Dott.ssa Samantha Corzani Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Samantha Corzani Psicologa Psicoterapeuta Laurea in psicologia clinica specializzazione in psicoterapia sistemico relazionale Psicologa Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale.

Ho conseguito un master breve in ADHD e DOP e ho molta esperienza in DSA. Sono stata relatrice in diversi corsi di formazione e informazione per docenti e genitori presso il CDE, AFI di Cesena e 3° Circolo di Cesena. Ricevo presso il Poliambulatorio Columbus Medical Central a Cesena e presso il Poliambulatorio Il Gelso a Bellaria Igea Marina

14/08/2026

ALLE RADICI DEL DISAGIO PSICOLOGICO IN ETÀ EVOLUTIVA – ERRORI DA EVITARE

Visto il numero davvero impressionante di persone che ieri sera non sono riuscite a entrare al Teatro La Fenice di Osimo — sold out in pochissimo tempo — ho deciso di riportare qui una sintesi del mio intervento.
Il tema affrontato tocca da vicino moltissime famiglie e mi sembra doveroso renderne accessibili i passaggi principali anche a chi non è riuscito a trovare posto.
Di seguito, dunque, ripercorro i punti essenziali della serata, certa che possano essere di interesse per tutti voi che mi seguite con grande attenzione e partecipazione.
Quando parliamo di disagio psicologico in età evolutiva dobbiamo liberarci subito da una falsa credenza: i bambini non sono “piccoli adulti”, non hanno gli strumenti che abbiamo noi per dare un nome alle loro ferite interiori.

Non spiegano, mostrano.

Non argomentano,mettono in scena.

E spesso, lo fanno in silenzio.
Il disagio non arriva mai all’improvviso, matura piano, si insinua nelle crepe della quotidianità, si alimenta di microtraumi, incoerenze educative, conflitti irrisolti. Cresce in quelle zone d’ombra che gli adulti non guardano, o che preferiscono non vedere.

La radice profonda del malessere, quasi sempre, si trova nella qualità del legame primario.

Un legame insicuro, instabile o emotivamente altalenante non genera semplicemente ansia, genera bambini iperadattati, bambini che imparano presto a “fare i bravi” perché temono di perdere l’amore dell’adulto.
Sono bambini che sembrano perfetti, ordinati, autonomi… ma è un equilibrio costruito sulla paura, non sulla fiducia.

Quando vedi un bambino che non sbaglia mai, chiediti sempre: a quale prezzo?

Accanto a questo, c’è la scuola, un ecosistema potentissimo che spesso intercetta i primi segnali. Un calo improvviso del rendimento, l’isolamento durante l’intervallo, l’aggressività che esplode in classe: tutto questo non parla di “cattiva educazione”, parla di un malessere che non trova parole, e quindi cerca spazio nel comportamento.
I segnali d’allarme sono tanti, evidenti e, allo stesso tempo, facilissimi da ignorare.

Ci sono segnali comportamentali: il bambino che cambia personalità nel giro di pochi mesi; quello che si ritira, quello che diventa oppositivo, quello che regredisce e ricomincia a fare la p**ì a letto o a non voler più dormire da solo.

Ci sono reazioni emotive sproporzionate: crisi di rabbia che sembrano capricci, ma che in realtà sono collassi emotivi di chi non ha più spazio dentro di sé per contenere ciò che prova.

Ci sono indicatori sociali: l’isolamento, la selettività estrema nei rapporti, l’esclusione dai pari, o al contrario la fusione totale con gruppi virtuali che diventano l’unico rifugio possibile.

E poi c’è il corpo, che nei più piccoli è sempre il primo a parlare: mal di pancia, mal di testa, nausea, sintomi ricorrenti che sembrano “niente”, ma che di niente non hanno proprio nulla.

I bambini hanno un linguaggio segreto: quello dei sintomi.

Ed è un linguaggio che chiede disperatamente traduzione.
Ma l’ostacolo più grande non è il disagio dei bambini, sono gli errori degli adulti.
La minimizzazione è il primo.

Quante volte sentiamo dire “passerà”, “è solo stanchezza”, “fa così da un po’, ma poi si calma”?

Ogni volta che un adulto minimizza, il disagio si sedimenta, mette radici, diventa stabile.

Il secondo errore è proiettare.

Spesso gli adulti non guardano il bambino: guardano le loro aspettative.

“Devi essere forte”, “non devi avere paura”, “non devi piangere”.

Ogni “tu devi” è un colpo inferto alla possibilità di autenticità emotiva.
Il terzo errore è la confusione tra disciplina e controllo.

La disciplina educa, il controllo mutila.

Il risultato? Bambini che rispettano le regole fuori, ma dentro si sentono costantemente sbagliati.

Infine, c’è la tecnologia usata come anestetico.

Un tablet messo in mano a un bambino che piange è un cortocircuito educativo: gli insegna che ciò che sente non va ascoltato, ma zittito.

E allora, come facciamo davvero a individuare il disagio?

Servono tre osservazioni fondamentali:

frequenza, intensità, persistenza.

Un comportamento diventa significativo quando cresce in almeno due di queste tre dimensioni.

Non basta un giorno difficile. Ma se quel giorno difficile diventa una settimana, un mese, una fase che non si spiega… allora il campanello è forte e chiaro.

Dobbiamo osservare il bambino in quattro ambienti:

– casa

– scuola

– relazioni tra pari

– mondo digitale

Se un segnale appare in almeno due contesti, non è più un episodio: è un indicatore.
Serve poi imparare a fare domande che aprono mondi:

“Qual è il momento della giornata in cui ti senti più in difficoltà?”

“Se il tuo corpo parlasse, cosa direbbe oggi?”

“Cosa vorresti che gli adulti capissero di te?”

I bambini rispondono, sempre. Ma bisogna parlare la loro lingua.

E c’è un criterio semplice, quasi matematico:

se compaiono almeno tre categorie di segnali (comportamentali, emotivi, relazionali, somatici), è necessario un approfondimento clinico.

Non domani.

Non tra due mesi.

Ora.

Cosa possiamo fare davvero?

Prima di tutto, creare terreno di sicurezza.

I bambini non hanno bisogno di adulti perfetti, hanno bisogno di adulti prevedibili, coerenti, presenti.

Poi dobbiamo aiutarli a nominare le emozioni, perché si regola solo ciò che si sa chiamare. “Ti vedo agitato”, “vedo che sei triste”, “sembri preoccupato”: sono frasi semplici, ma sono finestre che si aprono dentro un bambino.

Dobbiamo abbandonare il mito del “se lo ignoro, passa”: il disagio ignorato oggi diventa un sintomo complesso domani.

E dobbiamo smetterla di accusare la scuola, o di aspettarci che risolva tutto da sola: la scuola è un alleato, non un colpevole.

E poi c’è il momento più difficile ossia riconoscere quando serve aiuto.

Quando il disagio supera le risorse della famiglia.

Quando il bambino regredisce, quando si isola, quando esplode o implode.

Chiedere aiuto non è un fallimento: è un atto di tutela.

Perché un bambino che soffre non chiede mai aiuto a caso.

Il disagio psicologico dei bambini non è un “problema”: è un messaggio.

E ogni messaggio ignorato lascia una cicatrice.

Il nostro compito, come adulti, è intercettarlo prima che si trasformi in comportamento disfunzionale, in rabbia, in isolamento, in autodenigrazione.

Non servono supereroi.

Servono adulti che ascoltano.

Che guardano.

Che non si spaventano di fronte alle emozioni, ma le attraversano insieme ai bambini.

Perché un bambino visto, ascoltato, accolto… è un bambino che può guarire.

E la differenza tra una vita segnata dal disagio e una vita che trova un equilibrio comincia sempre da qui, dall’attenzione.Dall’ascolto. Dal coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

09/08/2026

NON È AMORE. È DIPENDENZA NEUROBIOLOGICA.

Negli ultimi giorni altre giovani donne sono state uccise barbaramente dai loro compagni.
E ancora una volta sentiamo dire: “Perché non se ne vanno?”

La risposta è dentro il cervello. Non nel cuore.

Quando una donna entra in una relazione tossica, soprattutto con un manipolatore o un soggetto narcisista patologico, il suo sistema nervoso viene progressivamente condizionato.
Il ciclo “idealizzazione – svalutazione – riaggancio” attiva le stesse aree cerebrali coinvolte nella dipendenza da sostanze, in particolare nella dipendenza da eroina o cocaina.

Ecco gli ingredienti della chimica dell’inganno:

Dopamina: ogni messaggio affettuoso, ogni “ti amo” dopo giorni di gelo o umiliazioni, produce una scarica di dopamina. È il premio intermittente che rinforza la ricerca spasmodica di quell’approvazione.

Ossitocina: l’ormone del legame, che normalmente serve a costruire fiducia e intimità, viene “dirottato” e usato dal manipolatore per cementare un attaccamento disfunzionale.

Cortisolo e adrenalina: lo stress cronico tiene il corpo in costante allerta, creando una condizione di iper-vigilanza e sottomissione.

Riduzione funzioni della corteccia prefrontale: con il tempo, la capacità di analisi, di giudizio e di decisione si riduce. La donna non è più libera di scegliere: è prigioniera del proprio sistema neurobiologico, riscritto dal trauma.

Questo si chiama legame traumatico.

E finché continueremo a leggerlo come “debolezza”, “dipendenza affettiva” o “mancanza di autostima”, continueremo a perdere vite.

Perché chi è intrappolata in questa dinamica non può semplicemente “andarsene”, ha bisogno di un intervento mirato, che tenga conto dei processi neurobiologici e psicologici sottesi alla relazione violenta.

Capire questo significa costruire strumenti di prevenzione reali, efficaci, capaci di spezzare la catena della violenza prima che arrivi all’epilogo finale.

Solo così potremo davvero proteggere le donne e impedire che i loro figli imparino — e ripetano — lo stesso copione.

10/07/2026

Non è paura di sbagliare. È paura di essere sbagliato. Ed è una cosa completamente diversa.

Perché si blocca davanti a uno sbaglio?

Nel momento in cui un adolescente si trova davanti a una sfida, il suo cervello sta facendo un'operazione molto precisa: sta misurando il rischio. E non il rischio tecnico della cosa inteso come fallire un esercizio, dare una risposta sbagliata, prendere una br**ta decisione.

Il rischio che sta misurando è legato alla sua identità perchè quello che il suo sistema nervoso ha imparato è questa equazione: se sbaglio, sono io che valgo meno.

Nel cervello adolescente, errore e identità sono connessi in modo molto più stretto di quello che puoi pensare. Non è un pensiero conscio, è una connessione costruita nei circuiti neurali, scritta ogni volta che una reazione esterna come per esempio una voce delusa, un'espressione di preoccupazione, un giudizio, ha trasformato lo sbaglio in una minaccia, in un momento di dolore o imbarazzo.

Quando il cervello registra una minaccia all'identità, la risposta è automatica: blocca. Non è quindi mancanza di coraggio, è protezione pura, da un lato e mancanza di conoscenze e strumenti pratici giusti. Il sistema nervoso si mette in modalità difesa per evitare di esporsi al rischio di essere visto come sbagliato.

La leva sta proprio qui: se comprendi come il suo cervello ha costruito questa connessione, sai esattamente come scioglierla. Non con rassicurazioni generiche, ma trasformando il modo in cui reagisci quando sbaglia. Quando togli la colpa dal momento e resti sui fatti, stai riscrivendo nel suo sistema nervoso una cosa nuova: "L'errore è un’informazione, non è un verdetto su chi sei".

Quando il cervello smette di confondere l'errore con l'identità, il blocco ha semplicemente nessun motivo di esistere. Se ha già appreso questa modalità ci vuole un tempo per disimparare e imparare una nuova modalità di agire. Il cervello di un adolescente, come il nostro del resto, non ha un interruttore che quando lo calchi si resetta, si costruisce con l’allenaMente.

12/06/2026

"L'educazione affettiva e relazionale è una forma di prevenzione e di cura del benessere. Insegna a riconoscere le emozioni, a rispettare l'altro, a dire e accettare un confine. Sono competenze che si imparano presto e accompagnano tutta la vita: chi sa dare un nome a ciò che prova fa meno fatica a chiedere aiuto quando qualcosa non va. Investire qui significa investire sulla salute psicologica di una generazione". Lo afferma Maria Antonietta Gulino, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, commentando l'approvazione definitiva al Senato del ddl Valditara.

"Capiamo e condividiamo il valore del coinvolgimento delle famiglie. Il modo scelto, però - prosegue la presidente del Cnop - rischia di produrre l’effetto opposto. A restare senza strumenti e competenze saranno soprattutto i ragazzi che a casa non hanno nessuno con cui parlarne. Per molti di loro l'insegnante, o lo psicologo a scuola, è il primo adulto competente che si accorge di un disagio".

"C'è un aspetto - aggiunge Gulino - che da psicologi conosciamo bene. Le domande sul corpo, sulle emozioni, sulle relazioni restano anche quando la scuola tace: si spostano semplicemente altrove, ai coetanei, ai social, alla pornografia, dove nessuno aiuta a dare loro un senso. L'adolescenza è il tempo in cui identità, affetti e sessualità si intrecciano, e avere accanto un adulto di riferimento fa la differenza tra crescere con consapevolezza o crescere nella confusione".

"La psicologia e le scienze umane studiano lo sviluppo dell'identità con metodo e rigore. Etichettare come ‘ideologia gender’ la conoscenza scientifica confonde le famiglie e toglie spazio alle domande vere dei ragazzi. E per un ragazzo che si sta interrogando su di sé, sentirsi descrivere come un ‘problema ideologico’ aggiunge imbarazzo o vergogna proprio quando avrebbe bisogno di ascolto. La vergogna, nel nostro lavoro clinico lo vediamo ogni giorno, isola e fa male".

"Come Ordine ci mettiamo a disposizione. Chi lavora ogni giorno sulla salute psicologica e relazionale può aiutare a costruire politiche educative efficaci. Le ragazze e i ragazzi hanno diritto a crescere con adulti competenti accanto, capaci di rispondere alle loro domande su di sé e sulle relazioni", conclude.

Di seguito l’articolo integrale👇
https://www.psy.it/gulino-prevenzione-si-ascolti-chi-ci-lavora/

“A mio figlio non ho detto nulla per non preoccuparli…” questa frase mi viene riportata spesso, in realtà i nostri figli...
19/05/2026

“A mio figlio non ho detto nulla per non preoccuparli…” questa frase mi viene riportata spesso, in realtà i nostri figli ci osservano e ascoltano il nostro linguaggio analogico, quello non verbale. Espressioni, posture, tono della voce, silenzi…raccontano più di tante parole. Raccontare con parole adeguate cosa sta succedendo, è molto più sano e protettivo del non dire niente, del nascondere così non soffre

Il nostro cervello non si limita a percepire la tensione nell’aria: la assorbe.

Siamo costantemente connessi a chi ci sta vicino attraverso una vera e propria risonanza neurale, un “Wi-Fi biologico” sempre acceso. Quando il nostro sistema nervoso è in allerta, magari perché stiamo solo cercando di gestire e rincorrere lo stress della giornata, emette segnali precisi. I bambini e i ragazzi, che hanno un cervello plastico e in piena fase di cablaggio, si sintonizzano in automatico su quella frequenza. Utilizzano le nostre reazioni come una mappa per costruire la loro personale architettura emotiva e imparare a rispondere agli imprevisti.

Conoscere questo meccanismo serve per comprendere come funziona la nostra biologia, ci libera dal peso dell'inadeguatezza e ci consegna uno strumento pratico di immenso valore.

Non serve a nulla puntarsi il dito contro. Serve conoscere per sapere come fare.

Se è vero che l'allerta modella il cervello, è altrettanto vero che la calma genera nuove connessioni, ripara e crea sicurezza. Prendersi cura del proprio stato interno e ricalibrare le proprie energie non significa affatto "sottrarre tempo" agli altri. È l'esatto opposto: significa fornire loro l'ambiente chimico ed emotivo di cui hanno bisogno per sviluppare una mente forte.
Solo quando impariamo a guidare noi stessi, possiamo diventare per loro lo scudo migliore.

Le cose importanti non si chiedono, si riconoscono. Condividi solo se credi nell’importanza delle condivisioni umane e se credi che le parole abbiano ancora il potere di cambiare le cose.
Perché chi ha gli strumenti per cogliere il valore di queste parole, non ha bisogno che gli dicano dove cliccare.



Fonte: Harvard University

09/03/2026

🌿 𝟖 𝐦𝐚𝐫𝐳𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟔, 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐞̀ 𝐝’𝐨𝐛𝐛𝐥𝐢𝐠𝐨: 𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥’𝐮𝐠𝐮𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐧𝐳𝐚?

E, purtroppo, la risposta è ovvia: siamo ancora molto lontani.
La parità è un dato giuridicamente acquisito, ma non coincide sempre con quello reale.

👨‍👩‍👧In Italia, la genitorialità continua a pesare in modo molto diverso su donne e uomini. A chiedere il congedo parentale è circa l’84% delle madri e poco più del 15% dei padri, continuando a considerare la cura come un “destino prevalentemente femminile”.

Questo, però, non dipende solo dalle scelte individuali: il congedo di paternità obbligatorio, a oggi, è ancora limitato a 10 giorni. Siamo ben lontani dagli standard di molti Paesi europei, e continuiamo a esserlo dopo l’affossamento della proposta di congedo paritario.

Il risultato è che il lavoro di cura continua a ricadere soprattutto sulle donne, con effetti diretti su carriera, reddito, stabilità lavorativa. E non solo: anche il carico mentale ed emotivo diventano sempre più pesanti.

🧠Organizzare la vita familiare, pianificare le attività quotidiane, coordinare i bisogni di figli e familiari è un lavoro cognitivo ed emotivo che ricade ancora prevalentemente sulle donne. E questo si traduce in maggiore stress, affaticamento psicologico e difficoltà di conciliazione vita-lavoro, con effetti sul benessere mentale, relazionale, sociale.

💰Perché siamo ancora lontani dall’aver raggiunto l’uguaglianza lo si vede anche nel divario retributivo. Stesso lavoro, riconoscimento economico diverso: in Italia le donne guadagnano mediamente circa il 10,7% in meno degli uomini, con differenze che possono arrivare oltre il 27% nei ruoli dirigenziali.

📈Esiste poi un fenomeno meno visibile, ma tangibile per alcune: il cosiddetto glass ceiling, il “soffitto di cristallo”, che rende più difficili per le donne raggiungere posizioni decisionali. In Italia, salendo nella gerarchia organizzativa, la presenza femminile diminuisce: nel settore privato solo il 19% dei dirigenti è donna. Ma qui non si tratta solo di equità, si tratta anche di cultura e di conoscenza: sappiamo che quando le organizzazioni diventano più inclusive, migliorano anche innovazione, qualità delle decisioni e benessere nei contesti lavorativi.

🌍La parità riguarda tutta la comunità, non solo le donne. E perché si possano fare passi avanti verso questo obiettivo, serve cultura, ascolto, e azioni concrete. E la nostra professione, in questo, può dare una grande mano.

A tutte le nostre iscritte e a tutte le donne, e a tutti gli uomini che vogliono raggiungere l’obiettivo dell’uguaglianza, buona giornata internazionale della donna!

16/02/2026

Oggi si parla tanto di amore, ma per noi che camminiamo accanto agli adolescenti, l’amore ha un nome diverso: si chiama CURA.

L’amore di un genitore o di un educatore è fatto di due pilastri fondamentali: PRESENZA e ATTENZIONE.

Non basta la vicinanza fisica per dire "io ci sono". Esserci significa sintonizzazione emotiva. È quella presenza consapevole, senza "se" e senza "ma", che permette a un ragazzo di sentirsi al sicuro anche nel mezzo di una tempesta emotiva.

L’attenzione è una delle espressioni più belle dell’amore: vedi per comprendere. Non è controllo; è interesse, condivisione, valore.
Significa:
Vedere chi hai davanti, oltre i voti o i comportamenti difficili.
Riconoscere la sua unicità, anche quando sfida le tue aspettative.
Conoscere con curiosità, ogni giorno, chi è e chi sta diventando.

Tutto ciò che si fa quando si ama una persona non si chiama SACRIFICIO, si chiama AMORE.

Quando si agisce per amore, lo si fa per scelta, perché si vuole, non perché si deve. Non si vive annullandosi, si vive CON loro, in uno scambio che nutre entrambi.

Educare è un atto d’amore costante. Questa riflessione è dedicata a chi ama educando e a chi, ogni giorno, sceglie di "esserci" davvero.

Se anche tu credi che educare sia un atto d'amore, condividi questa riflessione con un genitore o un educatore che "c'è davvero" e diffondi con noi la cultura di una adolescenza e di a genitorialità consapevole.

Maura Manca
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza

13/02/2026

È inutile chiedersi se vietare i telefoni sotto i 16 anni sia la soluzione se non si rimuovono le radici del problema. La prevenzione inizia dall’esempio, non dallo schermo. Non esiste app che possa sostituire il valore di un genitore che si prende cura di sé e delle proprie relazioni nel mondo reale.

L’educazione non si basa sulla delega, ma sulla presenza. I nostri figli non imparano solo da ciò che diciamo, ma da ciò che ci vedono fare. Il cervello umano è cablato per l’imitazione: la coerenza batte la teoria. 🧠
Ricordalo (questo non significa che non vadano attivate anche tutte le altre misure di contenimento e prevenzione).

Fai un check delle tue abitudini:

🚫 Telefono a tavola? Toglilo dallo spazio visivo. Se non è nel tuo raggio visivo, il tuo cervello smette di monitorare le notifiche e torna a monitorare le persone davanti a te.

🤝 Lo usi mentre qualcuno ti parla? Posa il telefono e girati fisicamente verso di lui. Dimostri che la relazione umana ha la priorità assoluta sull'urgenza digitale. L’ascolto è un atto di rispetto.

🏃‍♂️ Cura te stesso. Quando i ragazzi vedono che ti prendi cura del tuo corpo con serenità, imparano che il benessere fisico è rispetto per se stessi, non un canone estetico da raggiungere su Instagram.

“Le parole insegnano, gli esempi trascinano.”

Meno schermi, più presenza. Salva questo post per ricordartelo al prossimo "controllo rapido" delle notifiche.

L’articolo completo lo troverai nel sito di AdoleScienza.it

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11/02/2026

Il genitore non dovrebbe programmare un figlio, né tantomeno la sua vita. Dovrebbe insegnargli l’autonomia e la responsabilità, giorno dopo giorno, per poi dargli il timone e lasciarlo guidare verso le proprie mete, con i propri tempi.

Troppo spesso, per amore o per paura, cadiamo nell’errore di voler tracciare ogni singola rotta per i nostri figli. Ma un figlio non ha bisogno di un programma predefinito: ha bisogno di strumenti, di fiducia e di quella consapevolezza che si conquista solo un passo alla volta.

Insegnare l’autonomia significa:

- Accettare che i loro tempi non siano i nostri.
- Lasciare che prendano il timone, anche se la rotta non è quella che avremmo scelto noi.
- Trasmettere la responsabilità delle proprie scelte.

Solo così potranno diventare i veri capitani della propria vita, pronti a raggiungere quelle mete che troppo spesso sognano, ma che non raggiungono per paura di fallire.

La paura si supera con l’azione. Troppi ragazzi mollano perché non sanno come usare le proprie risorse e preferiscono rinunciare. Lo vediamo all'università quando si bloccano, lo vediamo nei primi lavori quando non riescono a gestire le pressioni sociali e professionali. Dobbiamo lavorare d'anticipo, potenziando le loro risorse interiori.

Basta "aggiustare" tutto al posto loro: i ragazzi devono viversi e sperimentarsi, altrimenti questa pandemia di blocchi e abbandoni continuerà a dilagare.

Se credi che l'autonomia sia il regalo più grande che possiamo fare ai nostri ragazzi, condividi questo post. Aiutaci a diffondere una nuova cultura dell'educazione

Respira…
09/02/2026

Respira…

Sono immersi in un vortice di tossicità sociale che ci chiede di essere ovunque, tranne che dentro noi stessi. Ci stiamo anche noi adulti in questo vortice di rumore, giudizio, schermi, aspettative.

Quando siamo in un ambiente tossico, il sistema nervoso è in costante stato di allerta (attacco o fuga). Ma c’è una via d’uscita semplice e troppo sottovalutata. Si trova nel:
- respiro che calma il battito;
- movimento che scioglie le tensioni accumulate;
-gesto creativo che dà forma a ciò che non sappiamo dire a parole.

Insegnare ai nostri ragazzi (e a noi stessi) a respirare, a muoversi con intenzione e a creare senza la paura del giudizio non è un "hobby". È una sorta di autodifesa emotiva di cui oggi hanno più bisogno che mai.

La potenza di questi tre elementi è sottovalutata. Quando la usiamo nei nostri laboratori vediamo reazioni immediate.

Quando creiamo usando il corpo (scrivere, disegnare, ballare, modellare qualcosa), stimoliamo il sistema nervoso parasimpatico ad attivarsi.
Si riduce la produzione di cortisolo (l'ormone dello stress) e aumentano dopamina ed endorfine. La creazione in quel momento diventa un atto di "scarico" delle tossine emotive e aiuta a gestire tensioni e ansia.

La tossicità sociale ci fa sentire impotenti, come se fossimo vittime delle circostanze e creare è decidere, ricordo.

Davanti a un foglio bianco o a uno spazio vuoto, tu, tuo figlio o il tuo alunno diventate creatori. Ogni scelta (un colore, una parola, un passo di danza) è un esercizio che contrasta direttamente il senso di impotenza appresa che genera l'ansia cronica.

Strategia pratica e veloce

Il grafico dell’anima
Fagli prendere (vale anche per te) un foglio e scarabocchia senza pensare. Non deve essere "bello", deve essere VERO. Traccia linee, segni o macchie di colore seguendo il ritmo del tuo respiro attuale. Non pensare al risultato, concentrati sull'atto di fare.

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Indirizzo

Cesena
47521

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00
Sabato 09:00 - 12:00

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