Biologa Nutrizionista Dr.ssa Ilaria Iannetti

Biologa Nutrizionista Dr.ssa Ilaria Iannetti 👩‍⚕️Biologa Molecolare Nutrizionista e PhD in Genetica
🧬Dimagrimento e Ricomposizione Corporea Scientifica ZERO Stress! Come fare?

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https://bodycheck.nutrizionistailariaiannetti.com/ Sono Ilaria Iannetti, una Biologa Nutrizionista che si occupa di far perdere peso ai suoi pazienti senza ricorrere a inutili diete restrittive. Quelle da petto di pollo e insalata o beveroni, abbandonate in men che non si dica perché impossibili da portare nella propria vita. Sostanzialmente ti aiuto a gestire lo stress e la f

ame emotiva, fornendoti delle tecniche che ti fanno capire se il tuo bisogno di cibo è reale o se è un atto che serve a compensare un vuoto emotivo. Lo scorso 13 Novembre ho pubblicato un libro che si chiama "Distese di emozioni - riconoscere, combattere e vincere il bisogno di consolazione e compensazione attraverso il cibo" che tratta proprio di queste tematiche. Il mio metodo è ricco di ricette bilanciate e sazianti, in questo modo la fame fisiologica sparisce, e si ottiene uno stato di equilibrio che facilita il cambiamento emotivo rispetto al cibo, in questo modo puoi davvero fare caso se ciò di cui oggi hai bisogno è mangiare oppure iniziare a fare qualcosa per te stessa.

03/09/2026

C’è un esperimento che ogni tanto torna a circolare online, e che ogni volta mi lascia lo stesso nodo allo stomaco. Si mostrano a dei bambini due bambole identiche in tutto, tranne che nella corporatura: una magra, una più grande. Poi si fanno domande semplici. Qual è la più carina? Qual è la più pigra? Qual è la più cattiva?
Le risposte arrivano quasi sempre veloci, sicure. La bambola magra è quella carina. Quella grande è pigra, è cattiva. E quando chiedono ai bambini se preferirebbero essere più intelligenti o più carini, la maggioranza sceglie carini, senza pensarci troppo.
Non è una sorpresa, ma è una conferma: i bambini iniziano a interiorizzare pregiudizi legati all’aspetto fisico molto prima di quanto immaginiamo, assorbendoli da tutto ciò che li circonda, spesso senza che nessuno se ne accorga.
Questo meccanismo ha un nome preciso: si chiama stigma del peso, uno dei pregiudizi sociali più radicati e meno riconosciuti come tali. Qui lo vediamo nella sua forma più pura, perché un bambino non ha ancora imparato a mascherarlo dietro un linguaggio educato.

E poi c’è il dato che mi colpisce di più: scegliere di essere di bell’aspetto piuttosto che intelligenti. È la fotografia di quale valore la nostra cultura comunica come prioritario, ancora prima che possano scegliere consapevolmente chi vogliono essere.
Questi bambini non vanno corretti. Vanno ascoltati, perché sono lo specchio di quello che gli adulti gli mostrano ogni giorno.
Il problema non è mai stato il bambino. È tutto quello che gli arriva prima ancora che possa scegliere.

02/09/2026

Lo skinny privilege esiste. E ce lo racconta con la sua esperienza diretta: le persone sono cambiate nei suoi confronti, sono gentili, la incoraggiano, le offrono il caffè, da quando è dimagrita.
E questa è una realtà di cui bisogna parlare perché non riguarda solo la vita privata.
I dati economici e clinici raccontano una storia molto più ampia, e vale la pena guardarli da vicino.
Sul lavoro: uno studio con audit correspondence in Messico ha misurato un tasso di richiamo del 29,1% per candidate non obese contro il 21,3% per candidate obese, a parità di curriculum. Una ricerca svedese su oltre 2000 uomini, seguiti per un decennio, ha rilevato che gli uomini obesi avevano il 34% in meno di probabilità di ricevere una promozione rispetto ai colleghi normopeso. E una survey su oltre 1700 manager francesi ha mostrato che più del 30% dichiarava apertamente riluttanza a promuovere un dipendente obeso, percependolo come meno proattivo, a prescindere dalle performance reali.
Sul piano salariale, una revisione della letteratura economica pubblicata su CEPR conferma un pattern costante: le donne in sovrappeso subiscono una penalizzazione salariale significativa, soprattutto nei ruoli a contatto con il pubblico, un effetto molto più debole o assente per gli uomini. Il dato è coerente in decenni di ricerca, in più paesi, con metodologie diverse.
In ambito sanitario, la letteratura sullo stigma del peso documenta tempi di visita più brevi, diagnosi ritardate ed esami rimandati per i pazienti in sovrappeso, indipendentemente dal sintomo di partenza.
Il filo conduttore di tutti questi studi è lo stesso: non misurano competenza, personalità o merito reale. Misurano solo come cambia il trattamento ricevuto in base al peso corporeo, a parità di tutto il resto. Ed è esattamente questo il punto di una frase come “la differenza più grande l’ho vista negli altri”: non descrive un’impressione soggettiva, descrive un fenomeno che decenni di studi indipendenti, in più paesi e più ambiti, continuano a misurare nello stesso modo.

01/09/2026

Il fenomeno ha un nome preciso nel linguaggio anglosassone: “snapback culture”, l’aspettativa che il corpo di una neomamma debba tornare come prima nel minor tempo possibile, quasi a cancellare i segni di una gravidanza appena vissuta. È un’aspettativa relativamente recente, amplificata dai social più che dalla medicina.
Vale la pena ricordare cosa succede davvero nel corpo nei giorni successivi al parto. L’utero, che durante la gravidanza arriva a pesare circa un chilo, impiega dalle sei alle otto settimane per tornare alle dimensioni originarie attraverso un processo chiamato involuzione uterina. Nello stesso periodo, il corpo elimina gradualmente i liquidi accumulati in gravidanza, gli organi interni si riposizionano, e la parete addominale, dopo mesi di distensione, recupera elasticità con tempi che variano da persona a persona, indipendentemente dal livello di allenamento precedente.
Il punto interessante è che nessuna quantità di sport pre-parto accelera questo processo biologico. Un addome allenato non “salta” l’involuzione uterina. Eppure l’immagine dominante sui social, spesso costruita con genetica favorevole, guaine contenitive e inquadrature studiate, ha reso quasi normale aspettarsi una pancia piatta a pochi giorni dal parto, e anormale tutto il resto.
C’è anche un aspetto meno discusso ma altrettanto importante: la pressione estetica nel periodo post parto arriva in un momento in cui il corpo di una donna sta anche affrontando cambiamenti ormonali importanti, privazione di sonno, e un adattamento enorme alla vita con un neonato. Aggiungere in questo momento un giudizio estetico non richiesto non è solo scientificamente scorretto: è un carico emotivo che si somma a uno dei periodi più delicati della vita di una persona.
Nessuna neomamma deve una pancia piatta a nessuno, tantomeno cinque giorni dopo aver partorito. Il suo corpo sta facendo esattamente quello che dovrebbe fare in quel momento: guarire, non tornare a uno standard estetico impossibile anche per l’atleta più allenata al mondo.

31/08/2026

Due commenti, due giudizi opposti, la stessa identica logica. Sotto il video di una ginnasta agli anelli, un utente ha scritto: “È in sovrappeso. Se fosse più magra riuscirebbe meglio.” Sotto il video di Manila Esposito, tanti commenti dicono: “Finalmente non ci sono più ginnaste tutte ossa, finalmente non più anoressiche.”

Uno accusa un corpo di essere troppo grande. L’altro applaude un corpo per non essere più troppo piccolo. Sembrano opposti, ma fanno esattamente la stessa cosa: misurano il valore di un’atleta guardando la sua taglia, invece della sua tecnica, e si sentono autorizzati a esprimere una diagnosi, di sovrappeso o di anoressia, guardando pochi secondi di un video, cosa che nessun medico farebbe senza una valutazione clinica reale.

Va detto un dato di contesto importante: la ginnastica artistica è tra le discipline con la più alta incidenza documentata di disturbi alimentari al mondo, spesso legata a decenni in cui corpi minuti venivano attivamente incoraggiati da allenatori e federazioni per favorire certi elementi tecnici. Questo rende il tema reale e serio. Ma proprio per questo, il modo giusto per parlarne non è certificare pubblicamente la salute o la malattia di un’atleta guardando il suo fisico in un reel.

Il corpo di un’atleta, come quello di chiunque altro, non va commentato pubblicamente in nessuna direzione. Non per dire che è troppo magro. Non per dire, con sollievo, che finalmente non lo è più. In entrambi i casi il messaggio è identico: il tuo valore dipende da come appari, non da quello che sai fare.

Il vero problema non è quale dei due corpi vi sembra più giusto. È continuare, in entrambi i casi, a giudicare le atlete guardando la taglia invece del punteggio.

29/08/2026

Se questi contenuti bastassero aiutare davvero, avremmo risolto tutto, invece che con anni di ricerca scientifica.
Facciamolo notare con ironia, perché in fondo è ridicolo quanto quello che diciamo davvero sul cibo.
Nessun singolo alimento, da solo, “ingrassa” o “non ingrassa”: dipende dalla quantità totale che mangi nella giornata, da cosa ci abbini, da quanto ti muovi, dal contesto della tua vita, non dall’etichetta buttata lì in un reel di quindici secondi.
Questo tipo di contenuto funziona benissimo per un motivo preciso: è semplice, genera un si o no immediato, e il cervello adora le risposte binarie perché richiedono zero sforzo cognitivo. Ecco perché prende più interazioni di un contenuto che spiega davvero come funziona il metabolismo: la complessità fa scrollare veloce il contenuto, la certezza fa restare, anche quando quella certezza è completamente inventata.
Il problema è che, mentre ridiamo insieme su “il nero non ingrassa”, lo stesso format viene usato ogni giorno per il cibo vero, con la stessa identica logica sbagliata: “il succo”, “la banana ingrassa”, “il riso bianco ingrassa”, “lo yogurt greco non ingrassa”.
Zero contesto, zero quantità, zero individualità. Solo un’etichetta che genera engagement perché è facile da ricordare e da condividere.
La nutrizione seria richiede contesto, e il contesto non fa mai il numero di visualizzazioni che fa un contenuto del genere.
Quindi sì, ridiamoci sopra. Ma ricordiamoci che lo stesso meccanismo, applicato al cibo vero, sta confondendo milioni di persone ogni giorno.

28/08/2026

Il mukbang nasce in Corea del Sud più di un decennio fa, non come fenomeno di intrattenimento estremo, ma come risposta a un problema molto concreto: la solitudine di chi vive e mangia da solo in una società sempre più frammentata. Guardare qualcuno mangiare, anche solo attraverso uno schermo, restituiva un senso di compagnia a tavola che altrimenti mancava. È una radice del tutto diversa da quella che vediamo oggi nei video di burro e glassa.
Quello che è successo nel tempo è un fenomeno tipico dei contenuti social: l’algoritmo premia l’estremo, non l’intimità. Un video di qualcuno che cena in tranquillità genera meno reazioni di un video shock. Così il formato si è progressivamente spostato dal bisogno originale, la convivialità, verso la performance, l’eccesso calcolato per generare la reazione più forte possibile in meno secondi possibile.
C’è un dato che mi ha colpito studiando l’argomento: la ricerca ha osservato che l’effetto di questi contenuti su chi li guarda dipende moltissimo dal rapporto che quella persona ha già con il cibo. Per chi non ha una relazione conflittuale con l’alimentazione, restano spesso solo un contenuto stravagante da condividere. Per chi invece convive già con un disagio alimentare, lo stesso identico video può attivare meccanismi molto diversi, in entrambe le direzioni: c’è chi lo usa per sentirsi meno solo nel proprio percorso, e chi invece lo vive come una spinta verso comportamenti che stava provando a contenere.
Questo è il motivo per cui, da professionista, non guardo mai un trend virale solo per il suo contenuto in sé. Lo guardo per l’effetto che produce su chi lo riceve, che è quasi sempre più complesso e più vario di quanto il video stesso lasci immaginare.

26/08/2026

“Copriti.” “Con quella pancia il due pezzi io lo eviterei.” Scritto sotto la foto di una donna in vacanza, felice, in un giorno qualunque della sua estate.

Voglio essere diretta: perché sentite il bisogno di dirlo? Chi vi ha chiesto un parere sul suo corpo? Nessuno. Eppure c’è sempre qualcuno pronto a lasciarlo comunque, come se fosse un servizio pubblico invece di quello che è davvero: crudeltà gratuita, scritta con la leggerezza di chi non deve mai guardare in faccia il danno che fa.
Quella donna non ha chiesto un’opinione sulla sua pancia. Non deve una giustificazione per il costume che ha scelto, per il corpo che ha oggi, per come si sente dentro quella pelle. Deve, letteralmente, niente.

E la parte più triste è che dietro un commento così raramente c’è cattiveria pura. C’è quasi sempre paura del proprio corpo, proiettata sul corpo di un’altra persona perché è più facile giudicare fuori che affrontare il disagio dentro. Ma questo non rende il danno meno reale. Chi lo riceve non sa, e non deve sapere, cosa c’è dietro chi scrive. Sa solo che si sentiva bene, in costume, al mare, un attimo prima di leggere quella frase.

Non serve conoscere una persona per avere rispetto per lei. Basta, davvero, il minimo sindacale: se non hai niente di carino da dire, non dire niente. È l’unica cosa decente da fare quando l’alternativa è ferire qualcuno che non vi ha chiesto nulla.

24/08/2026

“Ti vedo bene, sei ingrassata.” “Stai bene, hai messo su un po’ di ciccia.” Frasi dette come complimenti a una persona uscita da anni di anoressia nervosa, con ricoveri alle spalle, che finalmente ha ricominciato a prendere peso e a stare bene.
Quei commenti, quasi sempre detti con affetto, non l’hanno fatta sentire vista. L’hanno fatta stare malissimo, al punto da farle desiderare di tornare indietro. E questo non è un dettaglio isolato: la letteratura scientifica sulla ricadita in anoressia nervosa lo conferma da anni. Uno studio pubblicato su International Journal of Eating Disorders ha mostrato che la ricaduta colpisce circa il 41% dei pazienti nel primo anno dopo il trattamento, con il periodo di rischio più alto tra il quarto e il nono mese. Tra i fattori predittivi documentati c’è proprio la preoccupazione persistente per il peso e il corpo dopo la fine del percorso terapeutico.
Un commento come “sei ingrassata”, anche detto con affetto, va esattamente a toccare quella vulnerabilità residua. Chi è in recupero non ha smesso, dall’oggi al domani, di avere una relazione fragile con il proprio corpo e con il cibo. La malattia insegna, per anni, a leggere ogni variazione di peso come un giudizio su di sé, e quella lettura non sparisce solo perché i sintomi clinici migliorano.
Uno studio qualitativo pubblicato sul Journal of Eating Disorders, basato su 150 testimonianze dirette di persone con anoressia nervosa, ha inoltre evidenziato come le aspettative esterne sul peso, anche quando presentate come preoccupazione positiva, possano diventare un ostacolo reale al percorso di guarigione, invece che un supporto.
C’è una domanda semplice che raramente ci facciamo prima di dire una frase così: perché serve commentare il corpo di qualcuno per dirgli che ci fa piacere vederlo? “Sono felice di vederti” basta. Non richiede un aggettivo sul peso, non richiede la parola “ciccia”.
Il corpo di una persona che si sta curando non è un traguardo da commentare pubblicamente. È un percorso, spesso ancora fragile, che merita rispetto, non un’osservazione, anche se detta a fin di bene.

23/08/2026

“La body positivity è per chi ha le smagliature o dei difetti, non per i chiattoni.”
“Chiattoni” non è un’argomentazione, è un insulto, evito di scrivere le altre parole usate perché sono vergognose. Ma accade spesso: quando in un discorso manca un ragionamento solido, il vuoto va coperto in qualche modo, con cosa? Con parole cattive che minano la dignità.
Lo scopo? Fa più rumore di una vera argomentazione, fa hype.
Chi decide dove passa la linea tra “accettabile” e “non accettabile”? Le smagliature sono ok, ma la cellulite? E qualche kg in più? E venti? Chi stabilisce la soglia oltre la quale un corpo smette di meritare rispetto?
Non esiste un metro oggettivo, esiste solo il gusto personale di chi parla, spacciato per regola universale.
Nessun corpo ha bisogno del permesso di qualcuno per meritare rispetto.
Le persone si devono assumere la responsabilità di ciò che dicono.

23/08/2026

“Ero una bambina magrissima, negli anni ‘60, quando i bambini dovevano essere tondi per sembrare sani. Mi hanno imbottita di cibo fino a farmi perdere di vista i miei limiti. A nove anni mia madre mi proibì il bikini, perché la mia pancia faceva le pieghe ed ero ridicola.” È la testimonianza di una donna che oggi ha quasi sessant’anni.
Prima la riempiono, ignorando i suoi segnali di sazietà. Poi la puniscono per il risultato. Non è una contraddizione isolata: è il funzionamento esatto della diet culture attraverso le epoche. Cambiano gli standard — tondo negli anni ‘60, magro oggi — resta identico il meccanismo. Il corpo di un bambino appartiene sempre all’ideale estetico del momento, deciso da adulti, mai a lui.
I bambini nascono con una competenza naturale nel riconoscere fame e sazietà, spesso più affidabile di quella di molti adulti. Il danno accade quando un adulto la ignora sistematicamente, insegnando al bambino a non fidarsi più del proprio corpo.
Il danno più profondo, qui, non è mai stato nel cibo né nel peso in sé. È aver insegnato a quella bambina a non ascoltarsi, e poi averla giudicata proprio per il risultato di non essersi più ascoltata.
A quasi sessant’anni, racconta di vedere ancora, allo specchio, le pieghe che le dissero fossero ridicole. Non è un ricordo: è un’incisione che il tempo non ha cancellato.
Il corpo di un bambino cambia, cresce, oscilla. Quello che non dovrebbe mai cambiare è il suo diritto a fidarsi di se stesso.

Indirizzo

Via Romolo Mori N. 32
Civitavecchia
00053

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