20/08/2026
SEI DONNE IN POCHI GIORNI. CHIAMATELE PER NOME. ERANO LE NOSTRE SORELLE.
Maria D’Alessandro.
Tania Terrin.
Ornella Forastefano.
Michela Rubiu.
Joanna Rouissi.
Carmela Bifano.
Fermatevi un momento a leggere questi nomi.
Non scorrete oltre come se fossero l’ennesima notizia di cronaca nera. Non trasformatele subito in una statistica, in un titolo, in quel numero che domani verrà sostituito da un altro numero.
Erano donne. Erano persone. Erano le nostre sorelle.
E in pochissimi giorni sono morte una dopo l’altra.
Maria D’Alessandro aveva 75 anni. È stata uccisa a coltellate nella sua casa, nel Beneventano, il giorno di Ferragosto. L’uomo accusato di averla uccisa è suo marito.
Tania Terrin aveva 39 anni. Aveva denunciato il suo ex compagno. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, quell’uomo aveva già tentato di strangolarla mesi prima. Tania aveva fatto ciò che continuiamo a dire alle donne di fare: aveva riconosciuto il pericolo, aveva denunciato, aveva cercato di difendersi. Non è bastato. È stata uccisa nella sua casa.
Ornella Forastefano aveva 46 anni. È morta dopo essere stata brutalmente aggredita ed essere arrivata in condizioni disperate davanti all’ospedale di Trebisacce. Il compagno è stato fermato mentre si trovava al porto di Bari.
Michela Rubiu aveva 47 anni. A luglio era stata raggiunta alla testa da un colpo di pi***la esploso dal marito. È rimasta per settimane in ospedale senza riprendere conoscenza. Il 17 agosto è morta.
Poi Joanna Rouissi,uccisa a Colleferro. Cinquant’anni. Uccisa a coltellate nella propria casa. Il marito ha confessato. In quella casa c’era anche uno dei loro figli.
E poi Carmela Bifano, 72 anni, trovata morta in un terreno di famiglia a Corigliano-Rossano, con gravissime lesioni alla testa. Il marito è stato fermato dagli investigatori.
Sei donne.
Sei vite. Sei storie. Sei famiglie devastate.
E allora diventa davvero difficile continuare ad ascoltare chi sostiene che il femminicidio sia un’invenzione ideologica, che non esista una violenza specifica contro le donne, che parlare di patriarcato significhi accusare indiscriminatamente tutti gli uomini.
No.
Parlare di femminicidio significa guardare il fenomeno per ciò che è.
Non significa sostenere che ogni omicidio di una donna sia automaticamente un femminicidio. Significa riconoscere una dinamica che ritorna con una frequenza impressionante: donne uccise dentro relazioni affettive, da mariti, compagni ed ex; donne sulle quali qualcuno ha pensato di poter continuare a esercitare possesso, dominio e controllo.
E soprattutto significa smettere di raccontare queste morti come una successione inspiegabile di uomini che improvvisamente “impazziscono”.
Non sono sei meteoriti caduti casualmente sulla Terra.
Sono storie diverse, con circostanze diverse, responsabilità che devono essere accertate individualmente e percorsi giudiziari differenti. Ma quando uno stesso schema continua a ripetersi, una società seria ha il dovere di interrogarsi anche sulle sue radici culturali.
Perché dietro la violenza di genere esiste ancora un’idea antica e durissima da sradicare: che la donna all’interno della relazione sia, almeno in parte, qualcosa che appartiene all’uomo.
Che possa essere controllata.
Che debba rendere conto.
Che non possa semplicemente decidere di andarsene.
Che un rifiuto sia un’umiliazione.
Che la fine di una relazione rappresenti una perdita intollerabile di potere.
È qui che entra in gioco il patriarcato.
Non come slogan. Non come insulto rivolto agli uomini. Ma come sistema culturale di aspettative, ruoli e rapporti di potere che per secoli ha insegnato agli uomini che forza, dominio e controllo fossero attributi della mascolinità e alle donne che sopportare, accudire e perdonare fossero attributi della femminilità.
La maggioranza degli uomini non uccide le donne. È evidente.
Ma proprio per questo combattere quella cultura non significa combattere gli uomini.
Significa chiedere agli uomini di essere parte della soluzione.
Significa insegnare ai bambini che un “no” non diminuisce il loro valore. Che essere lasciati fa male, ma non concede alcun diritto sull’altra persona. Che la gelosia non è amore. Che controllare il telefono non è amore. Che decidere come una compagna debba vestirsi non è protezione. Che isolarla dagli amici non significa tenerci a lei. Che minacciare di uccidersi se lei se ne va non è disperazione romantica: è ricatto.
E significa insegnare alle bambine che l’amore non deve fare paura.
Che non devono salvare nessuno.
Che non devono sopportare per dimostrare di amare.
Che nessun uomo possiede il loro corpo, il loro tempo, la loro libertà o la loro vita.
Ma soprattutto dobbiamo smettere di scaricare sulle donne l’intero peso della propria sopravvivenza.
“Perché non lo ha lasciato?”
“Perché non ha denunciato?”
“Perché è tornata da lui?”
“Perché non se n’è accorta prima?”
Tania aveva denunciato.
E oggi Tania non c’è più.
Dovremmo ricordarcelo ogni volta che trasformiamo la vittima nell’imputata del proprio femminicidio.
Una donna può chiedere aiuto, può denunciare, può andarsene, può nascondersi, può cambiare numero di telefono. Ma una società civile non può limitarsi a consegnarle un elenco di comportamenti da adottare sperando che riesca a salvarsi.
La responsabilità di non essere uccisa non può essere della donna che rischia di essere uccisa.
Servono prevenzione, educazione affettiva, formazione degli operatori, valutazione seria del rischio, protezione tempestiva delle vittime, centri antiviolenza adeguatamente finanziati, strumenti giudiziari efficaci e una cultura capace di riconoscere la violenza molto prima che arrivi il ca****re.
Perché il femminicidio quasi mai comincia il giorno in cui una donna muore.
Prima possono esserci controllo, isolamento, umiliazioni, minacce, stalking, aggressioni, strangolamenti non fatali, violenza economica, persecuzioni.
Il femminicidio può essere l’ultimo atto di una storia di violenza, non il primo.
Ed è proprio lì, prima dell’ultimo atto, che dobbiamo imparare a intervenire.
Oggi però voglio soprattutto restituire loro quello che la cronaca rischia di portare via: il nome.
Maria.
Tania.
Ornella.
Michela.
Joanna.
Carmela.
Non “sei donne uccise”.
Maria D’Alessandro.
Tania Terrin.
Ornella Forastefano.
Michela Rubiu.
Joanna.
Carmela Bifano.
Erano madri, figlie, amiche, colleghe, vicine di casa. Erano persone che avevano programmi, abitudini, affetti, paure, desideri. La loro esistenza era infinitamente più grande dell’ultimo istante della loro vita.
Io le chiamo sorelle perché la violenza contro una donna riguarda tutte noi.
Perché ogni volta che una donna viene uccisa in quanto donna, dentro una relazione trasformata in possesso e dominio, qualcosa riguarda anche chi rimane.
E non voglio abituarmi.
Non voglio che ci abituiamo.
Non voglio che tra qualche giorno questi sei nomi vengano dimenticati aspettando il prossimo.
Erano le nostre sorelle.
E a una sorella morta non dobbiamo soltanto il dolore di un giorno.
Dobbiamo memoria.
Dobbiamo verità.
E soprattutto dobbiamo fare tutto ciò che è possibile perché nessun’altra donna debba aggiungere il proprio nome a questa lista.
Foto:
Iosonocaino
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