Dott.ssa Giuliana Maggio - Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Giuliana Maggio - Psicologa Psicoterapeuta Psicologa Psicoterapeuta a Cernusco sul Naviglio e Milano città
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L’EMDR (eye movement desensization and reprocessing) è considerato il metodo terapeutico d’elezione per il trattamento d...
14/12/2021

L’EMDR (eye movement desensization and reprocessing) è considerato il metodo terapeutico d’elezione per il trattamento del trauma psicologico. Nato da una casuale scoperta alla fine degli anni ‘80, è stato nel corso dei decenni successivi sottoposto ad intensa sperimentazione e ricerca e gode oggi di solide basi scientifiche.
Nelle scorse settimane abbiamo approfondito insieme su Instagram cosa intendiamo per trauma in psicologia e abbiamo visto come gli eventi traumatici vengano immagazzinati in memoria così come sono, senza essere sottoposti cioè a un processo di elaborazione. L’evento negativo vissuto è infatti connotato da una condizione di pericolo che porta il nostro cervello a produrre in quel momento adrenalina e cortisolo: quest’ultimo fissa il ricordo così com’è, isolandolo e non permettendone l’integrazione con reti neurali più adattive.
L’EMDR consente al cervello di elaborare il ricordo traumatico attraverso i movimenti oculari, i quali comportano una rapida progressione di connessioni intrapsichiche come emozioni, insights, sensazioni e altri ricordi. Si creano così connessioni neurali nuove e più adattive: il ricordo non è più isolato, ma adeguatamente integrato in una rete mnemonica più ampia. Quindi, in altre parole, elaborato.
Il ricordo dell’evento negativo certamente resta, ma essendo stato sottoposto a un processo di desensibilizzazione e rielaborazione, non comporta più ripercussioni negative sul presente: è visto e considerato attraverso una prospettiva nuova e adulta.
La salute mentale, infatti, è legata a esperienze positive e a esperienze negative (perché non possiamo certamente impedire che accadano) elaborate.
Nelle storie in evidenza sul tema ritrovate il tutto in maniera un po’ più articolata. Se non le avete seguite correte a dare un’occhiata (profilo IG )!

Settimana scorsa nelle storie di Instagram abbiamo parlato della sindrome dell’impostore.È una condizione psicologica ne...
23/11/2021

Settimana scorsa nelle storie di Instagram abbiamo parlato della sindrome dell’impostore.
È una condizione psicologica nella quale si è incapaci di riconoscere e interiorizzare i propri successi, tanto che si vive nel timore di essere in qualche modo fasulli. Degli impostori, appunto. Queste persone per potersi sentire effettivamente capaci e sicure non ammettono alcuna crepa sulla propria immagine di se’ e sentono di dover essere perfette. Ma dato che perfetti è impossibile esserlo, ogni risultato ottenuto viene visto come la conferma di non essere effettivamente all'altezza, solo perché si discosta dalla perfezione. Ci si sente, quindi, sempre mai abbastanza.
Le origini della faccenda sono antiche e le ritroviamo nelle prime relazioni di cura. Ne abbiamo parlato nelle stories sul tema e potete andare a ripescarle sul profilo IG.
Chi ha la sindrome dell’impostore tende a ragionare per estremi: tutto/nulla, bianco/nero. Se non sono perfetto, allora sono incapace. No! Possiamo imparare a riconoscerci nelle sfumature del grigio. Possiamo imparare a riconoscere il nostro contributo nei traguardi raggiunti e possiamo lavorare sulle radici del nostro dover essere sempre perfetti. Uno sguardo al passato ci aiuta a comprendere dove questi meccanismi sono nati e perchè oggi continuiamo a mantenerli.
A cosa ci servono? Per chi c’è bisogno di essere perfetti? Che cosa significa per noi effettivamente esserlo? E qual è il costo?

Il mio lunedì inizia così. Dopo un intenso week end di formazione che mi ha vista diventare terapeuta emdr di primo live...
22/11/2021

Il mio lunedì inizia così. Dopo un intenso week end di formazione che mi ha vista diventare terapeuta emdr di primo livello. Mi porto a casa una nuova metodologia terapeutica da poter integrare e inserire nella mia cassetta degli attrezzi clinici, ma soprattutto un bel senso di entusiasmo. Stanca? Sì. Ma più carica di prima. Ci voleva. Con nuove prospettive che si aprono davanti. Cosa mi aspetta ora? Sicuramente ho bisogno di interiorizzare e familiarizzare col protocollo emdr e, perché no, capire come poterlo integrare all’interno delle mie terapie. Nuovi possibili gruppi di supervisione in partenza, e il secondo livello che mi attende a fine febbraio.
Una nuova sfida quindi!
Tornando a questo lunedì di pioggia invece, le terapie del pomeriggio e della settimana mi aspettano, quindi ora riporto subito la testa lì. Oggi, tra l’altro, mi aspetta anche la terza dose di vaccino!
E il vostro week end com’è andato?
Buon inizio di settimana a tutti!

Da quest'anno ho lasciato il lavoro nelle scuole e mi dedico totalmente a fare la psicoterapeuta: a fare cioè il mio lav...
19/10/2021

Da quest'anno ho lasciato il lavoro nelle scuole e mi dedico totalmente a fare la psicoterapeuta: a fare cioè il mio lavoro, il lavoro che più mi appassiona e gratifica. Per quanto lo ami e mi nutra profondamente, ho una grande responsabilità: la salute mentale delle persone che scelgono di affidarsi a me. Di conseguenza il lavoro non si esaurisce mai nell'ora di terapia ma prosegue sempre dietro le quinte: attraverso una supervisione, mediante il consulto coi colleghi o banalmente dei manuali o attraverso il ragionamento clinico che mi consente di attuare gli interventi terapeutici più adatti. Aver lasciato la scuola mi permette quindi di avere il tempo per focalizzarmi totalmente sulle terapie e per farlo al meglio. Non mancano poi, quando riesco e in base al tempo disponibile, i momenti formativi: corsi, seminari, letture… Pezzo fondamentale nella mia professione. In questo momento quindi sono completamente dedita ai miei pazienti negli studi di Cernusco e Milano e le terapie procedono sempre. Ma non mancano le nuove idee: sto lavorando con la mia collega Francesca a un nascente e imminente progetto al poliambulatorio YouCare, che riguarda un intervento psicoeducativo ad un gruppo di adolescenti.. è quasi in partenza e, se si concretizza, ve ne parlo a breve!
Tra settembre e ottobre diverse terapie sono giunte e stanno per giungere alla loro conclusione. Alcuni pazienti che seguo da tempo stanno per terminare… Li vedrò ancora solo per una o due sedute. La soddisfazione per un esito terapeutico favorevole si affianca alla gioia che provo nel vedere stare bene la persona che ho di fronte. La gratitudine che il paziente mi porta, mi riempie. Ma ogni volta la conclusione, seppur positiva e quindi sperata, implica separazione. Non posso negare l'ambivalenza emotiva che sento. La relazione terapeutica è una relazione autentica, genuina, quindi non potrebbe essere diversamente.
Intanto, diverse altre terapie sono nel pieno del loro svolgimento e dunque intensamente al lavoro. È il momento che preferisco all'interno di un percorso: quando le cose iniziano a sbloccarsi, il/la mi* paziente è al lavoro, inizia il cambiamento e le sedute sono davvero molto intense.
E poi ci sono i nuovi arrivi. In questo momento diverse persone mi stanno contattando per intraprendere una psicoterapia. Quindi nuovi incontri, nuovi percorsi insieme…
I nuovi incontri mi colpiscono sempre moltissimo. Una persona mai vista prima entra nella stanza di terapia e mi racconta aspetti della propria vita così personali, così delicati, profondi e alle volte dolorosi. Fin da subito si crea una connessione intensa e protetta, e io mi sento grata per quell'incontro così unico, per essere la depositaria di racconti privati e preziosi, per poter vivere ogni giorno quell’intensa dose di umanità.

6 settembre: giornata mondiale contro la procrastinazione. Ne avevamo sentito parlare? Assolutamente no! Ma di procrasti...
07/09/2021

6 settembre: giornata mondiale contro la procrastinazione. Ne avevamo sentito parlare? Assolutamente no! Ma di procrastinazione invece sì: quante volte ci troviamo a rimandare un compito, una scelta, un’incombenza?
In psicologia la procrastinazione è definita come una decisione volontaria di rimandare un’azione importante, sostituendola con attività di minore importanza, ma più piacevoli.
Si tratta tuttavia di un autoinganno: il sollievo è effimero, momentaneo, dopodiché il carico di lavoro (o mentale) aumenta, e con esso anche lo stress.
La procrastinazione è una forma di evitamento che risponde al bisogno di gestire uno stato emotivo spiacevole. Alla base, dunque, c’è una difficoltà nella regolazione emotiva.
Ma perché procrastiniamo? Lo abbiamo visto insieme nelle storie Instagram sul tema (che salvo tra quelle in evidenza sul profilo, le ritrovate lì). Alla base può esserci un senso di inadeguatezza, di insicurezza, dal quale deriva la paura di fallire, o al contrario può derivare dalla paura di farcela, di avere successo (procrastinare diventa un autosabotaggio). Può avere a che fare col senso di responsabilità (quando il treno sarà passato non dovremo più scegliere e allora sentiremo il sollievo legato a un senso di deresponsabilizzazione). Può derivare dalla tendenza ad avere ambizioni velleitarie, oppure può determinarsi a partire da un ideale perfezionistico.
Ma attenzione, prima di problematizzare: tutti rimandiamo decisioni o incombenze faticose. Se questa tendenza NON si presenta in modo intenso, pervasivo e prolungato, se non causa sofferenza soggettiva e se realizziamo che non comporta un costo importante sulla nostra vita, allora fa parte della normalità. Capita a tutti di non trovare le energie, non riuscire a essere produttivi in un dato momento, o di avere bisogno di più tempo del solito per prendere una decisione importante. Questo è assolutamente normale… e dovremmo imparare a legittimarcelo!
In caso contrario invece (oppure semplicemente se ne sentiamo l’esigenza) un percorso di psicoterapia può aiutarci a comprendere le cause della nostra tendenza a procrastinare e a trovare modi più funzionali per il nostro benessere.

Nell'ultima settimana abbiamo approfondito il tema della depressione.La depressione non è un semplice stato emotivo, ben...
02/08/2021

Nell'ultima settimana abbiamo approfondito il tema della depressione.
La depressione non è un semplice stato emotivo, bensì una patologia che coinvolge la persona a tutto tondo: a livello emotivo, cognitivo, somatico, comportamentale e relazionale. Sono presenti intensi stati di insoddisfazione e tristezza e manca la capacità di provare piacere nelle comuni attività quotidiane. Si vive in una costante condizione di malumore, con pensieri negativi e pessimisti circa se stessi e il proprio futuro. Perdita di interesse e motivazione per le attività quotidiane così come l'incapacità di provare piacere sono all’ordine del giorno, ma anche perdita di concentrazione e astenia sono caratteristiche tipiche di uno stato depressivo.
Come per ogni forma di psicopatologia, l'origine è a livello bio-psico-sociale. Alcune persone sono infatti maggiormente predisposte allo sviluppo di patologie depressive, ma le svilupperanno solo in presenza di alcuni fattori ambientali. Questi ultimi riguardano alcuni eventi ed esperienze che, in persone predisposte, possono causare depressione. Quali?
Abbiamo visto come possono esserci eventi oggettivamente negativi e stressanti (perdite, lutti, separazioni…), ma non sono solo gli eventi stressanti in senso negativo che possono fungere da fattori scatenanti. Anche stressors positivi, come la nascita di un figlio, una laurea, la pensione, una convivenza, possono essere vissuti in modo ambivalente ed essere all’origine di uno stato depressivo.
Nelle storie sul tema salvate sul profilo Instagram ne parliamo meglio, approfondendo anche l’intervento terapeutico e un tipo particolare di disturbo dell’umore, il Disturbo Disforico premestruale, condizione riconosciuta nei manuali diagnostici.

Sembra scontato, ma non lo è. Tutt’altro.Gli attacchi di panico sono accompagnati dalla paura di morire e questo pensier...
13/07/2021

Sembra scontato, ma non lo è. Tutt’altro.
Gli attacchi di panico sono accompagnati dalla paura di morire e questo pensiero non fa altro che generare ulteriore ansia tenendo in vita così l’attacco di panico stesso.
Si crea un circolo vizioso: ansia, pensiero “sto morendo”/“posso morire”/“sento il cuore che batte, mi verrà un infarto” (ecc…), ulteriore ansia dovuta a questo pensiero e così via: il circolo si è innescato.
Ma di ansia non si muore, e questo dobbiamo dircelo! L’ansia è come un’onda, quando arriva ci travolge, ma poi passa, passa sempre, e si tratta di un’emozione. Non è mai morto nessuno per un’emozione (per quanto faticosa e portatrice di intensa sofferenza soggettiva sia, intendiamoci!).
Ma riconoscerlo e riuscire a dirsi “è “solo” ansia”, “non è mai morto nessuno d’ansia” nei momenti in cui s’innesca, ci aiuta a stare sulla realtà e a non immaginare scenari catastrofici non realistici che creano il circolo vizioso di cui sopra. Al contrario, aiutano ad interromperlo.

Quanto spesso parlo, in terapia, del grigio?Incontro di frequente nei miei pazienti la tendenza a leggere la realtà in m...
15/04/2021

Quanto spesso parlo, in terapia, del grigio?
Incontro di frequente nei miei pazienti la tendenza a leggere la realtà in modo assolutistico e polarizzato. Queste visioni bianco/nero, zero/cento, tutto o nulla, sono di per se’ fallaci nella considerazione della realtà in quanto parziali, incomplete, non realistiche, nella misura in cui non sono comprensive di tutti i dati di realtà, ma solo di una parte di essi. La tendenza a leggere la realtà in questi termini può comportare emozioni negative e modalità comportamentali disfunzionali per il proprio benessere.
Tra il bianco e il nero, tuttavia, c’è una bellissima serie di sfumature di grigi. I grigi fanno da ponte tra le due polarità e permettono di leggere quel che ci accade in modo più adeguato, globale e integrato, in una parola... più realistico.
Cosa ne pensate? Anche voi tendete a leggere la realtà in bianco o nero oppure considerate più spesso l’esistenza del grigio?
Si ringrazia la Lessie per essersi prestata nella foto a mostrarci la bellezza delle sfumature del grigio. 😄

La psicoterapia secondo voi.Qualche giorno fa vi ho chiesto come avreste descritto un percorso di psicoterapia e mi avet...
12/04/2021

La psicoterapia secondo voi.
Qualche giorno fa vi ho chiesto come avreste descritto un percorso di psicoterapia e mi avete risposto con pensieri bellissimi. Li ho raccolti in questo post:
“Come un cambio di stagione, apri i cassetti in disordine, li chiudi in ordine”, “un percorso di riscoperta e rinascita: tortuoso, ma sicuramente appagante”, “un viaggio alla scoperta di me stessa, con nuova consapevolezza e accettazione”, “riempire la mia cassetta degli attrezzi con oggetti a me utili e imparare a usarli al meglio”, “levarsi uno zaino pieno di sassi dalla schiena”, “la più grande scommessa d’amore verso se stessi”.
“È come se avessi rimesso in ordine la mia libreria nella cameretta del passato. Ho tirato giù tutti i libri, li ho sfogliati, quelli sgualciti li ho "curati", ad altri che erano solo appunti e diari ho dato un giusto titolo, quello che mancava. Ho amato e dato valore a ogni passo dei libri che raccontavano la mia vita. Una volta finito di sistemare, sotto quel mucchio di libri e appunti, guardandomi le mani, ho trovato me. Ero solo offuscata, infognata in un caos accumulato, ma ora quella confusione ha una sua logica, perché ho smesso di giudicarla, facendo l'esatto opposto... L'ho osservata semplicemente per com'era e, l'ho compresa! Ho capito quanto è importante dare valore a ogni emozione. Mi soffermo a sentirla. L'accetto e poi capisco. Ora non sono più offuscata, adesso vedo. Anche se percorro strade che non conosco, ho a fuoco i miei sogni, i miei sentimenti, i miei desideri”.
Curare ferite del passato, prendersi cura di se’, amarsi e ricentrarsi, comprendersi, mettersi a fuoco, rimettere in ordine i pezzi, accettarsi e accogliersi, riconoscersi un valore, dare dei significati, e ancora cambiare, crescere, attrezzarsi, evolversi, liberarsi, ripartire.
La psicoterapia è un ampliamento delle strade percorribili, delle porte da aprire, delle possibilità di scelta.
Mediante la relazione, essa stessa parte della cura e veicolo delle tecniche terapeutiche, avviene quel cambiamento che si evince dai vostri pensieri, avviene la cura, la sintomatologia rientra, si raggiunge un maggior grado di benessere, la vita riprende.

Essere in quarantena: come potersi aiutare?Paura, ansia, rabbia, tristezza: scoprirsi positivi al Covid comporta persona...
29/03/2021

Essere in quarantena: come potersi aiutare?
Paura, ansia, rabbia, tristezza: scoprirsi positivi al Covid comporta personali e intense reazioni emotive. Improvvisamente ci si ritrova in una condizione di passività, nella misura in cui si subisce una malattia, si subisce un isolamento forzato e si resta in attesa di esito negativo al tampone. È inevitabile dunque dover tollerare l'attesa e la frustrazione, così come un certo grado di passività, nonché il naturale sconforto che, umanamente, si può provare.
Ma come è possibile, all'interno di questa imposta condizione di passività, recuperare un certo grado di attività, teso a restituirci una quota di potere?
- Ricordiamoci che la percezione della realtà può cambiare molto nel momento in cui proviamo emozioni negative. È utile dunque provare a strutturare un pensiero realistico orientato al presente evitando di anticipare negativamente il futuro (che, lo ricordiamo, non ci è dato conoscere). Un consiglio pratico è quello di tentare semplici tecniche di rilassamento (per esempio concentrandoci per 5/10 minuti su un respiro lento e regolare).
- Teniamo a mente poi che le emozioni provate sono del tutto legittime e normali: possono trovare espressione, accoglimento e magari anche rispecchiamento, nel momento in cui sono condivise con l’altro.
- É bene crearsi delle routine giornaliere e settimanali: dà sicurezza e favorisce il senso di controllo. Se è possibile lavorare da casa, separare il più possibile gli ambienti di lavoro da quelli casalinghi, mantenendo orari di lavoro definiti e prendendosi cura di se’ come se ci si preparasse per una giornata qualsiasi.
- È utile poi impiegare parte del tempo giornaliero o settimanale in quelle attività che sentiamo proficue per noi: che sia formazione attraverso corsi online, lettura di libri o articoli o sistemare quell’angolo della casa che non abbiamo mai tempo di rassettare. Sarà gratificante in quanto sarà tempo investito costruttivamente e non lo percepiremo come perso.
- Non dimentichiamoci poi l'attività fisica (compatibilmente con le condizioni di salute): il movimento comporta benefici oltre che fisici, psicologici. Effetti positivi infatti si riscontrano sulla capacità di concentrazione, sul sonno e sull'umore (fare movimento ci aiuta a rilasciare endorfine, importanti nella stabilizzazione dell’umore). Inoltre l'attenzione viene spostata dal rimuginio e dai pensieri negativi alle sensazioni corporee.
- É importante anche ritagliarsi degli spazi per stare sul positivo creando piccoli momenti di piacere: qualsiasi cosa ci piaccia fare (dalla lettura di un libro all’ascolto di buona musica, al giardinaggio, alla cucina, alla visione di una serie TV…) non dimentichiamo di inserirla all'interno di questa routine giornaliera o settimanale.
- Se l'isolamento è insieme al partner o ai propri familiari possiamo considerare l'opportunità di condividere tempo e momenti insieme, spesso ridotti al minimo a causa di routine super frenetiche. È pur vero che, una convivenza forzata e continua può anche portare a difficoltà: è giusto allora rispettare il bisogno dei singoli di stare separati gli uni dagli altri e di vivere momenti di solitudine che occorrono per riflettere e per stare in contatto con se stessi.
- Ultimo ma non per importanza: il tempo per il riposo. Oltre al sonno notturno è importante concedersi momenti per defaticare (la lettura di un libro, una doccia calda…).
Ricordiamoci poi che la situazione vissuta è temporanea, per quanto possa essere alle volte lunga. Possiamo comunque cogliere l'occasione, in una società che ha perso di vista l'oggi in nome di scadenze da rispettare e appuntamenti da programmare, di sentire qual è il significato che ha per noi doversi fermare, vivere la passività e il limite, mettendoci in contatto con noi stessi.
Se ce ne fosse la necessità, psicologi e psicoterapeuti svolgono sedute anche online: vi ricordo infatti che possiamo vederci tramite Skype e che è sempre attivo il servizio gratuito di supporto alla popolazione de Glipsicologionline.

L’ipocondria (o Ansia da malattia, come rinominata nel DSM-5) è la paura di avere una malattia grave o mortale. Chi ne s...
25/03/2021

L’ipocondria (o Ansia da malattia, come rinominata nel DSM-5) è la paura di avere una malattia grave o mortale. Chi ne soffre interpreta sintomi fisici (dal comune mal di testa alla tosse) e sensazioni corporee (come il battito cardiaco) come segnali di un male ben più grave. Tutto ciò causa ansia, che la persona tenta di placare attraverso continui esami medici, tesi a rassicurarsi. Rassicurazione che tuttavia non perdura, in quanto la sintomatologia ipocondriaca è soltanto la punta di un iceberg, la parte visibile dunque, che nasconde un significato, una causa, una paura ben più profonda e inconsapevole. È di quella paura, dunque, che occorre prendersi cura attraverso un percorso di psicoterapia.
Ma quali sono le possibili cause dell’ipocondria?
Si ipotizza che malattie gravi vissute in infanzia o esperienze di malattia di un membro della famiglia siano associate al manifestarsi di sintomi ipocondriaci. In alcuni casi è il riflesso di una personalità ipercontrollante.
La paura sottostante può essere legata al senso di fragilità della propria identità o di quella di una persona importante dell’infanzia (spesso un genitore). Non per forza realmente fragile, ma vissuta come tale.
L’ipocondria, poi, si accompagna spesso al timore della morte: malattia e morte sono limiti incontrollabili... che significato può avere, per noi, entrarvi in contatto?

Nella terapia con i bambini il disegno è uno strumento utilissimo, non solo per mettere i piccoli pazienti a loro agio e...
08/03/2021

Nella terapia con i bambini il disegno è uno strumento utilissimo, non solo per mettere i piccoli pazienti a loro agio e creare un contesto accogliente che faciliti l’alleanza, ma perché si tratta di uno strumento di espressione e comunicazione laddove non è ancora possibile, data l’età, esprimersi così profondamente mediante l’uso deliberato della parola (o, alle volte, si ha molta paura a farlo).
Attraverso forme, colori e storie i bambini proiettano il loro mondo interno, così come la percezione dell’ambiente esterno.
I disegni sono ricchi di informazioni utili per lo psicologo, che attraverso un’attenta lettura e interpretazione ricaverà dati sulla personalità, sullo stato emotivo, sui bisogni, sui conflitti interiori, sulle difese, sul livello di sviluppo emotivo, sulle dinamiche relazionali.
Fondamentale però è sempre contestualizzare e comparare il disegno con più strumenti (primo tra tutti il colloquio clinico e l’osservazione diretta), evitando interpretazioni rigide che non tengono conto del contesto generale e che rischiano di farci incappare in letture prestabilite ed errate.
Nelle storie salvate sul profilo Instagram (“disegno bimbi”) ve ne parlo un pochino, presentandovi quelli che sono i test carta-matita che conosco io e che utilizzo nella pratica clinica.

Indirizzo

Via Torino 24/11
Cernusco Sul Naviglio
20063

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