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PsicoHumana Perchè la psicologia? Perchè il benessere emotivo, relazionale, psicologico, esistenziale è un d

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13/12/2025

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In Spagna i femminicidi sono diminuiti del 30% nell’arco di vent’anni, grazie a un insieme di politiche pubbliche, interventi strutturali e programmi educativi che hanno trasformato profondamente l’approccio alla violenza di genere. Il 2024 si è chiuso con 47 donne uccise, il dato più basso dal 2003, confermando una tendenza consolidata.

Secondo Graciela Atencio, giornalista e fondatrice dell’osservatorio Feminicidio.net, la svolta risale al 2004, anno di entrata in vigore della legge quadro sulla violenza di genere: un risultato che dimostra che «le politiche pubbliche sono importanti, funzionano e le leggi marcano un cambio di paradigma». Una riduzione graduale, che però richiede costante attenzione davanti all’emergere di nuovi fattori di rischio. La diminuzione non è omogenea in tutto il Paese: alcune regioni, tra cui l’Andalusia, hanno registrato aumenti nel 2023. Per Atencio questi dati «richiedono un appello alle istituzioni pubbliche» e un’analisi più approfondita delle cause locali. Ma il quadro complessivo resta quello di un calo continuo, sostenuto da misure coordinate sul piano normativo, sociale e culturale.

A confermare il peso dei provvedimenti strutturali è Giulia Selmi, sociologa dell’Università di Parma e studiosa delle politiche di prevenzione. In un’intervista al Corriere della Sera, Selmi ricorda che il modello spagnolo si fonda su un’azione multilivello: «La Spagna vent’anni fa ha fatto una legge quadro: un approccio strutturale alla violenza, che ha la scuola come uno dei suoi assi fondamentali, ma anche la comunicazione sui media, l’accesso alla giustizia, la formazione degli ordini professionali e il sostegno al lavoro delle donne. Tutto questo ha ridotto i femminicidi in maniera significativa». Per la sociologa, si tratta di un percorso lungo, tuttora in evoluzione, ma che indica una «tendenza netta al cambiamento che noi in Italia non abbiamo».

Un ruolo decisivo, ribadisce Selmi, lo ha avuto anche l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva, oggi sostenuta da numerosi studi internazionali: «Tutte le ricerche, lo certifica anche l’Unesco, mostrano che l’educazione sessuo-affettiva è uno degli elementi che concorrono a contrastare la cultura della violenza». Un contributo che non agisce in modo immediato, ma che si integra con altri interventi di lungo periodo.

Il confronto con l’Italia resta al centro del dibattito. La Camera ha approvato in prima lettura il ddl Valditara, che introduce l’educazione sessuo-affettiva e il consenso informato a scuola, ma solo dalle medie e con il via libera delle famiglie. Una scelta che, secondo Selmi, rischia di indebolire l’efficacia dello strumento. «La ministra Roccella sostiene che nei Paesi dove c’è educazione sessuo-affettiva i femminicidi non sono diminuiti. Ma la violenza maschile contro le donne ha tante forme, di cui il femminicidio è solo l’apice», osserva. La Spagna, conclude, dimostra il contrario: «E non possiamo averla se pensiamo che il contrasto alla violenza di genere sia subordinato alle opinioni delle famiglie o degli individui».

Foto credit: Marcos del Mazo/Getty Images

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A novembre riprendo la mia consueta attività di divulgazione e sensibilizzazione sul tema della violenza di genere. Chi volesse partecipare è il/la benvenut*!!!

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Ogni uomo un cartello. Ogni cartello un diritto violato di una donna o un luogo comune sui generi. Come la scritta cancellata ‘gli uomini non fanno i lavori ...

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26/10/2025

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E aggiungo…da anni lavoro dentro questi scenari, li studio, li analizzo e li documento in aula di giustizia davanti ai giudici.

Ecco perché lo dico chiaramente: non denunciare non significa “non voler uscire”, significa essere intrappolate in una gabbia psicologica costruita con metodo e precisione chirurgica da chi esercita il controllo.

Dietro ogni donna che non denuncia c’è una strategia manipolatoria strutturata, un percorso fatto di annientamento progressivo dell’identità, di isolamento relazionale, di distruzione della percezione di sé e del proprio valore.

La vittima arriva a credere che non possa sopravvivere senza il suo carnefice, che non verrà creduta, che sarà punita se osa parlare.

È la dipendenza traumatica, un legame tossico che funziona come una sostanza e alterna fasi di violenza a momenti di pseudo-tenerezza, che generano confusione, ambivalenza e paralisi decisionale.

Questo è ciò che noi operatori del settore — psicologi, criminologi, forze dell’ordine, sanitari, assistenti sociali — conosciamo perfettamente.

Non è un mistero, è letteratura scientifica consolidata, è esperienza quotidiana.

E allora mi domando, anzi domando a voce alta:
com’è possibile che ancora oggi, nel 2025, davanti a una donna che arriva al pronto soccorso o in un consultorio con i segni evidenti di una coercizione psicologica o fisica, non scatti automaticamente il Codice Rosso?
Com’è possibile che, di fronte a chi trova il coraggio di chiedere aiuto — anche senza formalizzare una denuncia, come spesso accade nelle prime fasi di disvelamento — nessuno muova un dito, nessuno attivi una segnalazione, nessuno costruisca una rete di protezione immediata?

Non ci sono scuse, non esiste l’alibi dell’ignoranza perché queste dinamiche sono note, studiate, insegnate nei corsi di formazione, presenti nei protocolli.

Chi lavora nei distretti sanitari, negli ospedali, nei consultori sa benissimo che una donna che arriva spaventata, esitante, con un linguaggio frammentato e una narrazione confusa, non è una donna poco chiara, è una donna terrorizzata, una donna manipolata, una donna che sta cercando di sopravvivere.

E allora sì, è inaccettabile — profondamente inaccettabile — leggere che tutti gli indicatori di rischio c’erano, che la situazione era nota, che il Codice Rosso andava attivato, e scoprire invece che non è stato fatto nulla.
Nulla.
Nemmeno un tentativo di protezione minima.

È ora di finirla con le omissioni camuffate da burocrazia.
Quando una donna chiede aiuto, anche solo con gli occhi, quel momento è il punto di svolta.

Se lo perdiamo, la perdiamo.

E a quel punto, nessuna relazione, nessun verbale, nessun convegno, nessuna panchina, nessuna fisccolata potrà restituirle la vita che abbiamo lasciato che il suo carnefice le strappasse via.

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26/07/2025

In collaborazione con il canale Io Odio Matt ecco la prima delle interviste sui temi delle relazioni disfunzionali e della violenza di genere.
Grazie a Matteo per la sua collaborazione e il suo interesse per questi temi importanti!

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Dai un'occhiata al video di IO ODIO MAT.

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26/05/2025

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Il presente modulo è riservato ai medici e al personale sanitario iscritto agli ordini professionali e servirà per mandare la lettera non solo firmata "Sanitari per Gaza", ma anche con le singole firme di ogni professionista aderente. DI SEGUITO IL TESTO A CUI ADERIRE "Noi operatori sanitari (medi...

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