Emanuela Manara - Psicoterapeuta

Emanuela Manara - Psicoterapeuta Sono psicoterapeuta, psicodrammatista. Da oltre 20 anni svolgo la libera professione offrendo consul

Questa pagina nasce con l'intento di condividere la mia passione per la psicologia e il benessere psicologico e per fornire opportunità e strumenti nuovi per affrontare con creatività ed energia le sfide della vita. Iscritta all’Ordine degli Psicologi della regione Emilia Romagna (n 1792 sezione A), da oltre vent’anni svolgo la libera professione offrendo spazi di psicoterapia individuale e di gru

ppo per aiutare le persone ad attivare le proprie risorse personali. Collaboro con le associazioni del privato sociale in azioni di prevenzione e promozione della salute fisica e psicologica di bambini/ragazzi, genitori e insegnanti offrendo spazi di consulenza, orientamento e di sostegno psicologico. Sono docente didatta presso la scuola di psicoterapia psicodrammatica di Brescia
Sono membro dell’Osservatorio Psicologi Parmensi (O.P.P.) e di Aipsim (Associazione Italiana Psicodrammatisti moreniani) perché credo che la cultura del benessere psicologico vada promossa insieme. Collaboro con Famiglia più (Parma) in progetti di sostegno alla genitorialità e in colloqui di sostegno psicologico

Mi viene facile: ascoltare le persone, sostenere, condividere e sorridere, sono anche le cose che amo molto fare…
Mi viene difficile: scrivere per gli altri, aggiornare il sito, promuovermi… tuttavia amo le sfide con me stessa e non mi arrendo...
Oltre ad essere psicologa sono anche moglie, mamma, amica: dalla famiglia ha imparato l’accoglienza, la pazienza e la profondità; dall’amicizia tutto il resto!

Perché mi sento solo anche quando sono con gli altri?La solitudine non è sempre assenza di persone.A volte è una sensazi...
23/05/2026

Perché mi sento solo anche quando sono con gli altri?
La solitudine non è sempre assenza di persone.
A volte è una sensazione più silenziosa e difficile da spiegare: puoi essere circondato da amici, parlare, lavorare, uscire… e sentirti comunque distante.
È come esserci, ma senza sentirsi davvero connessi.
Come se qualcosa dentro restasse scollegato, anche in mezzo agli altri.
Negli ultimi anni sempre più persone raccontano questa esperienza. Una solitudine che non dipende da quante relazioni abbiamo, ma da quanto riusciamo a sentirci autenticamente presenti dentro di esse.
Viviamo in un’epoca in cui siamo continuamente connessi, ma non sempre realmente in relazione.
Messaggi, notifiche, conversazioni veloci riempiono le giornate, ma spesso manca uno spazio in cui sentirsi davvero ascoltati, accolti e compresi.
E allora può succedere qualcosa di paradossale:
più cerchiamo connessione fuori, più ci sentiamo vuoti dentro.
Perché la vera connessione non nasce solo dalla presenza degli altri.
Nasce anche dal rapporto che abbiamo con noi stessi.
Spesso chi si sente profondamente solo ha imparato, nel tempo, ad allontanarsi dalle proprie emozioni.
A mostrarsi forte quando stava male.
A dire “va tutto bene” anche quando dentro sentiva confusione, paura o tristezza.
Così ci si abitua ad adattarsi, a occupare il posto che gli altri si aspettano, ma lentamente si perde il contatto con ciò che si prova davvero.
E quando perdiamo il contatto con noi stessi, anche le relazioni rischiano di diventare superficiali o faticose.
Perché è difficile sentirsi visti dagli altri quando, per primi, facciamo fatica a guardarci davvero.
Alla base della solitudine c’è spesso un bisogno molto umano: sentirsi riconosciuti, accolti, importanti.
Ma questo bisogno non può dipendere esclusivamente dall’esterno.
Nessuna presenza potrà riempire completamente un vuoto se continuiamo ad abbandonare noi stessi.
Per questo il primo passo non è cercare continuamente qualcuno che ci faccia sentire meno soli.
Il primo passo è tornare in contatto con sé.
Chiedersi:
• Come sto davvero?
• Cosa mi manca?
• Cosa sto evitando di sentire?
• Quando è stata l’ultima volta che mi sono ascoltato davvero?
A volte stare bene con sé stessi non significa isolarsi dal mondo, ma imparare a sentirsi presenti nella propria vita, senza dover riempire ogni silenzio o ogni vuoto con qualcosa o qualcuno.
La connessione più profonda nasce quando iniziamo ad accoglierci con autenticità, senza dover essere perfetti, sempre forti o sempre disponibili.
E questo richiede tempo, ascolto e gentilezza.
Sentirsi soli non significa essere sbagliati.
Significa che c’è una parte di noi che sta chiedendo attenzione, cura e presenza.
A volte parlarne con un professionista può aiutare a comprendere meglio questi vissuti, a dare un nome a ciò che sentiamo e a costruire un rapporto più autentico con noi stessi e con gli altri.
Perché il contrario della solitudine non è semplicemente avere qualcuno accanto.
È sentirsi finalmente in contatto con sé stessi. 🌿

23/05/2026

Il gruppo non è solo un insieme di persone.
È un contenitore.
Nel gruppo psicodrammatico, le emozioni trovano spazio, le storie vengono accolte, i segnali di disagio possono emergere e trasformarsi.
💛 È un luogo protetto dove si può sperimentare, sbagliare, riprovare.
Formarsi significa anche imparare a costruire questo spazio.

http://www.psicoterapiapsicodrammatica.it

Ti capita di non sentirti abbastanza?Ci sono momenti in cui la voce del giudice interiore diventa assordante.Ti osserva,...
30/04/2026

Ti capita di non sentirti abbastanza?
Ci sono momenti in cui la voce del giudice interiore diventa assordante.
Ti osserva, ti confronta, ti punge.
Ti fa credere che non stai facendo abbastanza, che potresti essere migliore, che qualcosa in te sia “difettoso”.
È un pensiero che nasce in silenzio ma può diventare una prigione invisibile: ti fa vivere in costante rincorsa, come se dovessi guadagnarti ogni giorno il diritto di sentirti “a posto”.
Dietro quella sensazione c’è quasi sempre un bisogno profondo: sentirti visto e riconosciuto per ciò che sei, non per ciò che fai.
Molti di noi crescono con l’idea che il valore dipenda dai risultati, dall’approvazione, dalle aspettative soddisfatte.
Ma l’amore — verso sé stessi o verso gli altri — non dovrebbe mai essere condizionato dalla performance.

Da dove nasce il “non sentirsi abbastanza”
Spesso nasce in contesti in cui la stima arrivava come premio: solo se facevi bene, solo se non deludevi, solo se non sbagliavi.
Quel modello resta dentro anche da adulti: continuiamo a misurare il nostro valore con lo sguardo degli altri.
In psicologia si parla di autovalutazione condizionata: il giudizio su di sé dipende da fattori esterni, non interni.
Il problema è che questi fattori non sono mai stabili — cambiano, si spostano, si moltiplicano.
Questa esperienza ha anche un nome: atelofobia — la paura di non essere mai abbastanza.
Chi la vive si impone standard altissimi, percepisce ogni errore come un fallimento e fatica a sentirsi soddisfatto.
Non è semplice desiderio di migliorarsi: è ansia legata alla valutazione di sé.
Nel tempo può portare a evitare nuove sfide, a sentirsi paralizzati dal giudizio, a convivere con un senso di colpa costante.

Come disinnescare lo schema
Riconoscerlo è il primo passo.
Serve gentilezza interiore e consapevolezza.
Significa imparare a parlarti in modo diverso:
non come un giudice, ma come una guida.
Non con la voce della colpa, ma con quella della cura.
Essere “abbastanza” non è raggiungere un ideale perfetto.
È riconoscere che stai facendo del tuo meglio, con ciò che hai, nel momento in cui puoi.
Non sei il tuo errore.
Non sei il tuo passato.
Non sei ciò che non hai ancora realizzato.
Sei il risultato di tutto ciò che hai imparato, sentito, superato.
E questo — anche se a volte lo dimentichi — ti rende già abbastanza.
Abbastanza vera.
Abbastanza forte.
Abbastanza umana.

⚠️ ULTIMI POSTI DISPONIBILIPercorso ECM “LA VITA È BELLA”Non è solo un corso.È un’esperienza che può cambiare il modo in...
15/03/2026

⚠️ ULTIMI POSTI DISPONIBILI
Percorso ECM “LA VITA È BELLA”

Non è solo un corso.
È un’esperienza che può cambiare il modo in cui ti prendi cura degli altri… e di te stesso.

Attraverso Psicodramma e Arteterapia lavoreremo sul tema del nutrimento: nelle relazioni, nella cura, nella vita professionale e personale.

Un percorso pensato per chi lavora nella relazione d’aiuto e sente il bisogno di andare oltre la teoria e tornare all’esperienza.

🎓 50 CREDITI ECM
🏡 Possibilità di soggiorno nella struttura

👩‍🏫 Conducono
Laura Consolati · Gabriella Goffi · Emanuela Manara

⚠️ I posti sono limitati e stanno terminando.

Se stai pensando di partecipare, questo è il momento di iscriverti.

👉 Blocca ora il tuo posto
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📅 Il percorso in 5 incontri

27–28 marzo
Dare e ricevere – Il cibo come relazione

22–23 maggio
Fame di senso, fame d’amore

17–18 luglio
Radici del nutrimento: la relazione originaria

18–19 settembre
Mi vedo, mi guardo, mi sento. Mi voglio bene?

20–21 novembre
Nutrire e lasciarsi trasformare

💛 Se lavori nella cura, sai quanto è importante nutrire anche chi cura.

📩 Iscriviti ora prima che i posti si esauriscano.








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Fame emotiva e disordini alimentari: torna ad essere tu la guida dei tuoi desideri non farti mangiare la vita!Mangiare è...
15/03/2026

Fame emotiva e disordini alimentari: torna ad essere tu la guida dei tuoi desideri non farti mangiare la vita!

Mangiare è uno degli atti più naturali e piacevoli della nostra vita, ma il bisogno di nutrirsi non riguarda soltanto il corpo. Cosa succede, infatti, quando il cibo smette di essere un semplice
nutrimento e si trasforma in un rifugio?

Spesso la nostra mente riversa sul cibo ansie e tensioni che, se non vengono comprese, finiscono per sabotare ogni nostro sforzo per stare bene. Ritrovare l’equilibrio a tavola non è quindi solo una
questione di dieta, ma inizia soprattutto dall’ascolto del nostro benessere psicofisico.
Quando il desiderio di mangiare è guidato dalle emozioni più che dal vuoto nello stomaco, ci troviamo di fronte a quella che chiamiamo "fame emotiva".

Può capitare a tutti di cercare conforto in un dolce dopo una giornata storta, ma il rischio nasce quando questo gesto diventa una risposta automatica e frequente. In quei momenti lo stress, la noia o la solitudine prendono il sopravvento e mangiare diventa un modo per anestetizzare i sentimenti più scomodi.

Non dobbiamo però colpevolizzarci pensando che sia solo mancanza di volontà: dietro questo impulso ci sono meccanismi biologici reali.

Lo stress alza i livelli di cortisolo, che ci spinge verso zuccheri e grassi, mentre il "comfort food" stimola la dopamina, regalandoci un sollievo immediato ma purtroppo passeggero.

Il problema è che questo sollievo dura poco e lascia spazio a un circolo vizioso fatto di sensi di colpa e nuova tristezza, che ci porta a cercare altro cibo in una spirale infinita.
Riconoscere la fame emotiva è il primo passo per uscirne: di solito appare all'improvviso, ci spinge verso un alimento specifico e non scompare nemmeno quando siamo sazi.
Le emozioni più frequentemente associate alla fame emotiva sono:
- Stress
- Noia
- Ansia
- Tristezza
- Frustrazione
- Solitudine

Mangiare diventa così una forma di gestione emotiva, un modo per “anestetizzare” sensazioni scomode.
Nei casi più complessi, questo bisogno può trasformarsi in vere e proprie abbuffate o in una difficoltà profonda nel controllare i propri impulsi.

Per spezzare questa catena è importante imparare a distinguere la fame vera da quella mentale. Uscire dal labirinto della fame emotiva è possibile, e il segreto non sta nel privarsi del cibo, ma
nel fare pace con le proprie emozioni.
Inizia concedendoti un istante di pausa prima di aprire la dispensa: chiediti di cosa hai davvero fame in quel momento. Magari non è un biscotto, ma una telefonata, un abbraccio o semplicemente un
respiro profondo.
Imparare a nutrire la tua anima oltre che il tuo corpo è il regalo più grande che puoi farti.

Quando è il caso di cercare un aiuto professionale?
Se hai provato a controllarti, ma non riesci ancora a controllare la fame emotiva, se non senti con chiarezza la fame fisica prima di mangiare o la sazietà dopo un pasto o se confondi le emozioni con
la voglia di riempirti la pancia di cibo, prendi in considerazione di chiedere aiuto ad un professionista. Un percorso psicoterapeutico può aiutarti a scoprire se hai un rapporto conflittuale e
problematico col cibo o un vero e proprio disturbo del comportamento alimentare.
Esistono percorsi molto utili, che aiutano a gestire questi momenti con più consapevolezza.

Chiedere aiuto a un professionista non è un segno di debolezza, ma il modo più efficace per riprendere in mano le redini del proprio benessere, torna a essere tu la guida dei tuoi desideri,
perché meriti un rapporto con il cibo per quello che è: un piacere della vita, non una medicina per il cuore.

Lavoro da molti anni nel settore dei disturbi alimentari e questo tema mi sta molto a cuore perché so quanta sofferenza può creare per cui se hai bisogno di ulteriore aiuto o vuoi parlare di come
gestire la fame emotiva, non esitare a contattarmi o fare domande. Sono qui per aiutarti.

07/03/2026
Perché tendo sempre a rimandare?C’è una frase che ci raccontiamo spesso: “Inizio domani.”Domani la dieta. Domani la pale...
28/02/2026

Perché tendo sempre a rimandare?

C’è una frase che ci raccontiamo spesso: “Inizio domani.”
Domani la dieta. Domani la palestra. Domani quella telefonata scomoda. Domani quel progetto che potrebbe cambiare qualcosa.
E poi il domani diventa settimana prossima. Poi il mese prossimo. Poi “quando mi sentirò pronto”.

La verità è che rimandare non è quasi mai una questione di tempo. Il tempo, in fondo, lo troviamo per tante altre cose. È qualcosa di più sottile. Più profondo.

È quella sensazione allo stomaco quando stiamo per iniziare.
È quella voce che dice: “E se non fossi capace?”
È la paura di non farcela, di sbagliare, di deludere qualcuno — o noi stessi.

Così facciamo altro. Sistemiamo un cassetto. Scrolliamo il telefono. Rispondiamo a messaggi poco urgenti. Ci convinciamo di essere solo stanchi. O pigri.

Ma la procrastinazione non è pigrizia.

È spesso una forma di protezione. Se non inizio, non posso fallire. Se rimando, resto nella possibilità. Non metto davvero in gioco chi sono e non incorro con la spiacevole sensazione di aver sbagliato o di essere sbagliato....
Il problema è che, mentre ci proteggiamo, ci blocchiamo.
E ogni rinvio lascia una piccola traccia: un senso di colpa, una punta di frustrazione, l’idea di non essere abbastanza disciplinati, abbastanza forti, abbastanza capaci. Questo mina in profondità l’autostima e lascia traccia…

Col tempo, questo meccanismo può diventare un’abitudine. Rimandiamo le decisioni importanti. Rimandiamo le conversazioni difficili. Rimandiamo perfino il prenderci cura di noi.
E intanto l’autostima si abbassa. L’ansia aumenta. Le cose si accumulano e sembra sempre più difficile fare quella cosa; arriviamo così a restringere il nostro campo di azione e movimento….

A volte dietro la procrastinazione c’è il perfezionismo: se non posso farlo perfettamente, meglio non farlo. Altre volte c’è la paura del giudizio. Altre ancora, una stanchezza emotiva che non sappiamo nemmeno nominare.

Non sempre basta dire a sé stessi “dai, muoviti”.
Non sempre basta una lista di buoni propositi.
Perché il punto non è organizzarsi meglio.
Il punto è capire cosa stiamo evitando davvero.

Cosa succederebbe se iniziassi?
Quale paura si attiverebbe?
Quale parte di me si sente inadeguata?

Dire “basta rimandare” non significa diventare improvvisamente produttivi e perfetti. Significa fare un passo piccolo ma sincero verso se stessi. Anche solo riconoscere: “Sto evitando qualcosa che mi fa paura.”

E a volte, per fare quel passo, non dobbiamo farcela da soli.

Parlarne con uno psicologo può aiutare a dare un nome a quei blocchi, a sciogliere le paure che ci tengono fermi, a costruire un modo più gentile ed efficace di affrontare le difficoltà. Non perché siamo deboli, ma perché vogliamo smettere di restare immobili.

La procrastinazione non è un difetto di carattere.

È un messaggio. A volte curano anche i messaggi che sembrano negativi e scomodi: è una voce interna che vuole trovare spazio verso un futuro nuovo e piacevole che può diventare il tuo presente! E forse è arrivato il momento di ascoltarlo. Non domani. Adesso con la consapevolezza che piccoli passi quotidiani portano a grandi risultati!

Perché mi sento sempre in allerta anche quando va tutto bene?Ti capita di sentirti in tensione, come se fossi sempre pro...
31/01/2026

Perché mi sento sempre in allerta anche quando va tutto bene?

Ti capita di sentirti in tensione, come se fossi sempre pronta a reagire?
È come se la mente ci invitasse a stare continuamente in allerta, a tenere tutto sotto controllo: ciò che ci circonda, le cose che dobbiamo fare, ma anche le nostre emozioni e i nostri desideri.

Se vivo in allerta, tra “non sono abbastanza” e “devo stare attento”, dove finisce il presente?
E quali possono essere le cause di questo atteggiamento?

Questo stato di allerta può nascere da esperienze passate, dall’abitudine a proteggersi o dalla paura di perdere ciò che abbiamo. È un meccanismo di difesa, ma quando diventa costante può limitare profondamente la nostra vita.
Convivere con uno stato d’ansia continuo può essere davvero faticoso e invalidante nella quotidianità. Solo chi lo sperimenta ogni giorno sa quanto pesa.

Quando soffri d’ansia è come se un affanno emotivo costante ti accompagnasse: solitudine, vuoto, confusione e stanchezza diventano compagni di viaggio. Tutto questo agisce sul respiro, sul corpo, sulla capacità attentiva.
Il corpo ne risente e la soddisfazione sembra un lusso lontano.

Non a caso, quando l’ansia è persistente, può manifestarsi anche attraverso sintomi corporei:
tensione muscolare, disturbi del sonno, difficoltà digestive, affaticamento, nodo alla gola, peso sul petto.
In alcuni casi può influenzare anche il rapporto con il cibo e con il proprio corpo.

Lo so: è una grande sofferenza. Una fatica vera.
E questi segnali non vanno trascurati né minimizzati.

Il primo passo è non chiudersi in sé stessi e non aspettare che passi da sola, ma imparare ad ascoltarsi e a darsi valore.

Va detto però che l’ansia, ai giusti livelli, non è sempre qualcosa di negativo: è uno stato di allerta che ci invita a prenderci cura di noi, che ci attiva, ad esempio, a prepararci per un esame.
È profondamente connessa al nostro bisogno primario di sentirci al sicuro, protetti, efficaci, degni.

Riconoscere il proprio valore può sembrare semplice, ma nella mia esperienza clinica ventennale è spesso un punto di arrivo.
E tutto inizia da un atteggiamento molto semplice:

“Va tutto bene. Posso rilassarmi ora.
Merito di sentirmi al sicuro.”

La serenità è un diritto, non un lusso.

Respira… e accogli la calma.
La pace è già dentro di te.

Queste sono parole che curano:
“Sono qui. Sono al sicuro. Posso respirare. Merito di essere in pace.”

Da qui possono svilupparsi altre competenze e azioni utili per prendersi cura dell’ansia:

Consapevolezza corporea: imparare a riconoscere le sensazioni fisiche dell’ansia e accoglierle senza giudizio. Respirazione profonda, rilassamento muscolare e mindfulness aiutano il corpo a tornare a uno stato di calma.

Accettazione di sé: lavorare su un’immagine corporea più positiva riduce la vulnerabilità all’ansia e favorisce comportamenti più sani.

Espressione emotiva: scrivere, parlare, condividere le proprie paure le rende più gestibili. In alcuni percorsi terapeutici si lavora anche attraverso il corpo, il movimento, l’arte e lo psicodramma.

Arteterapia e lavoro di gruppo: approcci integrati che favoriscono consapevolezza, espressione emotiva e condivisione attraverso creatività e relazione.

Se ti senti sopraffatto dall’ansia e vuoi esplorare strategie per gestirla, sono qui per aiutarti.
Puoi contattarmi per una consulenza psicologica personalizzata.

Nasce "Parole che curano".Ci sono momenti in cui ci si sente confusi, spenti, vuoti.Giorni pieni di pensieri, in cui pau...
21/01/2026

Nasce "Parole che curano".

Ci sono momenti in cui ci si sente confusi, spenti, vuoti.
Giorni pieni di pensieri, in cui paura, tristezza o rabbia occupano più spazio di quanto vorremmo.
E magari il desiderio è solo uno: potersi fermare, pensare a sé, senza tutto questo rumore.

Questa rubrica nasce come uno spazio per alleggerirsi, per distrarsi dal peso quotidiano, per tornare a focalizzarsi su di sé.
Un tempo lento, di riflessione, di ascolto, di piccole pause che aiutano a rimettere ordine dentro.

"Parole che curano" nasce anche per rispondere alle vostre domande.
Quelle che tornano spesso.
Quelle più difficili da dire.
Quelle a cui non è facile dare una risposta da soli.

Potete inviarmi le vostre domande in direct.
Ogni mese partirò da un tema diverso, scegliendo le domande che parlano a molti, per trasformarle in uno spazio di pensiero condiviso.

Uno spazio mensile per fermarsi, pensare, respirare insieme.

🌸  RIFIORIRE Un percorso di psicoterapia di gruppo attraverso lo psicodramma.Un incontro ogni due settimane, per prender...
08/01/2026

🌸 RIFIORIRE

Un percorso di psicoterapia di gruppo attraverso lo psicodramma.

Un incontro ogni due settimane, per prendersi tempo, ascoltarsi e dare spazio a ciò che chiede attenzione.
Nel gruppo, attraverso l’azione, il corpo e la relazione, diventa possibile esplorare emozioni, ruoli e vissuti, guardare la propria storia da nuove prospettive e sperimentare modalità più autentiche di stare con sé e con gli altri.

Il percorso accompagna passo dopo passo:
dall’inizio e dalla costruzione della fiducia,
al contatto con le emozioni,
alla trasformazione e integrazione,
fino a rifiorire, ritrovando vitalità, spontaneità e fiducia in sé.

Uno spazio protetto, rispettoso e accogliente.

📅 Mercoledì, ore 19.30–22.00
📍 Da gennaio a luglio
📩 Per informazioni: [339 3765259 / [email protected]]

Indirizzo

Via Caduti Del Lavoro 37
Collecchio
43044

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

+393393765259

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