Emanuela Manara - Psicoterapeuta

Emanuela Manara - Psicoterapeuta Sono psicoterapeuta, psicodrammatista. Da oltre 20 anni svolgo la libera professione offrendo consul

Questa pagina nasce con l'intento di condividere la mia passione per la psicologia e il benessere psicologico e per fornire opportunità e strumenti nuovi per affrontare con creatività ed energia le sfide della vita. Iscritta all’Ordine degli Psicologi della regione Emilia Romagna (n 1792 sezione A), da oltre vent’anni svolgo la libera professione offrendo spazi di psicoterapia individuale e di gru

ppo per aiutare le persone ad attivare le proprie risorse personali. Collaboro con le associazioni del privato sociale in azioni di prevenzione e promozione della salute fisica e psicologica di bambini/ragazzi, genitori e insegnanti offrendo spazi di consulenza, orientamento e di sostegno psicologico. Sono docente didatta presso la scuola di psicoterapia psicodrammatica di Brescia
Sono membro dell’Osservatorio Psicologi Parmensi (O.P.P.) e di Aipsim (Associazione Italiana Psicodrammatisti moreniani) perché credo che la cultura del benessere psicologico vada promossa insieme. Collaboro con Famiglia più (Parma) in progetti di sostegno alla genitorialità e in colloqui di sostegno psicologico

Mi viene facile: ascoltare le persone, sostenere, condividere e sorridere, sono anche le cose che amo molto fare…
Mi viene difficile: scrivere per gli altri, aggiornare il sito, promuovermi… tuttavia amo le sfide con me stessa e non mi arrendo...
Oltre ad essere psicologa sono anche moglie, mamma, amica: dalla famiglia ha imparato l’accoglienza, la pazienza e la profondità; dall’amicizia tutto il resto!

Come riconoscere un amore tossico?Vi è mai capitato di parlare di relazioni con un amico o un’amica e di rimanere sorpre...
23/08/2026

Come riconoscere un amore tossico?

Vi è mai capitato di parlare di relazioni con un amico o un’amica e di rimanere sorpresi nello scoprire quanto siano diverse le vostre idee su ciò che desiderate da un partner?
È facile pensare che tutti esprimano e ricevano amore nello stesso modo. In realtà, ciascuno di noi ha desideri, bisogni, aspettative e modalità differenti di vivere la relazione. Ed è proprio questa complessità a rendere difficile dare una definizione univoca dell’amore: esistono molti modi di amare e molti modi di sentirsi amati.
Ma allora, come possiamo capire quando una relazione sta diventando tossica? Quando ciò che chiamiamo amore rischia di trasformarsi in qualcosa che compromette il nostro benessere, la nostra autonomia e, in alcuni casi, persino la nostra sicurezza?

Quando l’amore diventa controllo
Quando parliamo di “amore tossico”, immaginiamo spesso una relazione fatta di litigi continui, gelosia evidente, aggressività e conflitti.
Nella realtà, però, alcune delle dinamiche più dannose possono essere molto più sottili e difficili da riconoscere, soprattutto perché si instaurano gradualmente.
Possono presentarsi inizialmente come semplici richieste di comprensione nei confronti di un lato “spigoloso” del partner, di una sua particolare sensibilità o di un comportamento che viene percepito come parte del suo carattere e, proprio per questo, come qualcosa di speciale.
Dal punto di vista psicologico è importante fare una precisazione: “amore tossico” non è una categoria diagnostica. È un’espressione utilizzata per descrivere relazioni caratterizzate da modalità di interazione persistenti che compromettono il benessere, l’autonomia e il senso di sicurezza di una delle persone coinvolte.
E il primo segnale non è necessariamente ciò che l’altro fa.
A volte è ciò che, lentamente, accade a noi.
Una relazione che cambia lentamente
Una delle difficoltà nel riconoscere una relazione disfunzionale è che raramente essa inizia mostrando immediatamente il proprio lato più problematico.
All’inizio possono esserci attenzioni intense, grande coinvolgimento emotivo, il desiderio di trascorrere molto tempo insieme e una forte sensazione di essere importanti per l’altro.
Alcuni comportamenti che, nel tempo, possono diventare controllanti vengono persino interpretati come segnali d’amore:

“È geloso perché ci tiene.”
“Vuole sapere dove sono perché si preoccupa per me.”
“Ha bisogno di me perché mi ama tanto.”
Anche pensieri come “Anch’io, in fondo, sono una persona gelosa: voglio rassicurarlo sul mio amore” possono diventare parte di questo meccanismo.

Sono frasi che ricorrono spesso nelle narrazioni di donne che cercano aiuto chiedendosi dove stiano sbagliando, che cosa possano fare per andare incontro alle richieste del partner e come possano evitare di perdere il suo amore.
Il rischio è iniziare a spostare continuamente l'attenzione da una domanda fondamentale — “Come sto io in questa relazione?” — a un’altra: “Che cosa posso fare per farlo stare bene?”

Il segnale più importante: cosa succede alla nostra libertà?
Il problema non è necessariamente la presenza occasionale di gelosia, conflitto, insicurezza o bisogno di rassicurazione.
In una relazione possono esserci incomprensioni, momenti difficili e comportamenti imperfetti.

La differenza fondamentale riguarda la frequenza, la pervasività, la reciprocità e, soprattutto, l’effetto che questi comportamenti producono sulla libertà dell’altro.
Quando una relazione comincia a restringere progressivamente il nostro spazio personale, a modificare le nostre scelte per evitare reazioni negative e a generare la sensazione di dover continuamente “stare attenti” a ciò che diciamo o facciamo, è importante fermarsi e osservare ciò che sta accadendo.

Possiamo chiederci:
• Posso essere me stessa all’interno di questa relazione?
• Posso avere amici senza dovermi continuamente giustificare?
• Posso trascorrere del tempo da sola senza provocare una reazione negativa?
• Posso esprimere un’opinione diversa da quella del mio partner?
• Posso dire “no” senza essere punita, minacciata o fatta sentire in colpa?
• Posso prendere decisioni che riguardano la mia vita senza dover ottenere un permesso?
• Mi sento libera di esprimere ciò che penso e ciò che desidero?
• Sto cambiando il mio comportamento per paura della sua reazione?
Queste domande sono importanti perché una relazione sana non elimina l’autonomia individuale.
Amare qualcuno non significa rinunciare progressivamente a se stessi.

Quando compare il controllo coercitivo
Il controllo coercitivo non consiste necessariamente in un singolo episodio eclatante. Può configurarsi come un insieme di comportamenti che, nel tempo, limitano l’autonomia e la libertà della persona.
Può includere, per esempio, l’isolamento da amici e familiari, il monitoraggio degli spostamenti e delle comunicazioni, il controllo delle risorse economiche, la richiesta continua di informazioni, la svalutazione delle proprie scelte o la tendenza a prendere decisioni al posto dell’altro.
Non è quindi sempre facile riconoscere il momento preciso in cui una relazione supera il confine tra una normale difficoltà di coppia e una dinamica di controllo.
A volte ce ne accorgiamo guardando indietro e rendendoci conto che abbiamo iniziato a chiedere meno, a dire meno, a frequentare meno persone, a fare meno cose.
Fino a domandarci:
“Quando ho smesso di sentirmi libera?”
Una relazione sana lascia spazio
Riconoscere una relazione tossica non significa stabilire se il nostro partner sia una “persona cattiva” o attribuirgli necessariamente un’etichetta.
Significa osservare la relazione e chiedersi se, al suo interno, esistano rispetto, reciprocità, libertà, possibilità di dissentire e sicurezza emotiva.
Una relazione può attraversare momenti di crisi senza essere necessariamente tossica.
Ma quando la paura, il senso di colpa, il controllo e la rinuncia a se stessi diventano la condizione necessaria per mantenere la relazione, è importante non ignorare questi segnali.
E soprattutto è importante non convincersi che per essere amati dobbiamo diventare sempre più piccoli.

Uscire si può
Uscire da una relazione dannosa è possibile, ma non sempre è semplice e non sempre è immediato.
Può richiedere un percorso lento e profondo di recupero dell’autonomia, della fiducia in se stessi e della capacità di riconoscere i propri bisogni.
A volte è necessario anche chiedere aiuto e trovare persone con cui poter parlare senza sentirsi giudicati.
Riconoscersi fragili e bisognosi di confronto non è una debolezza. È un atto di consapevolezza.
E trovare le parole giuste per chi sta vivendo una situazione così dolorosa è difficile. Perché, oltre alle parole, avremmo voglia di essere davvero lì, al suo fianco.

Per questo, se ti riconosci in queste dinamiche, vorrei lasciarti soprattutto un messaggio:
non devi affrontare tutto da sola.
Chiedere aiuto non significa aver fallito.
Significa iniziare, forse, a scegliere di nuovo te stessa.

Come posso godermi a pieno la mie vacanze estive?La vacanza non inizia davvero il giorno in cui parti.Molto spesso inizi...
30/07/2026

Come posso godermi a pieno la mie vacanze estive?

La vacanza non inizia davvero il giorno in cui parti.
Molto spesso inizia due o tre giorni dopo.

Quando finisce la corsa.
Quando la mente smette di rincorrere gli impegni.
Quando la lista delle cose da fare smette di occupare ogni pensiero.
E quando arriva lui: il vuoto.

Quel senso strano di "E adesso?"
Di tempo libero che, invece di farti sentire subito bene, sembra quasi pesare.
Di giornate senza orari che ti fanno sentire disorientata/o.
Di quella sensazione di non sapere più cosa fare con te stessa/o.

È una sensazione più comune di quanto immagini.
Ed è del tutto normale.

Per mesi la tua vita è stata scandita da ritmi precisi: lavoro, studio, impegni, responsabilità, appuntamenti.
Le giornate avevano una direzione già scritta.
Poi, all'improvviso, quei binari finiscono.

Ti ritrovi davanti a uno spazio aperto.
Uno spazio che all'inizio può sembrare quasi scomodo, perché nessuno ti dice più cosa dovresti fare.
E proprio per questo può nascere un po' di smarrimento.

In quei primi giorni, prova a non riempire subito quel vuoto con mille attività, programmi o distrazioni.
Concediti il tempo di attraversarlo.

Quel vuoto non è un problema da risolvere.
È il tempo che torna a essere tuo.
È lo spazio che si è liberato dopo mesi di corse, perché tu possa ritrovare il tuo ritmo.

Godersi la vacanza significa anche questo.

Significa svegliarsi al mattino e chiedersi:
"Di cosa ho bisogno oggi?"

Non:
"Che cosa dovrei fare?"

Ho bisogno di silenzio o di compagnia?
Di mare o di montagna?
Di leggere un libro, fare una passeggiata, dormire un po' di più...
Oppure semplicemente di non fare nulla, senza sentirmi in colpa.

Anche questo è riposo.

La vera vacanza inizia quando smetti di confrontare la tua estate con quella degli altri.
Quando smetti di inseguire l'idea della *vacanza perfetta* e inizi ad abitare la tua.

Ci saranno giorni pieni di energia.
Altri più lenti.
Forse qualche momento di noia.
Forse qualche giornata apparentemente vuota.

Ma non sarà tempo perso.

Sarà il tempo necessario perché il corpo rallenti, la mente si alleggerisca e tu possa ritrovare un contatto più autentico con te stessa/o.

Perché il riposo non è fare tutto quello che non riesci a fare durante l'anno.
Il riposo è concederti il permesso di esistere anche senza dover sempre produrre, organizzare o dimostrare qualcosa.

Non sei in ritardo con il riposo.
Stai semplicemente imparando ad abitare il tuo tempo, senza che sia la routine a guidarti.

Frase da portare con te:

"Quel vuoto non è un problema.
È lo spazio che si è liberato perché tu possa essere chi sei."

Perché mi confronto sempre con gli altri?Ti è mai capitato di guardare la vita di qualcuno e pensare: "Vorrei essere com...
29/06/2026

Perché mi confronto sempre con gli altri?
Ti è mai capitato di guardare la vita di qualcuno e pensare: "Vorrei essere come lui" oppure "Lei ce l'ha fatta e io sono ancora qui"?

Può succedere osservando un collega, un amico, una persona sui social o perfino qualcuno che conosci appena. In un attimo smettiamo di guardare il nostro percorso e iniziamo a misurarlo con quello degli altri.

Il confronto è un'esperienza profondamente umana. Fa parte del modo in cui comprendiamo chi siamo e come ci collochiamo nel mondo. Il problema nasce quando smette di essere uno strumento di crescita e diventa una lente attraverso cui giudichiamo costantemente il nostro valore.

In quei momenti non vediamo più ciò che abbiamo costruito. Vediamo soltanto ciò che ci manca.

E così il successo degli altri diventa la prova dei nostri fallimenti, la felicità altrui mette in ombra la nostra, e ogni traguardo raggiunto sembra improvvisamente insufficiente.

Perché ci confrontiamo?
Da un punto di vista psicologico, il confronto sociale è un meccanismo naturale. Fin da piccoli impariamo a capire chi siamo osservando gli altri. Il problema è che spesso non ci confrontiamo in modo realistico.

Confrontiamo il nostro "dietro le quinte" con il "palcoscenico" degli altri.

Conosciamo perfettamente le nostre paure, i nostri dubbi, le nostre fragilità, mentre degli altri vediamo solo ciò che mostrano. Questo accade ancora di più nell'epoca dei social network, dove siamo continuamente esposti a immagini di successo, bellezza, realizzazione e felicità.

Ma dietro ogni immagine esiste una storia che non conosciamo.

Quando dimentichiamo questo particolare fondamentale, iniziamo a credere che tutti stiano meglio di noi.

Quando il confronto diventa una trappola
Il confronto continuo può generare insicurezza, frustrazione e senso di inadeguatezza.

Ci porta a pensare:

Non sto facendo abbastanza.
Sono in ritardo.
Dovrei essere più avanti.
Gli altri sono migliori di me.
Questi pensieri, ripetuti nel tempo, rischiano di alimentare una visione distorta di noi stessi e di ridurre la fiducia nelle nostre capacità.

Il paradosso è che più ci confrontiamo, più perdiamo il contatto con la nostra storia.

Smettiamo di chiederci cosa desideriamo davvero e iniziamo a inseguire obiettivi che forse non ci appartengono nemmeno.

Ognuno ha il proprio tempo
Una delle convinzioni più dolorose che emergono dal confronto è quella di essere in ritardo.

Ma la vita non è una gara.

Non esiste un'età giusta per essere felici, trovare l'amore, cambiare lavoro, avere figli, realizzare un progetto o ricominciare da capo.

Ognuno ha una storia diversa, risorse diverse, ferite diverse e opportunità differenti.

Misurare il proprio valore confrontandosi con il percorso di qualcun altro è come pretendere che alberi diversi fioriscano nello stesso momento.

Non accade in natura e non accade nemmeno nelle persone.

Come uscire dal confronto continuo
Il primo passo è accorgersi di quando stiamo spostando lo sguardo da noi agli altri.

Chiediti:

Sto osservando o mi sto giudicando?
Questa persona mi ispira o mi fa sentire inferiore?
Cosa desidero davvero io?
Qual è il mio percorso?
A volte è utile interrompere per un momento il confronto esterno e tornare ad ascoltare la propria voce.

Riconoscere i propri progressi, anche piccoli, aiuta a costruire una percezione più equilibrata di sé.

La crescita personale non consiste nel diventare migliori degli altri.

Consiste nel diventare sempre più vicini a ciò che siamo.

Una gentilezza da ricordare
Forse non sei in ritardo.

Forse stai semplicemente seguendo il tuo tempo.

Un tempo che non ha bisogno di essere confrontato, accelerato o giustificato.

Perché il tuo valore non aumenta quando superi qualcuno e non diminuisce quando qualcuno arriva prima di te.

Il tuo valore esiste già.

E merita di essere riconosciuto, indipendentemente dal confronto.

Se senti che il confronto con gli altri sta influenzando il tuo benessere, la tua autostima o la tua serenità, parlarne con un professionista può aiutarti a comprendere le radici di questo meccanismo e a costruire uno sguardo più gentile e realistico verso te stesso.

Perché la tua strada non deve assomigliare a quella di nessun altro. 🌿

Perché mi sento solo anche quando sono con gli altri?La solitudine non è sempre assenza di persone.A volte è una sensazi...
23/05/2026

Perché mi sento solo anche quando sono con gli altri?
La solitudine non è sempre assenza di persone.
A volte è una sensazione più silenziosa e difficile da spiegare: puoi essere circondato da amici, parlare, lavorare, uscire… e sentirti comunque distante.
È come esserci, ma senza sentirsi davvero connessi.
Come se qualcosa dentro restasse scollegato, anche in mezzo agli altri.
Negli ultimi anni sempre più persone raccontano questa esperienza. Una solitudine che non dipende da quante relazioni abbiamo, ma da quanto riusciamo a sentirci autenticamente presenti dentro di esse.
Viviamo in un’epoca in cui siamo continuamente connessi, ma non sempre realmente in relazione.
Messaggi, notifiche, conversazioni veloci riempiono le giornate, ma spesso manca uno spazio in cui sentirsi davvero ascoltati, accolti e compresi.
E allora può succedere qualcosa di paradossale:
più cerchiamo connessione fuori, più ci sentiamo vuoti dentro.
Perché la vera connessione non nasce solo dalla presenza degli altri.
Nasce anche dal rapporto che abbiamo con noi stessi.
Spesso chi si sente profondamente solo ha imparato, nel tempo, ad allontanarsi dalle proprie emozioni.
A mostrarsi forte quando stava male.
A dire “va tutto bene” anche quando dentro sentiva confusione, paura o tristezza.
Così ci si abitua ad adattarsi, a occupare il posto che gli altri si aspettano, ma lentamente si perde il contatto con ciò che si prova davvero.
E quando perdiamo il contatto con noi stessi, anche le relazioni rischiano di diventare superficiali o faticose.
Perché è difficile sentirsi visti dagli altri quando, per primi, facciamo fatica a guardarci davvero.
Alla base della solitudine c’è spesso un bisogno molto umano: sentirsi riconosciuti, accolti, importanti.
Ma questo bisogno non può dipendere esclusivamente dall’esterno.
Nessuna presenza potrà riempire completamente un vuoto se continuiamo ad abbandonare noi stessi.
Per questo il primo passo non è cercare continuamente qualcuno che ci faccia sentire meno soli.
Il primo passo è tornare in contatto con sé.
Chiedersi:
• Come sto davvero?
• Cosa mi manca?
• Cosa sto evitando di sentire?
• Quando è stata l’ultima volta che mi sono ascoltato davvero?
A volte stare bene con sé stessi non significa isolarsi dal mondo, ma imparare a sentirsi presenti nella propria vita, senza dover riempire ogni silenzio o ogni vuoto con qualcosa o qualcuno.
La connessione più profonda nasce quando iniziamo ad accoglierci con autenticità, senza dover essere perfetti, sempre forti o sempre disponibili.
E questo richiede tempo, ascolto e gentilezza.
Sentirsi soli non significa essere sbagliati.
Significa che c’è una parte di noi che sta chiedendo attenzione, cura e presenza.
A volte parlarne con un professionista può aiutare a comprendere meglio questi vissuti, a dare un nome a ciò che sentiamo e a costruire un rapporto più autentico con noi stessi e con gli altri.
Perché il contrario della solitudine non è semplicemente avere qualcuno accanto.
È sentirsi finalmente in contatto con sé stessi. 🌿

23/05/2026

Il gruppo non è solo un insieme di persone.
È un contenitore.
Nel gruppo psicodrammatico, le emozioni trovano spazio, le storie vengono accolte, i segnali di disagio possono emergere e trasformarsi.
💛 È un luogo protetto dove si può sperimentare, sbagliare, riprovare.
Formarsi significa anche imparare a costruire questo spazio.

http://www.psicoterapiapsicodrammatica.it

Ti capita di non sentirti abbastanza?Ci sono momenti in cui la voce del giudice interiore diventa assordante.Ti osserva,...
30/04/2026

Ti capita di non sentirti abbastanza?
Ci sono momenti in cui la voce del giudice interiore diventa assordante.
Ti osserva, ti confronta, ti punge.
Ti fa credere che non stai facendo abbastanza, che potresti essere migliore, che qualcosa in te sia “difettoso”.
È un pensiero che nasce in silenzio ma può diventare una prigione invisibile: ti fa vivere in costante rincorsa, come se dovessi guadagnarti ogni giorno il diritto di sentirti “a posto”.
Dietro quella sensazione c’è quasi sempre un bisogno profondo: sentirti visto e riconosciuto per ciò che sei, non per ciò che fai.
Molti di noi crescono con l’idea che il valore dipenda dai risultati, dall’approvazione, dalle aspettative soddisfatte.
Ma l’amore — verso sé stessi o verso gli altri — non dovrebbe mai essere condizionato dalla performance.

Da dove nasce il “non sentirsi abbastanza”
Spesso nasce in contesti in cui la stima arrivava come premio: solo se facevi bene, solo se non deludevi, solo se non sbagliavi.
Quel modello resta dentro anche da adulti: continuiamo a misurare il nostro valore con lo sguardo degli altri.
In psicologia si parla di autovalutazione condizionata: il giudizio su di sé dipende da fattori esterni, non interni.
Il problema è che questi fattori non sono mai stabili — cambiano, si spostano, si moltiplicano.
Questa esperienza ha anche un nome: atelofobia — la paura di non essere mai abbastanza.
Chi la vive si impone standard altissimi, percepisce ogni errore come un fallimento e fatica a sentirsi soddisfatto.
Non è semplice desiderio di migliorarsi: è ansia legata alla valutazione di sé.
Nel tempo può portare a evitare nuove sfide, a sentirsi paralizzati dal giudizio, a convivere con un senso di colpa costante.

Come disinnescare lo schema
Riconoscerlo è il primo passo.
Serve gentilezza interiore e consapevolezza.
Significa imparare a parlarti in modo diverso:
non come un giudice, ma come una guida.
Non con la voce della colpa, ma con quella della cura.
Essere “abbastanza” non è raggiungere un ideale perfetto.
È riconoscere che stai facendo del tuo meglio, con ciò che hai, nel momento in cui puoi.
Non sei il tuo errore.
Non sei il tuo passato.
Non sei ciò che non hai ancora realizzato.
Sei il risultato di tutto ciò che hai imparato, sentito, superato.
E questo — anche se a volte lo dimentichi — ti rende già abbastanza.
Abbastanza vera.
Abbastanza forte.
Abbastanza umana.

⚠️ ULTIMI POSTI DISPONIBILIPercorso ECM “LA VITA È BELLA”Non è solo un corso.È un’esperienza che può cambiare il modo in...
15/03/2026

⚠️ ULTIMI POSTI DISPONIBILI
Percorso ECM “LA VITA È BELLA”

Non è solo un corso.
È un’esperienza che può cambiare il modo in cui ti prendi cura degli altri… e di te stesso.

Attraverso Psicodramma e Arteterapia lavoreremo sul tema del nutrimento: nelle relazioni, nella cura, nella vita professionale e personale.

Un percorso pensato per chi lavora nella relazione d’aiuto e sente il bisogno di andare oltre la teoria e tornare all’esperienza.

🎓 50 CREDITI ECM
🏡 Possibilità di soggiorno nella struttura

👩‍🏫 Conducono
Laura Consolati · Gabriella Goffi · Emanuela Manara

⚠️ I posti sono limitati e stanno terminando.

Se stai pensando di partecipare, questo è il momento di iscriverti.

👉 Blocca ora il tuo posto
https://www.psicoterapiapsicodrammatica.it/la-vita-e-bella/

📅 Il percorso in 5 incontri

27–28 marzo
Dare e ricevere – Il cibo come relazione

22–23 maggio
Fame di senso, fame d’amore

17–18 luglio
Radici del nutrimento: la relazione originaria

18–19 settembre
Mi vedo, mi guardo, mi sento. Mi voglio bene?

20–21 novembre
Nutrire e lasciarsi trasformare

💛 Se lavori nella cura, sai quanto è importante nutrire anche chi cura.

📩 Iscriviti ora prima che i posti si esauriscano.








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07/03/2026
Perché tendo sempre a rimandare?C’è una frase che ci raccontiamo spesso: “Inizio domani.”Domani la dieta. Domani la pale...
28/02/2026

Perché tendo sempre a rimandare?

C’è una frase che ci raccontiamo spesso: “Inizio domani.”
Domani la dieta. Domani la palestra. Domani quella telefonata scomoda. Domani quel progetto che potrebbe cambiare qualcosa.
E poi il domani diventa settimana prossima. Poi il mese prossimo. Poi “quando mi sentirò pronto”.

La verità è che rimandare non è quasi mai una questione di tempo. Il tempo, in fondo, lo troviamo per tante altre cose. È qualcosa di più sottile. Più profondo.

È quella sensazione allo stomaco quando stiamo per iniziare.
È quella voce che dice: “E se non fossi capace?”
È la paura di non farcela, di sbagliare, di deludere qualcuno — o noi stessi.

Così facciamo altro. Sistemiamo un cassetto. Scrolliamo il telefono. Rispondiamo a messaggi poco urgenti. Ci convinciamo di essere solo stanchi. O pigri.

Ma la procrastinazione non è pigrizia.

È spesso una forma di protezione. Se non inizio, non posso fallire. Se rimando, resto nella possibilità. Non metto davvero in gioco chi sono e non incorro con la spiacevole sensazione di aver sbagliato o di essere sbagliato....
Il problema è che, mentre ci proteggiamo, ci blocchiamo.
E ogni rinvio lascia una piccola traccia: un senso di colpa, una punta di frustrazione, l’idea di non essere abbastanza disciplinati, abbastanza forti, abbastanza capaci. Questo mina in profondità l’autostima e lascia traccia…

Col tempo, questo meccanismo può diventare un’abitudine. Rimandiamo le decisioni importanti. Rimandiamo le conversazioni difficili. Rimandiamo perfino il prenderci cura di noi.
E intanto l’autostima si abbassa. L’ansia aumenta. Le cose si accumulano e sembra sempre più difficile fare quella cosa; arriviamo così a restringere il nostro campo di azione e movimento….

A volte dietro la procrastinazione c’è il perfezionismo: se non posso farlo perfettamente, meglio non farlo. Altre volte c’è la paura del giudizio. Altre ancora, una stanchezza emotiva che non sappiamo nemmeno nominare.

Non sempre basta dire a sé stessi “dai, muoviti”.
Non sempre basta una lista di buoni propositi.
Perché il punto non è organizzarsi meglio.
Il punto è capire cosa stiamo evitando davvero.

Cosa succederebbe se iniziassi?
Quale paura si attiverebbe?
Quale parte di me si sente inadeguata?

Dire “basta rimandare” non significa diventare improvvisamente produttivi e perfetti. Significa fare un passo piccolo ma sincero verso se stessi. Anche solo riconoscere: “Sto evitando qualcosa che mi fa paura.”

E a volte, per fare quel passo, non dobbiamo farcela da soli.

Parlarne con uno psicologo può aiutare a dare un nome a quei blocchi, a sciogliere le paure che ci tengono fermi, a costruire un modo più gentile ed efficace di affrontare le difficoltà. Non perché siamo deboli, ma perché vogliamo smettere di restare immobili.

La procrastinazione non è un difetto di carattere.

È un messaggio. A volte curano anche i messaggi che sembrano negativi e scomodi: è una voce interna che vuole trovare spazio verso un futuro nuovo e piacevole che può diventare il tuo presente! E forse è arrivato il momento di ascoltarlo. Non domani. Adesso con la consapevolezza che piccoli passi quotidiani portano a grandi risultati!

Nasce "Parole che curano".Ci sono momenti in cui ci si sente confusi, spenti, vuoti.Giorni pieni di pensieri, in cui pau...
21/01/2026

Nasce "Parole che curano".

Ci sono momenti in cui ci si sente confusi, spenti, vuoti.
Giorni pieni di pensieri, in cui paura, tristezza o rabbia occupano più spazio di quanto vorremmo.
E magari il desiderio è solo uno: potersi fermare, pensare a sé, senza tutto questo rumore.

Questa rubrica nasce come uno spazio per alleggerirsi, per distrarsi dal peso quotidiano, per tornare a focalizzarsi su di sé.
Un tempo lento, di riflessione, di ascolto, di piccole pause che aiutano a rimettere ordine dentro.

"Parole che curano" nasce anche per rispondere alle vostre domande.
Quelle che tornano spesso.
Quelle più difficili da dire.
Quelle a cui non è facile dare una risposta da soli.

Potete inviarmi le vostre domande in direct.
Ogni mese partirò da un tema diverso, scegliendo le domande che parlano a molti, per trasformarle in uno spazio di pensiero condiviso.

Uno spazio mensile per fermarsi, pensare, respirare insieme.

Indirizzo

Via Caduti Del Lavoro 37
Collecchio
43044

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

+393393765259

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