05/06/2026
DIVIETO DELL’EDUCAZIONE AFFETTIVA: QUANDO NEGARE È UN MECCANISMO DI DIFESA.
Già molto prima di me un certo Sigismondo e una certa Anna che facevano entrambi di cognome Freud, parlarono di negazione come un meccanismo di difesa ovvero un processo psicologico che consiste nel non riconoscere l’esistenza di fatti, sentimenti, pensieri, emozioni allo scopo di proteggersi da qualcosa di inaccettabile.
E perché scomodare due Istituzioni della storia della psicologia?
Perché sembra che le nostre di istituzioni vivano su un altro pianeta.
Sembra che non si accorgano di quanto sia dilagante il fenomeno dei femminicidi, delle violenze intra familiari, del bullismo e della dipendenza dai social come strumento di relazione.
Chissà da cosa dovranno proteggersi?
Forse dalla paura di affrontare la realtà.
Ma, di certo, negare la realtà non la risolve, la peggiora.
Dati ISTAT alla mano: circa 6,4 milioni di donne italiane tra i 16 e i 75 anni, pari al 31,9% della popolazione femminile, hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita; ogni settimana in Italia due o tre figli vengono uccisi o subiscono tentativi di omicidio, per un totale di circa cento vittime o presunte vittime l’anno; il bullismo dichiarato sale al 38%, circa un adolescente su cinque ha pensato di farsi del male o di non voler vivere e il 31% si sente più compreso dall'intelligenza artificiale che dalle persone.
Dunque: come vogliamo definire queste evidenze se non come una chiara richiesta di aiuto dei giovani al mondo degli “adulti”?
E qual è la risposta? Il silenzio.
Non si può parlare di emozioni e sessualità all’infanzia e alla primaria.
E alle superiori solo col consenso dei genitori.
Come se non parlarne prima dell’adolescenza eliminasse l’esistenza dei dati di disagio e di malessere affettivo citati, dati che indicano sofferenza e disperazione in cui versano molti bambini e adolescenti.
E come se tutti i ragazzi vivessero in famiglie aperte a condividere i complessi aspetti dell’intimità.
Al contrario, non parlare di emozioni e sessualità espone ancora più i nostri piccoli e ragazzi alla solitudine.
E dopo ci stupiamo che ci sì fidanza o ci si confida con l’intelligenza artificiale.
Più solitudine e più isolamento significano più problematicità. Non più serenità.
Ma evidentemente, ripeto, qualcuno vive in altri pianeti.
"L'educazione affettiva e relazionale è una forma di prevenzione e di cura del benessere. Insegna a riconoscere le emozioni, a rispettare l'altro, a dire e accettare un confine. Sono competenze che si imparano presto e accompagnano tutta la vita: chi sa dare un nome a ciò che prova fa meno fatica a chiedere aiuto quando qualcosa non va. Investire qui significa investire sulla salute psicologica di una generazione". Lo afferma Maria Antonietta Gulino, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, commentando l'approvazione definitiva al Senato del ddl Valditara.
"Capiamo e condividiamo il valore del coinvolgimento delle famiglie. Il modo scelto, però - prosegue la presidente del Cnop - rischia di produrre l’effetto opposto. A restare senza strumenti e competenze saranno soprattutto i ragazzi che a casa non hanno nessuno con cui parlarne. Per molti di loro l'insegnante, o lo psicologo a scuola, è il primo adulto competente che si accorge di un disagio".
"C'è un aspetto - aggiunge Gulino - che da psicologi conosciamo bene. Le domande sul corpo, sulle emozioni, sulle relazioni restano anche quando la scuola tace: si spostano semplicemente altrove, ai coetanei, ai social, alla pornografia, dove nessuno aiuta a dare loro un senso. L'adolescenza è il tempo in cui identità, affetti e sessualità si intrecciano, e avere accanto un adulto di riferimento fa la differenza tra crescere con consapevolezza o crescere nella confusione".
"La psicologia e le scienze umane studiano lo sviluppo dell'identità con metodo e rigore. Etichettare come ‘ideologia gender’ la conoscenza scientifica confonde le famiglie e toglie spazio alle domande vere dei ragazzi. E per un ragazzo che si sta interrogando su di sé, sentirsi descrivere come un ‘problema ideologico’ aggiunge imbarazzo o vergogna proprio quando avrebbe bisogno di ascolto. La vergogna, nel nostro lavoro clinico lo vediamo ogni giorno, isola e fa male".
"Come Ordine ci mettiamo a disposizione. Chi lavora ogni giorno sulla salute psicologica e relazionale può aiutare a costruire politiche educative efficaci. Le ragazze e i ragazzi hanno diritto a crescere con adulti competenti accanto, capaci di rispondere alle loro domande su di sé e sulle relazioni", conclude.
Di seguito l’articolo integrale👇
https://www.psy.it/gulino-prevenzione-si-ascolti-chi-ci-lavora/