16/08/2026
🎬”Anora” è un film che, almeno all’inizio, sembra volerci stordire.
Ci trascina dentro un mondo denso di luci, erotismo, sensualità, sesso, musica, denaro ed eccessi. Tutto è sopra le righe, tutto corre velocissimo. Corrono i corpi, le notti, le parole, le promesse.
Eppure, proprio lì dentro, a un certo punto sembra farsi spazio qualcosa di diverso.
Il sentimento.
Per un momento sembra davvero possibile che un’emozione autentica possa nascere anche in mezzo al rumore. Che l’amore possa trovare una piccola casa persino tra le luci al neon, le droghe, il denaro e gli eccessi.
E allora ci crediamo un po’ anche noi.
Poi il film cambia pelle.
Il mondo si ribalta e quello che sembrava una favola contemporanea, f***e e sregolata, diventa qualcos’altro: una ricerca, un inseguimento, una corsa affannata dietro a persone, promesse e sogni che per un istante sembrano vicinissimi e subito dopo non esistono più.
Le vite si incrociano, si urtano, si allontanano. Sono vite sconnesse, imperfette, complesse, a volte grottesche eppure profondamente umane.
E dentro questa corsa troviamo tutto: lacrime e sorrisi, rabbia e compassione, violenza e tenerezza, cinismo e piccoli gesti di cura.
Forse è proprio questo che mi è rimasto di Anora: il contrasto.
Tra ciò che luccica e ciò che resta.
Tra ciò che possiamo comprare e ciò di cui abbiamo davvero bisogno.
Tra l’essere desiderati e l’essere visti.
Tra qualcuno che possiede il nostro corpo e qualcuno che, semplicemente, ci tiene quando stiamo crollando.
E poi arriva il finale.
E scende una lacrima.
Perché dopo tanto rumore, tanta velocità, tanti corpi e tante luci, Anora sembra ricordarci qualcosa di incredibilmente semplice: possiamo attraversare la vita inseguendo mille cose scintillanti, convinti che lì dentro si nasconda la felicità.
Ma, qualche volta, il tesoro più grande lo troviamo tra le braccia che ci stringono.
In un abbraccio nel quale, finalmente, non dobbiamo dimostrare niente.
Un abbraccio che non chiede.
Un abbraccio che resta.
Un abbraccio che si prende cura.