28/07/2026
L’Odissea di Nolan è anche la nostra.
Nolan restituisce a Odisseo una figura umana: traumatizzata, divorata dal senso di colpa. Non è soltanto l’eroe astuto, vincente, curioso, tracotante. È polýtropos (πολύτροπος), «dalle molte risorse», «dal multiforme ingegno», ma è anche e soprattutto per Nolan un uomo che si è perso.
Odisseo ha perso la rotta. E piange, più volte, nel racconto omerico. Eppure il suo pianto è stato a lungo trascurato, come se la vulnerabilità non fosse compatibile con l’immagine dell’eroe.
Il regista spoglia Odisseo della sua armatura di bronzo per restituirgli la carne, il trauma e, soprattutto, la vulnerabilità. Gli restituisce la possibilità di emozionarsi e di sentire tutto.
Anche gli eroi piangono. Anche gli eroi sono fragili. Sono tutti più umani e meno dèi.
Quante volte ci siamo persi?
Nel poema originale, Calipso non vuole lasciarlo andare. Il suo attaccamento è tale che sarà necessario l’intervento di Ermes, le ricorda come il destino di Odisseo sia altrove, lontano dall’isola di Ogigia.
Dai banchi del liceo, Calipso la ricordavamo drammatica, disperata, ostinata, quasi una Didone alla partenza di Enea.
Nei testi classici, Calipso è la «nasconditrice» — da kalýptein, nascondere, celare — colei che trattiene l’eroe in un’amnesia dorata, dentro un’isola-rifugio che rischia di trasformarsi in una prigione dell’anima.
Nel film, invece, diventa una figura archetipica di cura psicologica e spirituale.
Calipso comprende che amare non significa trattenere l’altro nell’illusione di una felicità anestetizzata, ma aiutarlo a ricordare chi è, anche a costo di vederlo partire.
Nolan trasforma Calipso in una figura guida, delicata e commovente. È innamorata, certo: «Prendendomi cura di te, ho iniziato ad amarti». E, allo stesso tempo, è consapevole della fatica di lasciare andare qualcuno che vorremmo trattenere: «Ero pronta a guarire il tuo corpo, facevo più fatica con la tua mente».
Calipso lo invita a ricordare. Si prende cura del ricordo, lo interroga, pur sapendo che proprio questo significherà perderlo.
Prova a trattenerlo: «E se i ricordi rovinassero la felicità?».
«Allora non era reale», risponde Odisseo.
Calipso comprende. E, a quel punto, trascende il possesso. Lascia andare.
Odisseo è perso. Per ritrovare la rotta — e anche se stesso — deve interrogarsi, ricordare il luogo in cui vuole abitare. Non può sottrarsi, come non possiamo sottrarci noi, al compito di guardarci dentro, anche quando fa male. Attraversare il dolore resta l’unica strada per muoversi verso l’autenticità.
Odisseo ha perso la rotta, ma anche il suo scopo. Non lo ricorda più. E quando perdiamo lo scopo, restiamo fermi: diventa impossibile navigare.
Ulisse, perduto il senso e il significato del proprio viaggio, non è ancora pronto a tornare a casa. Non sapendo dove andare, Forse, in fondo, non vuole nemmeno tornare.
Il canto delle Sirene diventa la voce di tutte le promesse non mantenute, di tutte le cose che avremmo voluto essere e di tutte quelle che, forse, non avremmo mai voluto desiderare.
Per Dante, Ulisse non farà mai ritorno a casa.
L’Ulisse dantesco dell’Inferno (XXVI) è l’eroe che non sa tornare, travolto dall’hybris, dalla smania di oltrepassare i limiti, senza curarsi degli affetti e del senso stesso del ritorno. Muore nel suo «folle volo».
L’Ulisse di Nolan è invece fragile. Ci ricorda il dolore che nasce quando perdiamo il senso, quando smarriamo lo scopo del nostro viaggio.
La sua Odissea è anche la nostra.
E Calipso, senza nemmeno chiederlo, ci costringe a porci due domande:
Qual è la nostra Itaca?
E a cosa siamo disposti a rinunciare per raggiungerla?
Per poter tornare a casa, per poter provare a raggiungere Itaca, Odisseo deve imparare a lasciare andare. Deve mollare il controllo, affidarsi, flessibilizzare i propri piani, abbassare le difese.
Compreso il suo scopo, si immerge nel mare.
Rinuncia all’apparente sicurezza per ciò che porta nel cuore.
Ce lo ricorda Pavese nei Dialoghi con Leucò, nel dialogo tra Calipso e Odisseo, «L’isola»:
«Quello che cerco l’ho nel cuore, come te».
Ciò che cerchiamo, forse, non è fuori di noi. Lo scopo si chiarisce interrogando ciò che è dentro.
Cosa ha significato per noi? Qual e’ il posto che vorremmo abitare?
È la riappropriazione del nostro mondo interiore più autentico.
È il ritorno a casa.
È ritrovare, dentro di noi, la strada per Itaca. Dott.ssa Giulia Cesetti -Psicologa Psicoterapeuta