Psicologa Psicoterapeuta Francesca R. D'Angelo

Psicologa Psicoterapeuta Francesca R. D'Angelo Psicoterapia individuale, di coppia e sostegno alla genitorialità sia in presenza che online.

Sono una Psicologa Psicoterapeuta ad indirizzo sistemico relazionale. Il mio percorso formativo si è nutrito di numerose esperienze professionali all'interno del servizio pubblico e degli istituti scolastici, dandomi modo di specializzarmi sia nel campo delle problematiche adolescenziali che dell'età adulta. Il mio approccio terapeutico parte dal presupposto che il modo di essere di ciascun indivi

duo sia fortemente condizionato dalle circostanze affettive sperimentate nel corso della propria vita con le varie figure significative (famiglia, amici, rapporti sentimentali). Avere beneficiato di sicurezza e sostegno emotivo da parte dell'ambiente esterno incide sensibilmente sul modo di vedere se stessi e gli altri, mentre, al contrario, la mancanza di rinforzi sociali e interpersonali può provocare sfiducia e negatività nel modo di vivere il proprio percorso esistenziale. La psicoterapia è finalizzata a recuperare consapevolezza di chi si è e dei propri reali bisogni, delle proprie risorse e dei propri limiti, allo scopo di raggiungere una visione positiva della propria persona e del mondo circostante. La capacità di focalizzare e tutelare le proprie esigenze affettive costituisce infatti la premessa indispensabile per costruire un rapporto pieno e armonico dentro e fuori di sè.

10/06/2026

ESSERE UN BUON GENITORE: CHE SFIDA!

A volte la capacità di essere un buon genitore si confonde con quella di eliminare la sofferenza dalla vita del proprio figlio, rendendolo, diciamo, “immune” alle circostanze dolorose della vita.
Ma questa, oltre ad essere un’impresa irrealistica, è anche una modalità dannosa per il bambino/ragazzo di turno perché è proprio confrontandosi con le difficoltà, e non evitandole, che quel bambino/ragazzo prenderà coscienza di sè, delle proprie risorse e dei propri limiti, imparando ad avere fiducia in se stesso.
Al contrario, fare sempre da “genitore scudo”, se in un primo momento devia la sofferenza, a lungo termine rende insicuro quel bambino/ragazzo poiché gli impedisce di scoprire e trovare se stesso.
L’essere un buon genitore sta nel sostenere quel figlio/ragazzo nel momento della difficoltà, pur non avendo il potere magico di risolvere le cose.
L’essere un buon genitore consiste nel non farlo sentire giudicato o sbagliato se soffre, se crolla, se fatica. Se non è sempre impeccabile, se non è performante, se ha paura, se sbaglia.
L’essere un buon genitore sta nel consolare, responsabilizzare senza svalutare, aiutando quel bambino/ragazzo a esprimere i suoi sentimenti o semplicemente essendo presente senza parlare ma senza scappare di fronte al malessere.
Esattamente il contrario di ciò che per tanto tempo abbiamo imparato a livello culturale in molti anni di dis-educazione affettiva.
Ugualmente l’adulto conosce se stesso attraversando e non evitando le complessità della vita. I sintomi subentrano, infatti, quando reprimiamo o nascondiamo a noi stessi le nostre emozioni faticose per paura di non superarle.
In quel caso è la paura ad impedire all’adulto di conoscere se stesso e acquisire fiducia in sè.

Dott.ssa Francesca Romana D’Angelo, Psicologa Psicoterapeuta.

DIVIETO DELL’EDUCAZIONE AFFETTIVA: QUANDO NEGARE È UN MECCANISMO DI DIFESA.Già molto prima di me un certo Sigismondo e u...
05/06/2026

DIVIETO DELL’EDUCAZIONE AFFETTIVA: QUANDO NEGARE È UN MECCANISMO DI DIFESA.

Già molto prima di me un certo Sigismondo e una certa Anna che facevano entrambi di cognome Freud, parlarono di negazione come un meccanismo di difesa ovvero un processo psicologico che consiste nel non riconoscere l’esistenza di fatti, sentimenti, pensieri, emozioni allo scopo di proteggersi da qualcosa di inaccettabile.
E perché scomodare due Istituzioni della storia della psicologia?
Perché sembra che le nostre di istituzioni vivano su un altro pianeta.
Sembra che non si accorgano di quanto sia dilagante il fenomeno dei femminicidi, delle violenze intra familiari, del bullismo e della dipendenza dai social come strumento di relazione.
Chissà da cosa dovranno proteggersi?
Forse dalla paura di affrontare la realtà.
Ma, di certo, negare la realtà non la risolve, la peggiora.
Dati ISTAT alla mano: circa 6,4 milioni di donne italiane tra i 16 e i 75 anni, pari al 31,9% della popolazione femminile, hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita; ogni settimana in Italia due o tre figli vengono uccisi o subiscono tentativi di omicidio, per un totale di circa cento vittime o presunte vittime l’anno; il bullismo dichiarato sale al 38%, circa un adolescente su cinque ha pensato di farsi del male o di non voler vivere e il 31% si sente più compreso dall'intelligenza artificiale che dalle persone.
Dunque: come vogliamo definire queste evidenze se non come una chiara richiesta di aiuto dei giovani al mondo degli “adulti”?
E qual è la risposta? Il silenzio.
Non si può parlare di emozioni e sessualità all’infanzia e alla primaria.
E alle superiori solo col consenso dei genitori.
Come se non parlarne prima dell’adolescenza eliminasse l’esistenza dei dati di disagio e di malessere affettivo citati, dati che indicano sofferenza e disperazione in cui versano molti bambini e adolescenti.
E come se tutti i ragazzi vivessero in famiglie aperte a condividere i complessi aspetti dell’intimità.
Al contrario, non parlare di emozioni e sessualità espone ancora più i nostri piccoli e ragazzi alla solitudine.
E dopo ci stupiamo che ci sì fidanza o ci si confida con l’intelligenza artificiale.
Più solitudine e più isolamento significano più problematicità. Non più serenità.
Ma evidentemente, ripeto, qualcuno vive in altri pianeti.

"L'educazione affettiva e relazionale è una forma di prevenzione e di cura del benessere. Insegna a riconoscere le emozioni, a rispettare l'altro, a dire e accettare un confine. Sono competenze che si imparano presto e accompagnano tutta la vita: chi sa dare un nome a ciò che prova fa meno fatica a chiedere aiuto quando qualcosa non va. Investire qui significa investire sulla salute psicologica di una generazione". Lo afferma Maria Antonietta Gulino, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, commentando l'approvazione definitiva al Senato del ddl Valditara.

"Capiamo e condividiamo il valore del coinvolgimento delle famiglie. Il modo scelto, però - prosegue la presidente del Cnop - rischia di produrre l’effetto opposto. A restare senza strumenti e competenze saranno soprattutto i ragazzi che a casa non hanno nessuno con cui parlarne. Per molti di loro l'insegnante, o lo psicologo a scuola, è il primo adulto competente che si accorge di un disagio".

"C'è un aspetto - aggiunge Gulino - che da psicologi conosciamo bene. Le domande sul corpo, sulle emozioni, sulle relazioni restano anche quando la scuola tace: si spostano semplicemente altrove, ai coetanei, ai social, alla pornografia, dove nessuno aiuta a dare loro un senso. L'adolescenza è il tempo in cui identità, affetti e sessualità si intrecciano, e avere accanto un adulto di riferimento fa la differenza tra crescere con consapevolezza o crescere nella confusione".

"La psicologia e le scienze umane studiano lo sviluppo dell'identità con metodo e rigore. Etichettare come ‘ideologia gender’ la conoscenza scientifica confonde le famiglie e toglie spazio alle domande vere dei ragazzi. E per un ragazzo che si sta interrogando su di sé, sentirsi descrivere come un ‘problema ideologico’ aggiunge imbarazzo o vergogna proprio quando avrebbe bisogno di ascolto. La vergogna, nel nostro lavoro clinico lo vediamo ogni giorno, isola e fa male".

"Come Ordine ci mettiamo a disposizione. Chi lavora ogni giorno sulla salute psicologica e relazionale può aiutare a costruire politiche educative efficaci. Le ragazze e i ragazzi hanno diritto a crescere con adulti competenti accanto, capaci di rispondere alle loro domande su di sé e sulle relazioni", conclude.

Di seguito l’articolo integrale👇
https://www.psy.it/gulino-prevenzione-si-ascolti-chi-ci-lavora/

02/06/2026

LA MORTE DI BEATRICE: LA MORTE DELL’UMANITÀ.

Alla luce della tragedia avvenuta a Bordighera, alle spese di una piccola creatura di soli 2 anni, sono doverose alcune riflessioni.
La prima è che in un mondo assuefatto alla violenza, dove ogni tipo di sopruso viene normalizzato quando collocato all’interno di guerre e conflitti, dove esistono bambini di serie A e bambini di serie B, dove a volte si fa fatica a trovare adulti capaci di essere tali invece che la incarnazione della immaturità, scandalizzarsi è un segno di speranza.
È tuttavia altrettanto vero che fin troppo spesso ci si scandalizza quando è troppo tardi.
Questo porta a considerare un altro aspetto: la totale assenza dei limiti.
Limiti di protezione fuori casa, nella comunità, ovvero occhi vigili e presenza affettiva ma anche senso di responsabilità e capacità di trovare il coraggio di dire un grosso NO di fronte alla violenza.
Limiti interni ovvero quelle consapevolezze di base a livello umano, relazionale, emotivo che sono completamente saltati portando due persone a trasformarsi in aguzzini spietati e riprovevoli.
La vicenda della piccola Beatrice testimonia la follia del macabro, la degradazione in cui finisce un essere umano innocente che avrebbe solo meritato di essere amato, quando regna l’indifferenza e l’omertà.
Quando non si ha più il coraggio di osservare col cuore e con la sensibilità prima che con i dati e le parole.
E questo porta ad una ulteriore domanda: dov’è finita la capacità di sintonizzarsi emotivamente con l’altro?
Quella cosiddetta “intelligenza emotiva”?
Ci si domanda ancora se sono opportuni spazi da dedicare all’educazione emotiva dei ragazzi, (assolutamente fondamentali), ma non ci si chiede in quali mani consegnamo quei ragazzi. E se, quindi, non sarebbe ancora più URGENTE monitorare le competenze genitoriali di chi ha il compito di allevare, educare, crescere dei bambini, l’espressione più alta della bellezza.
È come distribuire diamanti nella spazzatura.
Un bacio dolce Beatrice, sicuramente questo mondo non ti meritava.

10/05/2026

MAMMA.

Essere madre è una di quelle esperienze trasformative della vita, a mio avviso in assoluto la più rivoluzionaria.

È quella avventura esistenziale in cui si scopre un altro Sè, una dimensione del proprio essere prima sconosciuta.

Quella in cui le domande superano quasi sempre le risposte che magari arrivano pure lentamente e con fatica.

È quella relazione con l’altro in cui non conta il patrimonio genetico ma la presenza affettiva, la capacità di donare amore in modo incondizionato, ovvero a prescindere dalle criticità e dalle sfide concrete ed emotive.

È quel dono immenso di confrontarsi e scontrarsi ogni giorno con la consapevolezza di non poter essere impeccabili ma provare semplicemente ad essere “sufficientemente buoni”.

È la possibilità di tentare di utilizzare le mancanze subite dai propri genitori per fare meglio pur accettando che si faranno comunque altri errori.

È quanto di più vicino al sentirsi fragili, imperfetti, impreparati e al tempo stesso desiderosi di buono, perseveranti e costruttivi.

È quel percorso in cui cambiano priorità e significati perché la sostanza della vita diventa il sorriso di qualcun altro.

È quel momento in cui si è guida, esempio, punto di riferimento ma al tempo stesso si diventa apprendisti di autenticità che solo i bambini sanno insegnare.

Come per esempio che l’amore è semplice e complesso allo stesso tempo.

Auguri a tutte le mamme❤️

06/05/2026

Il CNOP celebra il 6 maggio 2026 la Giornata mondiale della salute mentale materna, che ricorre ogni anno il primo mercoledì di maggio, con l’obiettivo di sensibilizzare sull’importanza del benessere psicologico in gravidanza e nel post-partum, promuovendo prevenzione, diagnosi e cura dei disturbi psichici perinatali. Istituita nel 2016, questa giornata invita a superare stigma e tabù, sostenendo le madri e il nuovo nucleo familiare.

Diventare genitori è un processo complesso e trasformativo, spesso accompagnato da emozioni contrastanti, stress e cambiamenti profondi. L’idea di una maternità sempre serena non riflette la realtà: secondo l’OMS, circa 1 donna su 5 sperimenta ansia o depressione nel periodo perinatale, con possibili conseguenze anche gravi per la salute della madre e per lo sviluppo del bambino.

Nonostante ciò, il disagio psichico perinatale è ancora poco riconosciuto, anche a causa di condizionamenti culturali e aspettative idealizzate che rendono difficile chiedere aiuto. I sintomi possono emergere durante la gravidanza e nei primi anni dopo il parto e riguardano donne di ogni età, cultura e condizione sociale.

Riconoscere precocemente i segnali, promuovere una cultura del supporto e rafforzare le reti di sostegno, a partire dal ruolo dei partner, è fondamentale per intervenire in modo efficace. Allo stesso tempo, è necessario un impegno delle istituzioni per garantire servizi adeguati e accessibili, aumentando la consapevolezza e il sostegno alla salute mentale materna, che riguarda l’intera famiglia e la comunità.

“𝑃𝑒𝑟 𝑐𝑟𝑒𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑐𝑖 𝑣𝑢𝑜𝑙𝑒 𝑢𝑛 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑣𝑖𝑙𝑙𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜.”
𝐸̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑎𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒𝑑𝑢𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑣𝑒𝑑𝑎 𝑙𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑣𝑖𝑑𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑡𝑒𝑟𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑒 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎 𝑚𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑎 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑜𝑛𝑠𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑣𝑜𝑙𝑔𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑙𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎, 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑒 𝑒 𝑎𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑙𝑎 𝑣𝑎𝑠𝑡𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑠𝑢𝑒 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑒 𝑙’𝑖𝑛𝑡𝑟𝑒𝑐𝑐𝑖𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑣𝑖𝑠𝑠𝑢𝑡𝑖.
𝑅𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 “𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑒” 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑒 𝑟𝑖𝑚𝑎𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖 𝑎𝑙 𝑔𝑟𝑖𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑠𝑖𝑙𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑒 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑛𝑒𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑜.

25/04/2026

🇮🇹 𝟮𝟱 𝗔𝗽𝗿𝗶𝗹𝗲: 𝗹𝗮 𝗟𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮𝘁𝗼 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼 𝗲 𝗰𝗶𝘃𝗶𝗹𝗲

La Festa della Liberazione non è soltanto una data nel calendario civile. È, per chi esercita la professione psicologica, un'occasione di rilettura del proprio mandato: perché 𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁à è 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗮 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲, senza la quale l'integrità della persona e la sua autodeterminazione non possono esistere.

Guardando agli scenari di guerra che attraversano il mondo in questo momento, la nostra comunità professionale non può restare in silenzio.

I conflitti armati non distruggono soltanto le infrastrutture fisiche: frammentano il tessuto relazionale e mentale delle popolazioni, generano 𝘁𝗿𝗮𝘂𝗺𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶 𝗲 𝘁𝗿𝗮𝗻𝘀𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶 che richiedono decenni per essere elaborati, annientano quella capacità empatica che è il fondamento di ogni convivenza civile.

🎙️«In questo delicato frangente storico globale, celebrare la Liberazione richiede una presa di coscienza attiva da parte della nostra comunità» sottolinea il 𝗣𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗢𝗿𝗱𝗶𝗻𝗲, 𝗶𝗹 𝗣𝗿𝗼𝗳. 𝗘𝗻𝗿𝗶𝗰𝗼 𝗣𝗲𝗿𝗶𝗹𝗹𝗶.

«Il nostro compito professionale non si esaurisce nella stanza di consultazione, ma si estende alla tutela dei diritti umani e alla ricostruzione del tessuto collettivo. Dobbiamo essere costruttori quotidiani di una 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲, contrastando la frammentazione emotiva e riaffermando il valore dell'empatia contro ogni forma di annientamento dell'individuo.»

Celebrare il 25 Aprile significa allora rinnovare il nostro impegno etico e deontologico: promuovere, nei luoghi di cura, nelle scuole e nei servizi territoriali, una 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲, 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗮𝘀𝗰𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗹𝗶𝘁𝘁𝗶.

La pace collettiva si tutela anche attraverso la cura della salute mentale e la difesa instancabile della dignità umana. Questo, oggi come sempre, è il nostro compito.

29/03/2026

L’INADEGUATEZZA: LA TRAPPOLA MORTALE

Essere cresciuti in un contesto familiare privo di un’atmosfera emotiva fatta di calore sincero e costante significa tante cose.
In primis significa sentirsi sbagliati.
Sentirsi sbagliati è una delle ferite più deleterie che possano innescarsi nell’animo di un bambino. È la ferita dell’inadeguatezza che comporta, spesso e volentieri, la tendenza a un perfezionismo assolutamente tossico.
Perfezionismo inteso come “non è mai abbastanza”.
Non è mai abbastanza quello che faccio,
non è mai abbastanza quello che penso,
non è mai abbastanza quello che realizzo,
non è mai abbastanza quello che dimostro,
non è mai abbastanza chi sono,
non è mai abbastanza ciò che provo.
Questo non abbastanza genera a sua volta una rincorsa continua all’approvazione dell’altro, un’omologazione agli standard socialmente desiderabili del proprio momento storico, una rimuginazione corrosiva su quanto si sia stati in grado di agire “bene” o “male”.
Non è più un atteggiamento costruttivo di riflessione su di sè e sul proprio comportamento, diventa un esame a ribasso, una “valutazione per difetto” come sguardo usuale verso il proprio essere.
E così non solo non va bene ciò che sento e che sono ma rischia di non andare bene neanche la persona che amo e la mia relazione, il lavoro piuttosto che il mio essere madre o padre.
Si smette di guardare le cose con consapevolezza perché non ci si fida di sè e quindi il mio rapporto di coppia va bene, è adeguato, è meritevole di “passare l’esame” se è la versione patinata dell’idillio romanzato privo di criticità, se è anch’esso la “perfezione”, dicasi lo stesso del proprio lavoro e del proprio essere persone amabili.
Il criterio per analizzare ciò che mi corrisponde non è più “come mi fa sentire” perché il proprio sentire è stato da tempo squalificato come “inadatto” e quindi messo fuori uso.
Il criterio per capire se qualcosa mi fa bene diventa quanto aderisce a ciò che dicono gli altri, la moda, gli stereotipi ecc..
L’esterno prevarica completamente l’interno.
L’Io soccombe sfinito da un “non bastarsi” logorante dove ogni conquista è sempre secondaria rispetto ad ogni mancanza, in una spirale di colpevolezza e di vergogna.
Il perfezionismo è quindi la tomba della serenità.
E l’inadeguatezza da cui esso, appunto, proviene, va riparato con l’unico antidoto possibile: riconoscere la sua esistenza e come si manifesta, cercando di riapprendere pazientemente l’arte dell’amore per se stessi.

19/02/2026

A COSA SERVE LA PSICOTERAPIA?

Utilizzare le cadute per capire se stessi: è questo lo scopo della psicoterapia. Non vedere solo la frustrazione in quanto tale ma anche ciò che può insegnarci.
Saper dare significato alle ferite e saperle convertire in scelte più attente ai propri bisogni. Custodirle per riconoscere cosa è importante per me.
Saper ascoltare i propri sintomi invece che giudicarli.
Saper trasformare i momenti difficili in consapevolezze, in strumenti per evolvere.
Nel rapporto con se stessi, con gli altri, nella coppia, come genitori.
E saper dire basta quando è troppo.

19/02/2026

📌𝟭𝟴 𝗳𝗲𝗯𝗯𝗿𝗮𝗶𝗼 𝟭𝟵𝟴𝟵 - 𝗟𝗲𝗴𝗴𝗲 𝟱𝟲

Dietro ogni percorso di terapia, ogni intervento nelle scuole e ogni supporto in azienda, c’è una base solida che oggi compie gli anni.

Il 18 febbraio 1989 veniva approvata la Legge 56, l'atto di nascita della nostra professione.

Un riconoscimento che ha trasformato l'ascolto in una disciplina tutelata e regolamentata, a garanzia di ogni cittadino.

SEI TE STESSO O CIÒ CHE ERA PIÙ FUNZIONALE DENTRO CASA?Dall’infanzia impariamo a stare in allerta o ad essere spontanei ...
16/02/2026

SEI TE STESSO O CIÒ CHE ERA PIÙ FUNZIONALE DENTRO CASA?

Dall’infanzia impariamo a stare in allerta o ad essere spontanei in base a quanto l’ambiente che ci ha circondato è stato tensivo o rassicurante.
Genitori facilmente irritabili insegnano ai figli a non potersi esprimere nelle proprie parti più vulnerabili, insegnano ad avere paura delle reazioni dell’altro e quindi a trattenersi, a limitarsi nella propria spontaneità.
Genitori suscettibili insegnano al bambino che è meglio evitare di piangere, lamentarsi, arrabbiarsi, perché le conseguenze potrebbero essere negative e i comportamenti di quegli adulti potrebbero ripercuotersi sul bambino stesso, aumentandone la frustrazione.
Tradotto: se ho bisogno non posso chiedere.
Ciò significa che un momento di tristezza va silenziato perché qualora manifestato porterebbe essere motivo di fastidio e quindi ricevere giudizio o essere banalizzato,
che una delusione va repressa perché, se condivisa con l’adulto di riferimento, comporterebbe un essere lasciato solo,
che un timore va ignorato perché altrimenti la risposta sarebbe di indifferenza o di colpevolizzazione.
Dall’infanzia si impara, cioè, a rispettare le proprie emozioni o a vergognarsene.
Ma c’è una buona notizia: nell’età adulta si può imparare a cambiare rotta, si può iniziare ad ascoltarsi e ad agire di conseguenza.
Con la psicoterapia si può recuperare se stessi se si sceglie di ricontattare ed abbracciare il proprio bambino interiore.

Indirizzo

Chieti
66100

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

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