Studio di Psicologia Cles e Trento - Dr.ssa Annalisa Stablum

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Studio di Psicologia Cles e Trento - Dr.ssa Annalisa Stablum Riceve su appuntamento a Cles e a Trento:
a Cles in via Madruzzo 2 e a Trento in via Andrea Pozzo 30

10/05/2026

La lezione della madre ci ricorda che l’amore che cura non può mai essere amore per la vita in generale ma solo amore per l’uno per uno, per il figlio in quanto unico, per il suo nome più proprio. La sua cura, dunque, non potrà mai essere procedurale, protocollare, non sarà mai anonima, impersonale, ma sempre particolareggiata. In questo senso la lezione materna dovrebbe risuonare anche nella nostra vita civile e politica, che molto spesso invece dà prova di incuria, ovvero di confondere anziché distinguere il nome dal numero.
Il magistero della madre ci ricorda che nessuno è proprietario della vita del figlio, nemmeno chi l’ha generata o l’ha adottata. Anzi, quello che la maternità mostra è l’esistenza di una ospitalità – accogliere nel proprio corpo la vita del figlio – che rinuncia ad ogni diritto di proprietà. È quello che vediamo in questi bei mesi di primavera nei giardini pubblici quando incontriamo madri che insegnano ai loro bambini a camminare. Gesto apparentemente semplice ma che porta con sé tutta la lezione del materno: a te che sei stato sangue del mio sangue, viscere nelle mie viscere, insegno a camminare, ad allontanarti da me, ad intraprendere la tua vita. È il nucleo più profondo del grande racconto biblico del re Salomone. Il suo noto stratagemma della spada svela che la vera madre non è quella che reclama il figlio come una sua proprietà, ma è quella che è disposta a perderlo, a rinunciare ad ogni proprietà, purché a quel figlio sia salvata la vita.

Al link, "La lezione della madre", il mio articolo di oggi su Repubblica: https://drive.google.com/file/d/1TdaT6aIQqpRVj1WTjSzGOsPtO8ozhNIJ/view?usp=sharing
[Cover: T. Malick, The Tree of Life (2001)]

07/05/2026

In questo articolo su Leggo si affronta il tema della depressione post partum, una condizione che in Italia riguarda ogni anno tra le 40.000 e le 50.000 donne e che, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 50% dei casi non viene riconosciuta in tempo.

«Il concetto di maternità felice è una delle trappole psicologiche più insidiose», sottolinea Massimo Aiello, Presidente dell'Ordine degli Psicologi della Calabria. «Si ha l'idea che la mamma debba per forza sorridere e questo rappresenta uno standard errato. Si crea un divario tra la realtà vissuta e l'aspettativa sociale, quasi un'esigenza estetica di essere felici, mentre invece si prova tutt'altro: paura di non essere all'altezza, paura di sbagliare».

Una pressione costante che può trasformarsi in isolamento, senso di inadeguatezza e sofferenza emotiva. «È possibile amare il proprio figlio ma anche, contemporaneamente, detestare la condizione di fatica che si sta vivendo», continua Aiello.

«Parlarne con uno psicologo aiuta a comprendere che questo meccanismo non è una colpa, ma un processo che incide pesantemente sullo stress percepito e sull'umore».

L’articolo mette inoltre in evidenza quanto sia importante sapere che esistono percorsi di supporto accessibili e concreti per chiedere aiuto. «È utile rivolgersi al medico di famiglia per escludere cause organiche, ma l'opzione più diretta è il consultorio. Lì opera un'équipe multidisciplinare, psicologi, ginecologi, ostetriche, che si prende cura non solo della donna, ma della coppia. Chiedere aiuto non è difficile, basta una telefonata».

Centrale anche il tema della prevenzione e del sostegno intorno alla madre già prima della nascita del bambino: «Il corso pre-parto è l'arma più efficace. Serve a sfatare il mito della mamma perfetta e permette ai partner di acquisire la capacità di diventare custodi del benessere della compagna». Un supporto che, secondo Aiello, deve rispettare i bisogni e i confini della donna.

«Bisogna stabilire confini chiari», conclude Aiello. «Non dispensate consigli se non richiesti, non prendete il bambino dalle braccia della mamma se non lo chiede lei. Lo spazio mentale della madre è sacro».

Per approfondire👇
https://www.leggo.it/crescere_insieme/06_maggio_2026_depressione_post_partum_sintomi_durata_cura_psicologo_psichiatra_famiglia-9493576.html

27/04/2026

In dodici anni, in Italia, circa 500 docenti sono stati portati davanti a un giudice dai genitori. Non sempre per episodi gravi. Sempre più spesso per conflitti educativi trasformati in conflitti legali.

E allora la questione non è solo giuridica è profondamente psicologica.

Che cosa sta succedendo agli adulti?

Succede che un figlio torna a casa e racconta. Lo fa come può: emotivo, filtrato, a volte ingiusto. E il genitore, invece di aiutare a leggere la realtà, la riscrive insieme a lui. Interpreta, amplifica, difende.
Il limite diventa un’ingiustizia, l’insegnante un nemico, la frustrazione qualcosa da eliminare.

Ma educare non è evitare il dolore ma aiutare a starci dentro senza crollare.

Quando un genitore denuncia senza cercare prima un confronto, manda un messaggio preciso: “Se qualcosa ti ferisce, non affrontarlo. Fai sparire ciò che ti fa stare male.”

E questo è il punto.

Stiamo crescendo ragazzi sempre meno allenati alla frustrazione. Lo vediamo nelle crisi davanti a un no, nelle relazioni che saltano al primo attrito, nelle reazioni impulsive che non trovano contenimento.

Perché se ogni ostacolo viene tolto, non si costruisce forza. Si costruisce dipendenza.
E allora la scuola perde autorevolezza. E una scuola senza autorevolezza non è più giusta, è solo più fragile. E in una scuola fragile crescono ragazzi fragili.

Forse abbiamo smesso di credere in una parola fondamentale: alleanza.

Scuola e famiglia non devono essere perfette. Devono stare dalla stessa parte, anche quando è scomodo. Perché un adulto che combatte sempre al posto del figlio non lo protegge davvero. Lo lascia più solo.

E allora sto aiutando mio figlio a crescere o sto solo evitando che soffra?

06/04/2026

ChatGPT non ti dirà mai che stai delirando.

Non perché non lo sappia. Ma perché è stato addestrato per non contraddirsi con te, per seguire il tuo filo, validare il tuo punto di vista e tenerti soddisfatto.

In psichiatria però è un problema serio. Uno studio appena uscito su JAMA Psychiatry ha testato tre versioni di ChatGPT con domande costruite intorno ai sintomi tipici della psicosi. Con la versione gratuita — quella usata dalla stragrande maggioranza delle persone — la probabilità di ricevere una risposta inadeguata era 43 volte più alta rispetto a domande neutre. Le versioni a pagamento non si sono comportate in modo sostanzialmente diverso. La terapia funziona anche perché qualcuno, dall’altra parte, può permettersi di non darti ragione.

Insegno agli psicologi a fare i terapeuti. E no, non basta la tecnica.

Le conoscenze validate le impari dai libri, e presto, probabilmente, anche da un buon LLM. Ma la parte che conta di più si apprende altrove: dentro un’aula dove si lavora col corpo, le emozioni, la relazione. Un viaggio spesso faticoso, dentro se stessi.

Il terapeuta efficace non è solo quello che applica protocolli. È quello che sa sintonizzarsi, che ha attraversato i propri stati emotivi e li riconosce, senza nominarli, nel paziente seduto di fronte. Questa capacità incarnata e relazionale non è ancora replicabile. Forse un giorno, quando l’AI sarà davvero senziente. Per ora: ottima per slides, articoli, supporto diagnostico. Meno per stare nella stanza.

Il punto però è un altro: anche usarla bene richiede competenza. Fare le domande giuste non è banale. È già clinica, in un certo senso.

📚 Shen et al., JAMA Psychiatry, 2026

Un augurio sincero per una Pasqua serena!
05/04/2026

Un augurio sincero per una Pasqua serena!

  Dovremmo imparare dalla primavera il rispetto dei tempi.La sua capacità di non forzare.Di non mettere fretta.Quel suo ...
20/03/2026


Dovremmo imparare dalla primavera il rispetto dei tempi.

La sua capacità di non forzare.

Di non mettere fretta.

Quel suo silenzioso

rimanere

in attesa

che ognuno fiorisca a modo suo.

16/03/2026

La crisi più silenziosa della sanità globale non è una malattia. Sono i medici che dicono ai propri figli: “Non diventare uno di noi.”

In tutto il mondo sta accadendo qualcosa di profondamente scomodo all’interno della professione medica. I medici stanno silenziosamente scoraggiando la nuova generazione dall’intraprendere la professione.

Per comprendere meglio questa crisi, la Debabrata Mitalee Auro Foundation, ha recentemente condotto un sondaggio tra i medici.
Hanno partecipato più di 1.200 medici ed il risultato dovrebbe preoccupare ogni sistema sanitario del mondo.

Il 91,4% dei medici ha dichiarato che non vorrebbe che i propri figli diventassero medici.

Nove su dieci.

Le ragioni sono sorprendentemente simili nei diversi Paesi.

Un Medico internista ha commentato che oggi la medicina spesso sembra essere praticata sotto sorveglianza costante.

Cartelle cliniche elettroniche.
Burocrazia amministrativa.
Rischio di contenziosi legali.

“Passo più tempo a proteggermi legalmente che a fare il medico.”

Il burnout è elevato.

La pressione amministrativa è incessante.

Il costo emotivo della professione viene raramente discusso apertamente.

In Australia, un chirurgo ha descritto un’altra preoccupazione crescente. Gli ospedali stanno iniziando a formare i medici non solo nelle competenze cliniche, ma anche su come gestire parenti aggressivi o arrabbiati quando gli esiti non sono quelli che le famiglie speravano.

E in generale le pressioni sono ancora più stratificate.

Burnout.
Ansia legale.
Violenza.
Sfiducia pubblica.

Il sondaggio ha rivelato che:

Il 78% dei medici riferisce livelli elevati di burnout.
L’84% ritiene di avere più probabilità rispetto alla popolazione generale di subire aggressioni fisiche o verbali da parte dei pazienti o dei loro familiari.
Il 67% ha affrontato denunce medico-legali.
Più della metà riferisce sintomi di ansia o depressione.
Quasi due terzi ritengono che la percezione pubblica dei medici sia peggiorata significativamente negli ultimi cinque anni.

Non è semplicemente un problema professionale.

È un problema sociale.

Perché la medicina è una delle poche professioni in cui esperienza, giudizio e fiducia umana non possono essere facilmente sostituiti.

Se le menti più brillanti iniziano a guardare questa professione e decidono silenziosamente che il prezzo da pagare è troppo alto, i sistemi sanitari di tutto il mondo ne sentiranno le conseguenze.

E questo ci lascia con una domanda scomoda.

Se le persone che salvano le nostre vite stanno dicendo ai propri figli di non seguirli nella professione…

Chi ci curerà domani?

Fonte: Debabrata Mitalee Auro Foundation

13/03/2026

Quando un figlio o una figlia manifestano difficoltà scolastiche o personali, un genitore ha di fronte solo due strade.
La prima è fare finta di niente, sperare che passi (spoiler: non passa), minimizzare, dare la colpa alla scuola, agli amici, alla società, al figlio o alla figlia, girarsi dall’altra parte, forse illudendosi che “Se fingo che non esista, allora non esiste”. Lo capisco, vi capisco, prendere coscienza che qualcosa non va fa tanta paura. Fa tremare la terra sotto i piedi.
La seconda strada è rimboccarsi le maniche, preparare una scorta di fazzolettini, tendere una mano, ascoltare, provare a capire, cercare una soluzione e, se ci si accorge che da soli non bastiamo, chiedere aiuto.

La seconda strada è in salita, tortuosa e piena di buche. L’ho percorsa e la sto percorrendo, e vorrei raccontarvi qualcosa, nel caso in cui decidiate di imboccarla anche voi.
Quando una madre o un padre scelgono di aiutare un figlio o una figlia a stare meglio, devono sapere che verranno messi in discussione. Dai figli, dagli insegnanti, dagli specialisti (rivoltarvi come calzini è il loro lavoro), dal primo che si sentirà in diritto di dare consigli non richiesti (e, di solito, perfettamente inutili). Da se stessi.
Dovrete abbandonare l’idea che avevate di voi come “buoni genitori” per diventare “genitori che ce la mettono tutta”, per poi scoprire (spoiler numero due), dopo un lungo viaggio, che le due cose coincidono.

Le domande faranno sbocciare altre domande, altre incertezze, altre crisi. La parola “crisi”, in origine, indicava la competenza con cui gli agricoltori separavano il grano dalle piante infestanti per assicurarsi un buon raccolto. Se vorrete aiutare i vostri figli, vi capiterà quasi sicuramente di smarrirvi, come smarriti sono i vostri figli - ma in maniera diversa, parallela.
Gli specialisti e gli insegnanti vi faranno molte domande e vi sentirete un po’ messi sotto una enorme lente d’ingrandimento, coi vostri pregi e soprattutto con tutti i vostri difetti. Non vergonatevi. Non vergognatevi di aver sbagliato e di sbagliare. Non ci si deve mai vergognare quando ci si mette in discussione. Tenete duro, fate tesoro di questo trambusto interiore, perché vi servirà per conoscervi più a fondo. Il solo fatto di provarci deve farvi sentire valorosi.

Per molti anni la mia identità ha ruotato attorno al mito della madre perfetta – che non ero. Quando la crisi ha spalancato porte e finestre di casa come un uragano, portando polvere, lacrime, disordine e incertezza, mi sono sentita persa. Ma poi ho scelto di affidarmi a chi ne sapeva più di me, e mettendomi a n**o (poiché non c’era altra strada) ho scoperto che la madre perfetta non esiste, i figli perfetti non esistono, i padri perfetti non esistono, la perfezione è una fregatura. Esiste avere il coraggio di tendere una mano, avere l’immensa fortuna di trovarne una che prende la nostra (che siamo bambini, ragazzi, adulti), rimettere insieme i pezzi in una maniera che non avremmo mai immaginato per disegnare un presente nuovo, più interessante, meno prevedibile, aperto alle possibilità.
Alla possibilità di confessarsi imperfetti e trovare una parola di conforto.
Alla possibilità di ammettere che non va tutto bene - e stare meglio.
Alla possibilità di metterci di fronte a nostro figlio o a nostra figlia, guardarci negli occhi con le braccia abbassate, e magari ci scappa un abbraccio. Magari ci scappa un Ti voglio bene. Magari ci scappa un nuovo modo di essere famiglia, dove nessuno è perfetto e tutti sappiamo di avere un luogo sicuro dove tornare.

E magari, una sera come tante, sentirete vostra figlia ridere nella sua stanza insieme a un’amica con la sua voce cristallina e senza ombre, e quel frammento di normalità vi sembrerà un meraviglioso traguardo da cui ripartire. Ecco il vostro prezioso raccolto.
(La cattiva notizia è che non si finisce mai di coltivare. La buona è che il panorama è impagabile).

“Non vedrai mai un fiore di loto nell’acqua limpida. Esso può nascere, crescere e germogliare solo se le sue radici sono...
12/03/2026

“Non vedrai mai un fiore di loto nell’acqua limpida. Esso può nascere, crescere e germogliare solo se le sue radici sono piantate nel fango. Lo stesso vale per noi esseri umani: anche noi, se vogliamo fiorire, dobbiamo partire dal nostro fango interiore. Dalla nostra sofferenza. Soffrire non è il problema, ma la base da cui partire per guarire.”
Cit.

22/01/2026

Se ogni lutto, anche quello più elaborato, più “accettato”, conservasse sempre un resto, una scheggia, un punto dolente che continua a pulsare dentro di noi?
Ho sempre pensato che esista qualcosa di irriducibile nel dolore della perdita, una ferita che non guarisce mai del tutto.
Possiamo provare a rimarginarla, a darle un senso, ma resta sempre lì: come una cicatrice che, al cambiare del tempo o delle stagioni, torna a farsi sentire...
Forse dovremmo accettare che il lutto non è qualcosa che si supera, ma qualcosa che si trasforma.
Che dentro di noi non muore mai davvero ciò che abbiamo amato: cambia forma, si riconfigura, diventa un’altra presenza.
È un’operazione di metamorfosi, un’opera interiore di trasformazione del dolore in significato, della perdita in creazione.
Il lutto, se resta senza lavoro, ci incatena al passato, ci condanna alla paralisi della malinconia.
Ma se trova una via, se riesce a generare senso, allora può aprirci di nuovo alla vita.
È qui che nasce una nuova forma di nostalgia — non quella sterile del rimpianto, ma quella grata, viva, che illumina come la luce delle stelle morte: una luce che ci raggiunge da un corpo che non esiste più, ma che continua a splendere.
La nostalgia delle stelle morte è questo: la memoria che non spegne, ma accende; il dolore che non distrugge, ma trasforma;
il passato che non ci trattiene, ma ci invita ad andare avanti.
Il lutto, allora, non è mai solo perdita.
È anche promessa.
È un ritorno di luce - quella che proviene da ciò che abbiamo amato, e che, anche se non c’è più, continua a mostrarci la via.

Massimo Recalcati

Indirizzo

Via Madruzzo 2
Cles
38023

Orario di apertura

Lunedì 08:30 - 17:30
Martedì 08:30 - 17:30
Mercoledì 08:30 - 18:30
Giovedì 08:30 - 17:30
Venerdì 08:30 - 18:30
Sabato 08:00 - 12:00

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