05/07/2026
𝐂𝐀𝐑𝐏𝐄 𝐃𝐈𝐄𝐌
Ci sono persone che in terapia ci sono entrate in punta di piedi.
Con il cuore stretto e la paura di scoprire cosa c’è sotto la pelle delle abitudini. E poi, piano piano, hanno cominciato a respirare aria nuova. A mettere nomi dove prima c’erano solo nodi. A trovare la voce dentro il silenzio.
Perché la psicoterapia, quando funziona, non è una guarigione improvvisa, è un ritorno lento, ma autentico, a se stessi. È la scoperta che si può toccare il dolore senza più averne terrore.
Poi c’è chi l’ha fatta e non ne ha tratto beneficio. Chi è uscito da quelle stanze più confuso di prima, più arrabbiato, più solo. A volte capita (purtroppo).
Non tutti gli incontri curano, non tutti i tempi coincidono. Ci vuole il terapeuta giusto, certo. Ma ci vuole anche il coraggio di restare, di farsi attraversare da ciò che si scopre.
E se non accade, se qualcosa non si muove, non è un vero fallimento, è un tentativo, una tappa del viaggio, una porta che non si è ancora aperta ma che esiste e se e quando si vorrà nuovamente tentare potrebbe aprirsi.
E poi c’è chi ci riesce, chi trova il terapeuta giusto al momento giusto, chi finalmente sente che qualcosa dentro di sé si scioglie. Non perché sparisce il dolore, ma perché cambia forma. Diventa conoscenza, diventa forza. E da quel punto in poi niente è più come prima.
E c’è anche chi, magari anni dopo, ci riprova. Con un’altra persona, in un altro tempo, con un’altra consapevolezza. E scopre che ciò che una volta sembrava inutile, oggi può essere il filo che ricuce. Perché non esiste un solo momento per guarire, esistono tempi diversi in cui la stessa verità si lascia finalmente toccare.
C’è chi ha iniziato e poi ha interrotto. Per paura, per soldi, per fatica, per vergogna, per troppa verità. Perché a volte, proprio quando cominciamo a vedere noi stessi per davvero, arriva la voglia di scappare. La mente ci dice “basta”, il corpo si chiude e l’animo ci chiede tregua. Ma anche fermarsi parla di noi, dice “ho bisogno di tempo”, “non sono pronto”, “questa parte di me mi fa ancora troppo male”.
E va bene così.
La terapia non è una linea retta, molto spesso è più simile ad un respiro irregolare.
C’è chi la vorrebbe fare ma non può permetterselo. Chi la guarda da lontano, come si guarda una casa con le luci accese, senza potervi entrare. E questo è un dolore che meriterebbe più voce, più spazio e più giustizia. Perché la salute mentale non dovrebbe essere un lusso. Dovrebbe essere una possibilità per tutti.
E poi c’è chi crede di non averne bisogno. Chi dice “sto bene”, “me la cavo da solo”, “non ho tempo per queste cose”. E forse è vero. O forse è solo il modo più elegante per non dover guardare le proprie crepe. Perché entrare in terapia significa ammettere di non avere tutte le risposte. E non tutti riescono a farlo senza sentirsi deboli.
La psicoterapia non è per tutti, ma parla a tutti. È una scelta e non una moda. È un atto di coraggio e non di fragilità. È dire: “Non voglio più sopravvivere nella mia storia. Voglio viverla, anche se mi fa male.” E alla fine, chi ci è passato lo sa: non esci “guarito”. Esci più vero. Più vicino alla tua ferita, ma anche alla tua vita.
Perché in fondo, quello che cerchiamo tutti (chi la fa, chi la lascia, chi la teme, chi la nega…) è solo un posto dentro di noi dove poter stare senza più dover scappare.
E probabilmente, ognuno di noi si ritroverà in uno di questi frammenti. In una stanza, in un silenzio, in una fuga o in un ritorno.
Perché la terapia non è solo cura, spesso è riconoscersi per la prima volta e questo per alcuni è un miracolo, per altri un incubo.
Ma, qualunque sia la strada, ciò che conta è che da qualche parte, in mezzo alle paure, alle pause, ai tentativi e ai ritorni, c’è sempre un piccolo passo verso noi stessi. Perché guarire non vuol dire diventare nuovi, è semplicemente smettere di scappare da ciò che si è.
Dott.ssa Denise Carlino
Psicologa Psicoterapeuta Gruppoanalista
Cento (FE)
Cell. 349 4035669