’adolescente, senza ridurre tutto a comportamento o diagnosi.



𝗖𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗦𝘁𝘂𝗱𝗶 𝗠𝗮𝗿𝘁𝗵𝗮 𝗛𝗮𝗿𝗿𝗶𝘀
Psicoanalisi, ascolto, comprensione.

« Allora ho visto una scena che ricordavo nella mia mente di quando ero bambino e i ragazzi dell’isolato mi facevano gio...
04/06/2026

« Allora ho visto una scena che ricordavo nella mia mente di quando ero bambino e i ragazzi dell’isolato mi facevano giocare con loro a nascondino e toccava a me cercarli. Dopo aver contato più volte fino a dieci sulle dita, andavo a cercare gli altri. Continuavo a cercarli finché non cominciava a far freddo e a scendere l’oscurità e dovevo tornare a casa.
Ma non li trovavo mai e non riuscivo a capire perché. »

Ci vediamo questo weekend per il secondo incontro de Le stanze del Sè!

Da questa prospettiva, ogni forma di psicopatologia, per quanto estrema o elusiva (e universale), può essere concepita c...
27/05/2026

Da questa prospettiva, ogni forma di psicopatologia, per quanto estrema o elusiva (e universale), può essere concepita come espressione di una forma di autolimitazione inconscia della capacità di percepire la propria presenza viva come esseri umani. La limitazione della capacità dell’individuo di essere vivo può manifestarsi in molteplici forme: nel restringimento della gamma e della profondità dei sentimenti, del pensiero e delle sensazioni corporee, nella restrizione della vita onirica e tantastica, nel senso di irrealtà delle relazioni con se stessi e con gli altri, oppure nella compromissione della capacità di giocare, di immaginare e di usare simboli verbali e non verbali per creare/rappresentare la propria esperienza.
Noi non solo accettiamo, ma abbracciamo queste e altre limitazioni della nostra capacità di essere vivi quando la prospettiva di esistere più pienamente come esseri umani sembra implicare una forma di dolore psichico che temiamo di non poter tollerare. Abbracciando queste forme di morte psicologica, sacrifichiamo una parte di noi stessi per la sopravvivenza del tutto, ma ci accorgiamo che nel processo quel ‘tutto’ è stato privato di gran parte della sua vitalità.

T. Ogden, Reverie e interpretazione, p. 16.

15/05/2026

Tra colpa e silenzio: abitare il trauma nella relazione analitica

Il senso di colpa, in chi ha subito un abuso, non si presenta come un semplice effetto del trauma. Piuttosto, tende a costituirne il nucleo più duro, più resistente, quello che non si scioglie ma si organizza, si stabilizza, fino a diventare una sorta di punto di tenuta dell’intero assetto psichico. Non è una colpa che si pensa: è una colpa che si incista. Rimane lì, opaca, poco accessibile, e soprattutto tende a riprodursi non nel linguaggio ma nell’agito.
Il riferimento a Sándor Ferenczi resta qui decisivo. Nella confusione delle lingue il bambino, esposto a una sessualità che non può tradurre, è costretto a un’operazione radicale: per non perdere l’oggetto deve perdere se stesso. E ciò che prende forma è una colpa che non nasce da un desiderio, ma da una necessità di sopravvivenza psichica. Se qualcosa è accaduto, deve pur avere un senso — e quel senso non può che essere trovato dentro di sé.
È una colpa che protegge. Protegge da qualcosa di più radicale: dall’esperienza di essere stati completamente esposti all’altro, senza difesa, senza possibilità di sottrazione. In questo senso è meno angosciante pensarsi colpevoli che riconoscersi come oggetto.
Ma proprio perché difensiva, questa colpa è anche rigida. Non passa attraverso il lavoro della rappresentazione. Non apre alla riparazione. Si organizza piuttosto in forme ripetitive, in configurazioni in cui il soggetto torna, spesso senza saperlo, su quella stessa scena. A volte arrivando perfino a esporsi nuovamente all’abuso. Non per desiderio, ma perché quella è l’unica forma in cui la colpa può essere messa in scena, resa concreta, quasi governabile. Il concreto, in questi casi, prende il posto del pensiero.
In questa direzione, è interessante ricordare come già Sigmund Freud avesse messo in evidenza che, in alcune configurazioni, il senso di colpa può precedere l’atto e trovare nell’azione una sorta di aggancio, quasi un punto di scarica. Non è l’atto a produrre la colpa, ma la colpa a cercare una scena in cui potersi iscrivere. In questi casi, l’agito non libera, ma organizza: dà forma a qualcosa che altrimenti resterebbe diffuso, non localizzabile, non pensabile.
Si potrebbe dire, allora, che in alcune situazioni cliniche non sia tanto in gioco un senso di colpa riconosciuto, quanto qualcosa di più radicale, vicino a un bisogno di punizione che non trova rappresentazione. Ma, nel campo del trauma, questo movimento assume una qualità diversa: non si struttura come esito di un conflitto interno, bensì come tentativo di dare un limite a un’esperienza che limite non ha avuto. L’esposizione al danno, ripetuta o cercata, può allora funzionare come un modo paradossale di circoscrivere, di rendere finito ciò che, nella sua origine, è stato senza confini.
E qui diventa importante tenere presente che il trauma non è sempre un evento unico, circoscritto. Più spesso, nella clinica, ciò che incontriamo è una trama fatta di intrusioni ripetute, di microfratture, di mancate protezioni. In questo senso, il concetto di trauma cumulativo di Masud Khan aiuta a orientarsi: non è solo ciò che accade, ma ciò che non viene tenuto, non viene riconosciuto, non trova un argine. È l’accumulo che disorganizza, che scava, che erode la continuità dell’esperienza di sé. E in questa erosione la colpa attecchisce con ancora più forza, perché manca un altro che possa dire: qui qualcosa non andava.
Quando poi il tentativo di raccontare incontra incredulità, banalizzazione, oppure risposte troppo rapide, troppo correttive, si produce una seconda ferita. Il soggetto si trova nuovamente solo, non visto. E allora la colpa non solo resta, ma si irrigidisce. Diventa ancora più necessaria.
A questo livello, la questione della memoria diventa centrale. Non sempre ciò che è stato vissuto è disponibile al ricordo. Più spesso si tratta di tracce che non hanno trovato accesso alla rappresentazione e che rimangono come iscrizioni implicite, corporee, affettive. La rimozione, così come pensata da Sigmund Freud, non esaurisce queste configurazioni: accanto a ciò che è stato rimosso, vi è ciò che non è mai stato pienamente registrato come esperienza pensabile. Si potrebbe dire che, nel trauma precoce, più che una dimenticanza, siamo di fronte a una forma di amnesia che non cancella ma sottrae alla possibilità di narrazione. Ciò che non può essere ricordato tende allora a ritornare sotto forma di sensazioni, di stati, di agiti. In questo senso, il “ritorno del rimosso” assume qui una qualità diversa: non tanto il riemergere di un contenuto dimenticato, quanto l’insistenza di qualcosa che non è mai stato davvero pensato.
È proprio in questo spazio — tra ciò che non si ricorda e ciò che non si può ancora pensare — che la colpa trova una delle sue forme più tenaci di organizzazione.
Nel lavoro analitico questo punto è estremamente delicato. Perché la colpa non pensata tende a riattivarsi nel transfert. Non sempre in modo evidente. A volte attraverso piccoli spostamenti, richieste implicite, movimenti che mettono alla prova il setting, che sfiorano il confine, che cercano — senza dirlo — una risposta dall’analista. Altre volte in forme più manifeste, in cui il paziente sembra spingere verso una scena, verso un agito.
Il rischio è che il pensiero venga saturato. Che la seduta si chiuda. Che qualcosa venga fatto invece che pensato.
Ed è qui che il controtransfert diventa un punto sensibile. L’analista può sentirsi tirato dentro: spinto a proteggere, a interve**re, a chiarire. Oppure può sentirsi confuso, irritato, impotente. A volte anche lui rischia un restringimento del campo mentale, come se la violenza entrasse nella stanza non come contenuto, ma come modalità. Come urgenza.
Il controtransfert con pazienti che hanno subito abusi si organizza spesso attorno a una tensione difficile da sostenere: da un lato il bisogno dell’analista di non invadere, di non forzare, di non riprodurre una pressione traumatica; dall’altro il rischio, altrettanto reale, di ritirarsi troppo, di rifugiarsi in un’interpretazione “pulita”, formalmente corretta ma affettivamente distante, che lascia il paziente nuovamente solo nella sua esperienza.
In questi casi, il pericolo non è soltanto tecnico ma profondamente clinico: l’interpretazione distanziata può diventare una forma raffinata di ripetizione traumatica. Il paziente, che ha vissuto una condizione di passività forzata, può ritrovarsi di nuovo in una scena in cui qualcosa accade “su di lui” senza che vi sia un reale incontro. L’analista parla, interpreta, magari coglie anche elementi corretti, ma resta fuori. E questo “fuori” rischia di essere vissuto come una nuova forma di abbandono.
Il controtransfert è allora segnato da movimenti oscillatori: una spinta a proteggere, a riparare, che può condurre a un eccesso di cautela o a una sospensione del lavoro interpretativo; oppure, al contrario, un irrigidimento tecnico, una sorta di rifugio nella teoria che difende l’analista dall’impatto emotivo della violenza. In entrambi i casi, ciò che rischia di perdersi è la possibilità di una presenza affettivamente implicata ma non intrusiva.
Il nodo clinico riguarda la passività. Il paziente abusato ha conosciuto una passività imposta, spesso confusa con forme di coinvolgimento o eccitazione. Se l’analista, per timore, si ritrae troppo, può inconsapevolmente confermare quella posizione: il paziente resta solo con qualcosa che accade dentro di lui ma che non trova un interlocutore vivo. Allo stesso tempo, un intervento troppo diretto o precoce può essere vissuto come una nuova intrusione.
Si tratta allora di una posizione estremamente delicata: una presenza capace di sostare. Non invadere, ma neppure ritirarsi. Non sapere troppo in fretta, ma neanche lasciare il paziente senza un segno di partecipazione psichica.
In questa prospettiva, il controtransfert diventa uno strumento essenziale. Le sensazioni dell’analista — disagio, tensione, senso di impotenza, talvolta distanza — non sono semplicemente reazioni da controllare, ma possono costituire la prima forma in cui l’esperienza non rappresentata del paziente trova un luogo. In questa linea si colloca il contributo di Jean Laplanche, che ha messo in evidenza come l’esperienza traumatica, soprattutto quando legata all’intrusione dell’altro, trovi nel corpo e nella relazione le sue prime modalità di iscrizione e di riattivazione. In questa stessa direzione, nei miei lavori ho sottolineato come il corpo — anche quello dell’analista — diventi luogo sensibile in cui il trauma si rende percepibile prima ancora che pensabile.
Il rischio maggiore è che l’analista non tolleri questi stati e si difenda: o attraverso un eccesso di distanza, o attraverso una vicinanza che resta dichiarata ma non trasformativa. Il lavoro richiede invece di attraversare questa zona senza riempirla troppo rapidamente.
In termini più radicali, il paziente abusato sembra porre all’analista una domanda implicita: puoi restare in contatto con ciò che è accaduto senza trasformarlo subito, senza sottrarti, senza ripeterlo?
La risposta non è mai data una volta per tutte. Si costruisce nel tempo, nei dettagli, nei micro-movimenti della relazione. Quando questo accade, qualcosa della passività traumatica può lentamente modificarsi: non più solo una condizione subita, ma un’esperienza che può cominciare a trovare un luogo condiviso.
Il lavoro allora non è opporsi frontalmente alla colpa, né rassicurare il paziente. Sarebbe un modo, anche questo, per chiudere troppo presto. Si tratta piuttosto di sostare. Di mantenere aperto uno spazio in cui ciò che tende all’agito possa, lentamente, trovare una forma pensabile. Di tollerare il non sapere, senza riempirlo.
E, allo stesso tempo, di non restare soli. Perché questi materiali, se non condivisi e pensati, possono saturare anche la mente dell’analista, irrigidirla, o spingerla verso risposte difensive. Il pensiero, qui, ha bisogno di appoggiarsi: nella supervisione, nel confronto, nel lavoro comune. Non per alleggerire il caso, ma per renderlo pensabile.
Il movimento che si cerca di sostenere non è quello di cancellare la colpa, ma di sottrarla alla necessità della ripetizione. Quando può essere avvicinata, nominata, attraversata, smette lentamente di imporsi come unica modalità di organizzazione dell’esperienza. Non si tratta di una liberazione improvvisa, ma di uno spostamento progressivo: da qualcosa che accade nel fare, a qualcosa che può cominciare a esistere nel pensiero. È in questo scarto, minimo ma decisivo, che si apre la possibilità di un lavoro trasformativo.
da Prolegomeni alla psicoanalisi
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA (associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)
ph: Francesca Tilio

A volte bastano una storia e uno spazio sicuro come misura della profondità a cui si è in grado di accedere. Nel primo i...
13/05/2026

A volte bastano una storia e uno spazio sicuro come misura della profondità a cui si è in grado di accedere.

Nel primo incontro di Le Stanze del Sé, “I miei stupidi intenti” è stato un’inaspettata porta di ingresso per entrare in contatto con ciò che ci abita e che spesso non ha parole parole.

Leggiamo e, mentre crediamo di seguire la narrazione di qualcun altro, inciampiamo nella nostra. Nelle nostre contraddizioni, nei desideri che non sappiamo nominare, nelle parti che teniamo ai margini perché troppo scomode o troppo vere.

Abbiamo parlato di “stupide” intenzioni, di istinto e ragione, di animale e umano, di lasciare tracce immortali di noi che sopravvivano alla nostra (finita) esistenza, di coscienza come fonte di libertà e di dolore, delle diverse forme di amore (sano e non), di bisogno di appartenenza, di autenticità e vero sè e di sopravvivenza emotiva.

Il gruppo, allora, diventa uno spazio raro e co-costruito, perché permette qualcosa che nella vita quotidiana accade sempre meno: essere visti senza dover essere diversi da ciò che si è.

Questo è solo l’inizio. Le Stanze del Sé continueranno ad aprirsi, incontro dopo incontro, per esplorare nuove storie e nuovi parti del sé di questo condominio interiore di cui tutti noi siamo perfetti rappresentanti.

Il prossimo appuntamento sarà con “Fiori per Algernon” di Daniel Keyes: un altro viaggio potente dentro i temi dell’identità, di intelligenza, del cambiamento e del bisogno di essere riconosciuti.

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