Dott.ssa Maria Rosaria Rita Grisiglione psicologa-psicoterapeuta

  • Casa
  • Italia
  • Catania
  • Dott.ssa Maria Rosaria Rita Grisiglione psicologa-psicoterapeuta

Dott.ssa Maria Rosaria Rita Grisiglione psicologa-psicoterapeuta Psicologa - psicoterapeuta AT. Master II liv. Psicologia giuridica, infanzia, DCA, sessuologa clinica Adolescenti e adulti, coppie e gruppi. Sessuologa clinica.

La dott.ssa Grisiglione, psicologa e psicoterapeuta abilitata ed iscritta all'OPRS della Sicilia, si occupa di disturbi d'ansia, dello sviluppo e dell'apprendimento, delle dipendenze.

20/08/2026

SEI DONNE IN POCHI GIORNI. CHIAMATELE PER NOME. ERANO LE NOSTRE SORELLE.

Maria D’Alessandro.
Tania Terrin.
Ornella Forastefano.
Michela Rubiu.
Joanna Rouissi.
Carmela Bifano.

Fermatevi un momento a leggere questi nomi.

Non scorrete oltre come se fossero l’ennesima notizia di cronaca nera. Non trasformatele subito in una statistica, in un titolo, in quel numero che domani verrà sostituito da un altro numero.
Erano donne. Erano persone. Erano le nostre sorelle.
E in pochissimi giorni sono morte una dopo l’altra.

Maria D’Alessandro aveva 75 anni. È stata uccisa a coltellate nella sua casa, nel Beneventano, il giorno di Ferragosto. L’uomo accusato di averla uccisa è suo marito.

Tania Terrin aveva 39 anni. Aveva denunciato il suo ex compagno. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, quell’uomo aveva già tentato di strangolarla mesi prima. Tania aveva fatto ciò che continuiamo a dire alle donne di fare: aveva riconosciuto il pericolo, aveva denunciato, aveva cercato di difendersi. Non è bastato. È stata uccisa nella sua casa.

Ornella Forastefano aveva 46 anni. È morta dopo essere stata brutalmente aggredita ed essere arrivata in condizioni disperate davanti all’ospedale di Trebisacce. Il compagno è stato fermato mentre si trovava al porto di Bari.

Michela Rubiu aveva 47 anni. A luglio era stata raggiunta alla testa da un colpo di pi***la esploso dal marito. È rimasta per settimane in ospedale senza riprendere conoscenza. Il 17 agosto è morta.

Poi Joanna Rouissi,uccisa a Colleferro. Cinquant’anni. Uccisa a coltellate nella propria casa. Il marito ha confessato. In quella casa c’era anche uno dei loro figli.

E poi Carmela Bifano, 72 anni, trovata morta in un terreno di famiglia a Corigliano-Rossano, con gravissime lesioni alla testa. Il marito è stato fermato dagli investigatori.

Sei donne.

Sei vite. Sei storie. Sei famiglie devastate.

E allora diventa davvero difficile continuare ad ascoltare chi sostiene che il femminicidio sia un’invenzione ideologica, che non esista una violenza specifica contro le donne, che parlare di patriarcato significhi accusare indiscriminatamente tutti gli uomini.

No.

Parlare di femminicidio significa guardare il fenomeno per ciò che è.

Non significa sostenere che ogni omicidio di una donna sia automaticamente un femminicidio. Significa riconoscere una dinamica che ritorna con una frequenza impressionante: donne uccise dentro relazioni affettive, da mariti, compagni ed ex; donne sulle quali qualcuno ha pensato di poter continuare a esercitare possesso, dominio e controllo.

E soprattutto significa smettere di raccontare queste morti come una successione inspiegabile di uomini che improvvisamente “impazziscono”.
Non sono sei meteoriti caduti casualmente sulla Terra.

Sono storie diverse, con circostanze diverse, responsabilità che devono essere accertate individualmente e percorsi giudiziari differenti. Ma quando uno stesso schema continua a ripetersi, una società seria ha il dovere di interrogarsi anche sulle sue radici culturali.

Perché dietro la violenza di genere esiste ancora un’idea antica e durissima da sradicare: che la donna all’interno della relazione sia, almeno in parte, qualcosa che appartiene all’uomo.

Che possa essere controllata.

Che debba rendere conto.

Che non possa semplicemente decidere di andarsene.

Che un rifiuto sia un’umiliazione.

Che la fine di una relazione rappresenti una perdita intollerabile di potere.

È qui che entra in gioco il patriarcato.

Non come slogan. Non come insulto rivolto agli uomini. Ma come sistema culturale di aspettative, ruoli e rapporti di potere che per secoli ha insegnato agli uomini che forza, dominio e controllo fossero attributi della mascolinità e alle donne che sopportare, accudire e perdonare fossero attributi della femminilità.

La maggioranza degli uomini non uccide le donne. È evidente.

Ma proprio per questo combattere quella cultura non significa combattere gli uomini.

Significa chiedere agli uomini di essere parte della soluzione.

Significa insegnare ai bambini che un “no” non diminuisce il loro valore. Che essere lasciati fa male, ma non concede alcun diritto sull’altra persona. Che la gelosia non è amore. Che controllare il telefono non è amore. Che decidere come una compagna debba vestirsi non è protezione. Che isolarla dagli amici non significa tenerci a lei. Che minacciare di uccidersi se lei se ne va non è disperazione romantica: è ricatto.

E significa insegnare alle bambine che l’amore non deve fare paura.

Che non devono salvare nessuno.

Che non devono sopportare per dimostrare di amare.

Che nessun uomo possiede il loro corpo, il loro tempo, la loro libertà o la loro vita.

Ma soprattutto dobbiamo smettere di scaricare sulle donne l’intero peso della propria sopravvivenza.

“Perché non lo ha lasciato?”

“Perché non ha denunciato?”

“Perché è tornata da lui?”

“Perché non se n’è accorta prima?”

Tania aveva denunciato.

E oggi Tania non c’è più.

Dovremmo ricordarcelo ogni volta che trasformiamo la vittima nell’imputata del proprio femminicidio.
Una donna può chiedere aiuto, può denunciare, può andarsene, può nascondersi, può cambiare numero di telefono. Ma una società civile non può limitarsi a consegnarle un elenco di comportamenti da adottare sperando che riesca a salvarsi.
La responsabilità di non essere uccisa non può essere della donna che rischia di essere uccisa.
Servono prevenzione, educazione affettiva, formazione degli operatori, valutazione seria del rischio, protezione tempestiva delle vittime, centri antiviolenza adeguatamente finanziati, strumenti giudiziari efficaci e una cultura capace di riconoscere la violenza molto prima che arrivi il ca****re.

Perché il femminicidio quasi mai comincia il giorno in cui una donna muore.

Prima possono esserci controllo, isolamento, umiliazioni, minacce, stalking, aggressioni, strangolamenti non fatali, violenza economica, persecuzioni.
Il femminicidio può essere l’ultimo atto di una storia di violenza, non il primo.
Ed è proprio lì, prima dell’ultimo atto, che dobbiamo imparare a intervenire.

Oggi però voglio soprattutto restituire loro quello che la cronaca rischia di portare via: il nome.

Maria.

Tania.

Ornella.

Michela.

Joanna.

Carmela.

Non “sei donne uccise”.

Maria D’Alessandro.
Tania Terrin.
Ornella Forastefano.
Michela Rubiu.
Joanna.
Carmela Bifano.

Erano madri, figlie, amiche, colleghe, vicine di casa. Erano persone che avevano programmi, abitudini, affetti, paure, desideri. La loro esistenza era infinitamente più grande dell’ultimo istante della loro vita.

Io le chiamo sorelle perché la violenza contro una donna riguarda tutte noi.

Perché ogni volta che una donna viene uccisa in quanto donna, dentro una relazione trasformata in possesso e dominio, qualcosa riguarda anche chi rimane.

E non voglio abituarmi.

Non voglio che ci abituiamo.

Non voglio che tra qualche giorno questi sei nomi vengano dimenticati aspettando il prossimo.

Erano le nostre sorelle.

E a una sorella morta non dobbiamo soltanto il dolore di un giorno.

Dobbiamo memoria.

Dobbiamo verità.

E soprattutto dobbiamo fare tutto ciò che è possibile perché nessun’altra donna debba aggiungere il proprio nome a questa lista.

Foto:
Iosonocaino

https://www.instagram.com/p/DcMC-JMg-XM/?igsh=ZTF1Ynp0OXd0Mmw1

15/08/2026

L'estate è anche un tempo per rallentare, ritrovare equilibrio, dedicare spazio a sé stessi e alle persone che amiamo.

Buon Ferragosto a tutte le psicologhe e gli psicologi, e a tutte le persone che ci seguono, dal Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi.

Ricordo il caso e il dolore per i due bambini uccisi. In questi giorni l'adescamento di un minorenne a Catania, pedofilo...
11/08/2026

Ricordo il caso e il dolore per i due bambini uccisi. In questi giorni l'adescamento di un minorenne a Catania, pedofilo arrestato per abusi sessuali.

LUIGI CHIATTI: COSA E' SUCCESSO DOPO LA FINE DELLA PENA
Nel settembre del 2015, Luigi Chiatti ha ufficialmente terminato di scontare la sua condanna a trent'anni di reclusione. Per la giustizia italiana, il suo "conto" con il carcere era chiuso. Eppure, il giorno in cui avrebbe dovuto varcare i cancelli della prigione da uomo libero, la realtà è stata ben diversa.
Anziché tornare in libertà, Chiatti è stato immediatamente trasferito in una REMS (Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza) in Sardegna. Il motivo è semplice quanto inquietante: i periti e i giudici hanno stabilito che, nonostante avesse scontato ogni singolo giorno della pena inflittagli, la sua pericolosità sociale non era venuta meno. Il carcere non lo aveva riabilitato né trasformato; aveva solo fatto passare il tempo. Da allora vive in questo limbo a tempo indeterminato, una custodia che viene prorogata di anno in anno in base alle valutazioni psichiatriche.
Profilo psicologico: La mente di Chiatti oggi tra carcere e REMS
Analizzare la psicologia di Luigi Chiatti partendo da questo epilogo — ovvero dal passaggio dal carcere duro a una struttura psichiatrica blindata — ci restituisce il ritratto di una personalità profondamente rigida, impermeabile al tempo e incapace di una vera evoluzione interiore.
1. L'assenza di un "prima" e di un "dopo" emotivo
La caratteristica più disarmante di Chiatti, emersa fin dalle sue prime confessioni e cristallizzata nei decenni, è la totale dissociazione affettiva. Per lui, i crimini commessi non sono mai stati vissuti attraverso il filtro del rimorso o della colpa. Quando ha finito di scontare la pena nel 2015, non c'è stato alcun percorso di maturazione o consapevolezza del dolore inflitto. La sua psiche è rimasta ibernata: i decenni trascorsi dietro le sbarre non lo hanno cambiato, lo hanno semplicemente fatto invecchiare.
2. Il fallimento del concetto di "fine pena" per i disturbi di personalità
Il caso di Chiatti dimostra il limite strutturale del sistema giudiziario quando si scontra con certe patologie della personalità. Il carcere ha una funzione punitiva e, teoricamente, rieducativa. Ma come si ried EDUCATION una mente che non possiede i binari emotivi dell'empatia? Chiatti non è un malato psichiatrico nel senso comune (non soffre di deliri o allucinazioni che i farmaci possono spegnere): il suo è un disturbo profondo del carattere e della struttura dell'Io. Per questo motivo, l'uscita dal carcere non poteva coincidere con il ritorno alla libertà: la sua mente è rimasta esattamente la stessa che nel 1992 e nel 1993 pianificò quegli omicidi.
3. Dalla ribalta mediatica all'oblio clinico
Negli anni Novanta, il processo a Chiatti fu un evento mediatico di portata nazionale. Per una personalità con tratti narcisistici, essere al centro dell'attenzione — seppur nel ruolo del "mostro" — rappresentava una forma distorta di potere e di esistenza. Oggi, la realtà della REMS rappresenta l'esatto opposto: la cancellazione totale. Vivere in una struttura protetta, lontano da tutto, significa essere ridotti a un mero "caso clinico" da monitorare con freddi test e relazioni periodiche. Per una struttura di personalità come la sua, questo isolamento perpetuo, privo di qualsiasi palcoscenico, è forse la massima espressione di quell'inutilità sociale che la sua mente aveva cercato disperatamente di compensare con la violenza in età giovanile.

AUTOPSIA DI UN DOLORECi sono dolori che passano.E altri che, prima di lasciarci andare, chiedono di essere guardati da v...
08/08/2026

AUTOPSIA DI UN DOLORE
Ci sono dolori che passano.
E altri che, prima di lasciarci andare, chiedono di essere guardati da vicino.
Ho scritto Autopsia di un dolore entrando proprio lì: nelle ferite, nei legami, nelle assenze e in tutto ciò che continuiamo ad amare anche quando fa male.
È un romanzo, ma dentro c’è una domanda che appartiene a molti di noi:
quanto di ciò che abbiamo perduto continua a vivere dentro di noi?
Aurora ha la sua risposta.
Forse, leggendo la sua storia, qualcuno troverà anche un frammento della propria.
📖 AUTOPSIA DI UN DOLORE
di Sarah Grisiglione
Algra Editore
Non sempre si guarisce dimenticando.
A volte si guarisce riuscendo finalmente a guardare.

Ancora!!!!
08/08/2026

Ancora!!!!

03/08/2026

Assurdo

Come mi viziate!❤️
02/08/2026

Come mi viziate!❤️

Lavorare nonostante tutto😂
01/08/2026

Lavorare nonostante tutto
😂

30/07/2026

Ancora amiche che mi scrivono dopo avere letto di Aurora.
Grazie Rosalba Malizia

Buongiorno cara Sarah, buongiorno Aurora e le sue anime. Nelle pieghe di questa estate eccessiva ho finalmente finito di leggere questa tua fatica. Ci ho trovato dentro tanto di te e della sostanza delle donne intorno a noi. Ci ho messo solo qualche giorno a finirlo e come accade per i libri che mi colpiscono, ho avuto tanta fretta di arrivare alla fine. Scioccante ma forse l'unica possibile per rendere questa tua creatura unica è irripetibile. Il tuo stile si sta arricchendo e quindi l'attesa per qualcosa di nuovo è ancora più impellente. Con affetto Rosalba 🩷

29/07/2026

Ancora feedback meravigliosi!! Grazie Emanuela Petix

Cara Sarah, oggi ho divorato il tuo libro " Autopsia di un dolore"!! Come ben sai ci vuole il momento giusto per scrivere e usualmente è necessario il momento giusto anche per leggere. Che dire!?! La storia è veramente avvicente, narrata con una dovizia di particolari e di immagini " nostre" che mi hanno stregato!! Sinceramente ... non ti credevo così BRAVA!!
Ho colto tanto di te, la tua professione, i tuoi luoghi, il tuo amato Massimo, la tua ( ma anche mia) amica Lisa , la tua emotività e sensibilità...
Ho iniziato a leggere intorno a mezzogiorno e con le pause di madre/moglie/ figlia ,ho terminato intorno alle 22:30... Dovevo finirlo e questo mi capita solo con le letture che mi piacciono tanto. Ancora complimenti, spero prima della fine di quest'estate di vederti e congratularmi con te personalmente. BRAVISSIMA, continua così...

Indirizzo

Via Padova 70
Catania
95127

Orario di apertura

Lunedì 15:00 - 19:00
Martedì 15:00 - 17:00
Mercoledì 15:00 - 20:00
Giovedì 16:00 - 18:00
Venerdì 09:00 - 12:00

Telefono

+393471718367

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott.ssa Maria Rosaria Rita Grisiglione psicologa-psicoterapeuta pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi

Digitare