Gianfranco Ricci - Psicologo

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Cari Amici e Amiche,Vi auguro un sereno Ferragosto da Santiago di Compostela, tappa finale del Cammino. A presto! Dottor...
15/08/2026

Cari Amici e Amiche,
Vi auguro un sereno Ferragosto da Santiago di Compostela, tappa finale del Cammino.

A presto!

Dottor Gianfranco Ricci

Cari Amiche e Amici,ci fermiamo per le prossime settimane!A settembre torneremo, con tante novità. Una su tutte, il conv...
28/07/2026

Cari Amiche e Amici,
ci fermiamo per le prossime settimane!

A settembre torneremo, con tante novità.
Una su tutte, il convegno “L'inconscio inquieto: il sintomo nevrotico tra eredità freudiana e sfide contemporanee”, che avrà luogo a Napoli il 31 ottobre.

Grazie per rendere questa pagina uno spazio vivo e vitale di confronto e di ricerca.

Buona estate!
A presto!

Dottor Gianfranco Ricci

LE BAMBOLE DEL DOTTOR CLARK“⁠I bambini imparano ciò che vivono. Se vivono in una società che li considera inferiori, ris...
24/07/2026

LE BAMBOLE DEL DOTTOR CLARK

“⁠I bambini imparano ciò che vivono. Se vivono in una società che li considera inferiori, rischiano di interiorizzare quel giudizio”
Kenneth Bancroft Clark

Tra le figure più significative della ricerca in psicologia del Novecento, Kenneth Bancroft Clark, nato il 24 luglio del 1914, occupa un posto di rilievo per aver dimostrato con rigore sperimentale gli effetti psicologici della segregazione razziale sui bambini.

Insieme alla moglie, la psicologa Mamie Phipps Clark, sviluppò negli anni Quaranta il celebre “Doll Test” (test della bambola), destinato a diventare uno degli studi più influenti del campo.

L'esperimento era semplice. Ai bambini afroamericani venivano presentate due bambole identiche, differenti soltanto per il colore della pelle: una bianca e una nera.

Agli intervistati si chiedeva quale bambola fosse "più bella", "più buona", "più cattiva" e, infine, quale assomigliasse di più a loro. I risultati furono profondamente inquietanti: molti bambini attribuivano caratteristiche positive alla bambola bianca e negative a quella nera, pur identificandosi con quest'ultima.

Lo studio mise in luce come il pregiudizio sociale potesse essere interiorizzato precocemente, influenzando l'autostima e la costruzione dell'identità personale.

Kenneth Clark comprese che i meccanismi inconsci del razzismo non agiscono soltanto attraverso la discriminazione esterna, ma determinano una ferita identitaria, modificando l'immagine che il bambino costruisce di sé.

L'importanza del Doll Test travalicò il mondo accademico. Nel 1954, la Corte Suprema degli Stati Uniti citò le ricerche dei Clark nella storica sentenza “Brown v. Board of Education”, che dichiarò incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche. Fu uno dei rarissimi casi in cui una ricerca psicologica contribuì direttamente a una decisione destinata a cambiare la storia civile di un Paese.

Gli studi di Clark conservano ancora oggi, purtroppo, una straordinaria attualità. Esse mostrano chiaramente che i bambini costruiscono la propria identità anche attraverso gli sguardi, i simboli e i modelli culturali che li circondano. Ogni forma di esclusione o di discriminazione lascia tracce profonde nella percezione di sé e nel sentimento del proprio valore.

Come scrisse Kenneth Clark:

“Il pregiudizio, la discriminazione e la segregazione creano nei bambini un senso di inferiorità che può compromettere la loro motivazione ad apprendere”

EREDITÀ DI EUGENIO BORGNA“Le emozioni sono le finestre aperte sulla nostra interiorità”(Eugenio Borgna, Le emozioni feri...
22/07/2026

EREDITÀ DI EUGENIO BORGNA

“Le emozioni sono le finestre aperte sulla nostra interiorità”
(Eugenio Borgna, Le emozioni ferite)

Eugenio Borgna occupa un posto unico nel panorama della psichiatria contemporanea.
Nato a Borgomanero il 22 luglio del 1930, fin dagli anni Sessanta fece propri metodi non violenti nella cura della malattia mentale. La sua opera rappresenta uno dei tentativi più poetici di amalgamare la medicina con la filosofia, la psicopatologia con la letteratura, la cura con l'ascolto.

Per Borgna “ogni malattia è la malattia di una persona”, e nessuna comprensione autentica della sofferenza psichica può prescindere dall'incontro con la sua irriducibile unicità.
La sua formazione fenomenologica è stata profondamente influenzata da Edmund Husserl, Martin Heidegger, Karl Jaspers, Ludwig Binswanger ed Eugène Minkowski.
L’amore di Borgna per la filosofia non si è mai tradotto in un esercizio teorico astratto, ma ha trovato il suo compimento nell'esperienza concreta della cura nel manicomio e nei servizi psichiatrici.

Per Borgna, la fenomenologia costituisce anzitutto un'“etica dello sguardo”:
“La fenomenologia ci insegna a vedere quello che normalmente non vediamo”

Questa attenzione al fenomeno vissuto conduce il clinico oltre la semplice classificazione diagnostica, verso ciò che Jaspers definiva “Verstehen”, la comprensione empatica dell'esperienza interiore del paziente.

Per Karl Jaspers, “L'uomo è sempre più di ciò che può conoscere di sé”. Borgna fa propria questa osservazione, facendone un principio clinico fondamentale: il paziente non coincide mai con la sua malattia. La schizofrenia, la depressione o l'angoscia non esauriscono mai la persona che le vive.

Uno dei contributi più originali di Borgna riguarda infatti la rivalutazione della dimensione emotiva nella pratica psichiatrica. Contro la pratica dominante in psichiatria, egli sostenne che la cura nascesse innanzitutto dalla qualità della relazione.

Affermava Borgna:
“Non esiste cura senza speranza, e non esiste speranza senza relazione”

La medicina di Borgna è profondamente umanistica: il farmaco può alleviare il sintomo, ma soltanto l'incontro umano può restituire significato all'esperienza della sofferenza.

L'influenza di Martin Heidegger emerge soprattutto nella centralità attribuita all'esistenza concreta. L'essere umano è per prima cosa un “essere-nel-mondo” (In-der-Welt-sein), immerso nelle relazioni, nel tempo e nella finitudine.

Heidegger affermava che:
“Il linguaggio è la casa dell'essere”

Borgna sviluppa questa intuizione mostrando come il linguaggio del paziente, anche quando appare frammentato o delirante, custodisca sempre un significato che merita di essere ascoltato. In questa prospettiva anche il silenzio diventa linguaggio.

Come egli osservava:
“Ci sono silenzi che parlano più delle parole”

L'altro grande interlocutore filosofico di Borgna è Søren Kierkegaard. L'angoscia non è soltanto un sintomo patologico, ma una possibilità fondamentale dell'esistenza.

Kierkegaard scriveva:
“L'angoscia è il capogiro della libertà”

Borgna riprende questa intuizione mostrando come molte esperienze psicopatologiche siano inseparabili dalla condizione umana stessa. La psichiatria non deve eliminare ogni sofferenza, ma comprenderne il significato esistenziale. Anche la malinconia assume così una dignità nuova. Contro la tradizione che tende a identificarla esclusivamente con la depressione patologica, Borgna distingue la malinconia come esperienza profondamente umana.

Borgna coglie come:
“La malinconia ci aiuta a conoscere le profondità dell'anima”

In questo senso l’opera di Borgna attinge alla tradizione romantica europea, da Hölderlin a Leopardi, mostrando come la fragilità possa diventare una forma di conoscenza. La letteratura occupa infatti un posto essenziale nella sua concezione della psichiatria. Borgna cita Rainer Maria Rilke, Emily Dickinson, Antonia Pozzi, Alda Merini, Cristina Campo, Paul Celan, Dostoevskij e Leopardi perché ritiene che i poeti abbiano spesso saputo descrivere il dolore psichico con una precisione superiore.

Eugenio Borgna ha restituito alla psichiatria la sua dimensione più autenticamente umana e gentile. La sua esperienza mostra come la filosofia non sia un mero esercizio, ma uno strumento clinico. Infine, Borgna ha enfatizzato quanto la speranza sia parte integrante della terapia. E non vi è speranza nella cura senza capacità di ascolto e gentilezza.

Come egli affermava:
“La psichiatria è scienza, ma è anche arte dell'incontro”

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Eugenio Borgna – “L’ascolto gentile”;
-Eugenio Borgna – “La follia che è anche in noi”;
-Eugenio Borgna – “Speranza e disperazione”.

LA LIBIDO SECONDO FREUD E JUNGIl concetto di “Libido” è uno dei pilastri della psicoanalisi freudiana. Freud teorizza qu...
20/07/2026

LA LIBIDO SECONDO FREUD E JUNG

Il concetto di “Libido” è uno dei pilastri della psicoanalisi freudiana. Freud teorizza questo concetto definendola come l’energia delle pulsioni sessuali.

Se la pulsione è una forza strutturale e dinamica, sul confine tra psichico e fisico e dotata di una precisa direzione, la libido invece è definita come “l'energia, considerata come una grandezza quantitativa, delle pulsioni che hanno a che fare con tutto ciò che può essere compreso sotto il nome di amore”.

È il lavoro clinico con l’isteria che porta Freud ai concetti di pulsione e libido. Le prime intuizioni freudiane troveranno una loro articolazione nei “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905).

La libido, sottolinea Freud, è l’energia che alimenta la pulsione, il suo “carburante”. La pulsione ha una grande plasticità, potendosi legare a diverse parti del corpo, così da renderle “zone erogene”. Il suo unico fine è la propria soddisfazione, in modo diretto, mascherato (come nei sintomi nevrotici) o parziale (come nei sogni).

Freud utilizza una metafora per spiegare il funzionamento della libido: la descrive come un “fiume che scorre impetuoso e può dividersi in diversi rami”, per esaltarne il dinamismo…

In seguito Freud distinguerà tra libido oggettuale, che alimenta il legame pulsionale con altri oggetti, e le spinte auto-conservative del soggetto, animate dalla libido narcisistica.

Carl Gustav Jung, dopo essersi avvicinato con entusiasmo alla teoria freudiana, ha progressivamente sviluppato diverse critiche. Il suo vertice osservativo era diverso da quello del maestro viennese: se Freud ha fondato la psicoanalisi a partire dalla clinica delle nevrosi, Jung invece era uno psichiatra a stretto contatto con pazienti psicotici.

Già nel 1907, nell’opera “Psicologia della demenza precoce”, Jung ha preferito utilizzare il concetto, più astratto, di “energia psichica”, esprimendo così i suoi dubbi circa la centralità della sessualità.

Scrive Jung:
“Bisognerebbe allora dichiarare in linea generale che ogni rapporto con il mondo circostante è un rapporto sessuale: in tal modo il concetto di sessualità diverrebbe così nebuloso che non si saprebbe più che cosa possa propriamente significare la parola "sessualità". Un sintomo chiaro di questa inflazione concettuale è costituito dal termine "psicosessualità".

Jung preferisce un’interpretazione in termini energetici, cercando di svincolarsi dalla concezione freudiana. Per lo psichiatra svizzero la libido andrebbe intesa come un “appetitus allo stato naturale”.

La sua definizione quindi prende questa forma:
“è più prudente, parlando della libido, intendere con questo termine un valore energetico suscettibile di comunicarsi a una sfera qualsiasi di attività: potenza, fame, odio, sessualità, religione eccetera, senza essere un istinto specifico”

Jung, parlando di libido in termini energetici, evoca le intuizioni di molti pensatori del passato. Tra i vari, il padre della psicologia analitica cita Fanete, Esiodo, Plotino, Schopenhauer…

Ad esempio, il filosofo tedesco afferma:
“La volontà, come cosa in sé, differisce completamente dalla sua manifestazione fenomenica ed è assolutamente indipendente dalle forme di quest'ultima, che essa assimila solo quando si manifesta, e che quindi concernono solo la sua estrinsecazione obiettiva, ma sono estranee alla volontà stessa”

La libido di Jung allora diventa il nome della forza creatrice, che attraversa lo psichico dell’intera umanità e divenendo percepibile solo su un piano soggettivo, nell’animo di ciascuno.

Così Plotino:
“Ciò che sta racchiuso nell'intelletto, si dispiega nell'anima del mondo come Logos, la riempie di contenuti e la inebria, per così dire, di nettare”

Nella concezione di Jung la libido da realtà individuale diviene forza universale, contraltare energetico dell’inconscio collettivo. Le differenze di vedute sul concetto di libido porteranno Jung ad allontanarsi da Freud e dalla psicoanalisi, per dare poi vita alla “psicologia analitica”.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Tre saggi sulla teoria sessuale”;
-Carl Gustav Jung – “Psicologia della demenza precoce”;
-Carl Gustav Jung – “La libido. Simboli e trasformazioni”.

AMLETO SUL LETTINO DI FREUDAmleto rappresenta una fonte di ispirazione decisiva per la psicoanalisi di Freud.Se l’Edipo ...
15/07/2026

AMLETO SUL LETTINO DI FREUD

Amleto rappresenta una fonte di ispirazione decisiva per la psicoanalisi di Freud.
Se l’Edipo di Sofocle offre a Freud il mito che indica la centralità del desiderio inconscio, l’Amleto di Shakespeare invece mostra in modo raffinato il conflitto legato a questo desiderio rimosso.

Nell'Interpretazione dei sogni (1900), Freud dedica alcune pagine illuminanti alla tragedia di Shakespeare, proponendone una lettura destinata a influenzare il dialogo tra psicoanalisi e letteratura.

Una domanda attraversa l'intera tragedia: perché Amleto non riesce a vendicare il padre?

I commentatori del passato mettevano al centro l’eccesso di riflessione, di malinconia o l’indecisione morale del protagonista. Freud, invece, sposta radicalmente il problema: Amleto non è incapace di agire perché pensa troppo, ma perché colui che odia coincide inconsciamente con l'oggetto della sua identificazione.

Claudio ha realizzato ciò che Amleto, nel profondo della propria vita psichica, aveva desiderato senza saperlo: eliminare il padre e prendere il suo posto accanto alla madre.

Come scrive Freud:
“L'avversione che dovrebbe spingerlo alla vendetta è sostituita dall'autocritica, dai rimorsi di coscienza che gli ricordano come egli stesso non sia migliore del peccatore che dovrebbe punire.”

In Amleto Freud trova un fulgido esempio di Complesso edipico: Claudio quindi non rappresenta semplicemente il colpevole ma la realizzazione del desiderio rimosso del protagonista.

In Shakespeare, il desiderio incestuoso che Freud coglie nel bambino è stato sottoposto alla censura della civiltà e diviene inconscio. Esso quindi non viene messo in scena apertamente, ma viene lasciato intravedere attraverso i suoi effetti, cioè i “sintomi” di Amleto: l’esitazione, l’angoscia, il senso di colpa e la paralisi dell'azione.

Freud osserva:
“Nella stessa misura in cui la vita psichica del pubblico è diventata più repressa, il desiderio non può più essere mostrato apertamente, ma deve manifestarsi attraverso i suoi sintomi.”

Per questo, differentemente da quanto accade nell’Edipo Re di Sofocle, la tragedia moderna non mette più in scena il desiderio, bensì la sua rimozione.

La psicoanalisi mostra qui una delle sue più affascinanti intuizioni: a livello inconscio tra desiderio e azione non vi sarebbe una chiara e netta distinzione. Aver desiderato qualcosa può produrre lo stesso sentimento di colpa dell'averla realmente realizzata.

Per questo Amleto si arresta davanti a Claudio. Per il giovane principe, vendicare il padre significherebbe punire proprio colui che ha realizzato i suoi desideri edipici rimossi.

Il celebre monologo “To be, or not to be” diventa il momento in cui Amleto sperimenta una profonda divisione interna. In gioco abbiamo il conflitto tra desiderio e proibizione, tra pulsione e legge. L’effetto di questo conflitto è l’inibizione e la sospensione di Amleto sul piano dell’essere, perché il desiderio stesso è diventato impossibile da assumere.

La tragedia di Shakespeare è una delle ragioni che porteranno Freud ad affermare che “il poeta precede lo psicoanalista”.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Sigmund Freud – “L’interpretazione dei sogni”;
-Ernest Jones – “Amleto e Edipo”;
-Jacques Lacan – “Il Seminario, Libro VI. Il desiderio e la sua interpretazione”.

LACAN E LA TRISTEZZA“È possibile una forma di giudizio etico, di un tipo che dà a questa domanda la forza di un Giudizio...
13/07/2026

LACAN E LA TRISTEZZA

“È possibile una forma di giudizio etico, di un tipo che dà a questa domanda la forza di un Giudizio Universale: hai agito in conformità con il desiderio che è in te? [...] l'unica cosa di cui si può essere colpevoli è di aver ceduto rispetto al proprio desiderio”
(Jacques Lacan, L’etica della psicoanalisi)

Jacques Lacan è stato al centro del dibattito teorico e clinico della psicoanalisi per almeno 30 anni. La sua ricerca ha toccato molteplici ambiti: la clinica della psicosi, il narcisismo, il ruolo del linguaggio in analisi, la costruzione della realtà nell’intreccio tra reale, simbolico e immaginario…

Il suo insegnamento è avvenuto prevalentemente in forma orale, nel corso dei celebri “Seminari”. In particolare, il Seminario tenuto tra il 1959 e il 1960 è stato dedicato all’“Etica della psicoanalisi” e mette in gioco la questione della tristezza e dell’affetto depressivo.

Si tratta di un tema caro a Lacan, ripreso anche in “Televisione”, diversi anni dopo.

In che modo etica e psicoanalisi si intrecciano? Per Lacan è una questione decisiva, che tocca la natura profonda del soggetto; in gioco è il rapporto del soggetto con il proprio desiderio più intimo.

Lacan ha espresso più volte la sua posizione rispetto all’affetto della depressione. Lo psicoanalista definisce la depressione un “affetto” per enfatizzare l’implicazione del soggetto e del suo rapporto con il significante.

Nell’affrontare questo tema, insieme teorico e clinico, Lacan esprime un giudizio tagliante:

“La tristezza, per esempio viene qualificata come depressione, quando le si dà come supporto l’anima, o la tensione psicologica, (secondo la teoria) del filosofo Pierre Janet. Ma non è uno stato d’animo, è semplicemente una “viltà morale”, come si esprimeva Dante, o anche Spinoza: un peccato, il che vuol dire una fiacchezza morale, che in ultima istanza si situa a partire dal pensiero, cioè dal dovere di ben-dire o di ritrovarcisi nell’inconscio, nella struttura”

Lacan forse attacca chi soffre di depressione, ritenendolo “colpevole” del proprio malessere? No, in gioco è invece la differenza tra “colpa” e “responsabilità”, cioè l’implicazione soggettiva nella propria condizione.

Lacan accosta infatti l’affetto depressivo alla “viltà morale”, per recuperare un aspetto centrale della clinica, andato perduto con l’imporsi del discorso medico nel mondo della psiche: che posto occupa il soggetto rispetto alla propria sofferenza? Il soggetto può essere “responsabile” di ciò che lamenta?

Se lo scientismo esclude il soggetto, Lacan lo reintroduce. Ecco perché fa riferimento a Dante, che considera gli “accidiosi” gli autori di un grave peccato, tanto da meritare una pena eterna.

L’affetto della depressione avrebbe a che fare con una reazione di fuga del soggetto davanti all’angoscia della mancanza, impossibile da saturare, che lo abita in quanto parlante. Questa fuga sarebbe nella direzione del passato e dell’identificazione all’oggetto perduto.

L’aspetto centrale della clinica della depressione avrebbe a che fare con l’effetto della perdita e con un certo “rifiuto dell’inconscio” da parte del soggetto.
Questo rifiuto rifletterebbe la fatica di elaborare la mancanza che la perdita ha scavato, lasciando il soggetto svuotato e privo di forze vitali. Il soggetto quindi si sarebbe allontanato dal proprio desiderio, per il rifiuto di fare i conti con la mancanza che lo abita.

Ecco perché in gioco è allora una dimensione etica: il soggetto è chiamato a fare i conti con la mancanza per dare vita al movimento generativo del desiderio e assumerlo. Perché ciò sia possibile, è necessario “lasciar andare” l’idea di completezza e di pacifica unità del soggetto che alimenta l’affetto depressivo.

All’opposto dell’affetto depressivo, afferma Lacan, sorge “il gaio sapere, che invece è una virtù” che non passa dall’assoluzione di “nessuno dal peccato – originale come ognuno sa”.

Ecco perché il superamento dello stato depressivo non ha a che fare con la cancellazione del trauma della perdita, ma con l’assunzione singolare del proprio desiderio, con il lasciarsi alle spalle “l’aver ceduto sul proprio desiderio”, unico peccato alla luce della psicoanalisi.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Jacques Lacan – “Il Seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi”;
-Jacques Lacan – “Televisione”;
-Ramaioli, Cosenza, Bossola – “Jacques Lacan e la clinica contemporanea”.

JUNG DIFENDE LA PSICOANALISICarl Gustav Jung è stato a lungo il delfino di Freud e uno dei più strenui difensori della p...
09/07/2026

JUNG DIFENDE LA PSICOANALISI

Carl Gustav Jung è stato a lungo il delfino di Freud e uno dei più strenui difensori della psicoanalisi come strumento di cura della nevrosi e esplorazione dell’inconscio.

Fin dalle prime pubblicazioni di Freud, il movimento psicoanalitico è stato attaccato con l’accusa di legittimare condotte disdicevoli e immorali. In particolare, l’attacco alla psicoanalisi si focalizzava intorno al primato della sessualità nella vita psichica. La società vittoriana del tempo infatti preferiva reprimere ogni possibile manifestazione della sessualità, relegandola alla mera vita matrimoniale.

Di seguito la lettera che testimonia l’impegno di Jung in questa battaglia, inviata al Direttore del "Neue Zürcher Zeitung":

“Küsnacht, 28 gennaio 1912

Egregio signor direttore,

La ringrazio sentitamente per il cortese invito a pubblicare sul Suo giornale una parola conclusiva alla serie di articoli della "Neue Zürcher Zeitung". Una parola conclusiva su questo argomento potrebbe essere solo una difesa della verità scientifica che noi crediamo di scorgere nella psicoanalisi e che viene gravemente attaccata, oppure una difesa delle nostre personali qualità scientifiche…

Non prendo però in considerazione critiche scientifiche la cui quintessenza suona così: "Il metodo è moralmente pericoloso, perciò la teoria è errata"; oppure: "I fatti asseriti dai freudiani non esistono, ma derivano dalla fantasia malata di questi sedicenti ricercatori, e il metodo impiegato per scoprire questi fatti, è di per sé stesso logicamente errato." Nessuno può affermare a priori che certi fatti non esistono. È un argomento scolastico, ed è superfluo occuparsene.

Difendere e propagare la verità con grida di guerra mi ripugna. Se si eccettuano la Società psicoanalitica e la Società degli psichiatri svizzeri, non ho mai tenuto una pubblica conferenza senza esservi stato invitato; così pure il mio articolo sul "Raschers Jahrbuch" è nato solo per desiderio di Konrad Falke. Non amo farmi avanti a forza…

Certo, il pregiudizio e l'incomprensione quasi illimitata possono per lungo tempo ostacolare il progresso e la diffusione delle conoscenze scientifiche, e questa è probabilmente una necessità della psicologia di massa alla quale ci dobbiamo sottomettere. Se questa verità non parla da sé sola è una cattiva verità, e allora è meglio che muoia. Ma se è intimamente necessaria, essa si farà strada anche senza grida di guerra e senza marziali suoni di fanfare nel cuore degli uomini che pensano rettamente, e diventerà una componente essenziale della nostra cultura.

Le inamenità sessuali, che in molti lavori psicoanalitici occupano uno spazio che purtroppo è necessariamente ampio, non si devono ascrivere come una colpa alla psicoanalisi, perché la nostra attività medica, densa di fatiche e di responsabilità, non fa che portare alla luce le fantasie meno estensibili, mentre la colpa dell'esistenza di queste cose in parte brutte e ripugnanti dipende dalla falsità della nostra morale sessuale.

Ma non c'è quasi bisogno di ripetere una volta ancora a una persona ragionevole che il metodo educativo psicoanalitico non consiste solo in discussioni di psicologia sessuale, ma tocca tutti i settori della vita. Lo scopo finale di questa educazione, … , non è che l'uomo venga abbandonato alle sue passioni senza possibilità di salvezza, ma che arrivi appunto al necessario dominio di sé.

Sennonché, malgrado le assicurazioni di Freud e le mie, i nostri avversari desiderano che noi prescriviamo come ricetta la "bella vita", e lo affermano anche senza preoccuparsi di ciò che noi andiamo dicendo. In questo stesso modo viene trattata la teoria delle nevrosi, la cosiddetta teoria sessuale o della libido.

Io assicuro continuamente da anni, nelle mie conferenze e nei miei scritti, che il concetto di libido viene concepito in un senso estremamente generale, nel senso dell'istinto di conservazione della specie, e che nella terminologia psicoanalitica non sta affatto a significare l'"eccitazione sessuale locale", ma ogni tendenza e volontà nel campo dell'autoconservazione, e che in questo senso viene impiegato.

Mi sono pronunciato recentemente su questi problemi generali in un ampio lavoro, ma i nostri avversari desiderano e decretano che la nostra concezione è così come essi l'intendono, vale a dire "grossolanamente sessuale".

Gli sforzi che compiamo per esporre le nostre concezioni psicologiche sono completamente inutili, perché i nostri avversari vogliono che tutta questa teoria si presenti come una banalità innominabile. Di fronte a questa prepotente esigenza io mi sento troppo debole. Posso solo esprimere un sincero dolore perché, per via di un equivoco che vuole scambiare il giorno con la notte, molti non potranno utilizzare, con grande vantaggio della loro evoluzione etica, le straordinarie conoscenze che la psicoanalisi ci procura. E così pure mi dispiace che molti non possano cogliere l'impressione intensa che nasce dalla profondità e dalla bellezza dell'anima umana, perché passano via davanti alla psicoanalisi senza prestarvi attenzione.

Nessuna persona competente incolperà la ricerca, e i suoi risultati, dell'esistenza di uomini incapaci e irresponsabili che se ne servono per i loro giochi di prestigio… Dove andrebbe a finire la chirurgia se si incolpasse il suo metodo per ogni caso di morte? La chirurgia è molto pericolosa, specialmente nelle mani di uno stupido. Nessuno si affiderà a un chirurgo incapace o si farà operare di appendicite da un cerusico. Così si deve fare anche con la psicoanalisi. Non c'è dubbio che al giorno d'oggi esistano non solo medici incapaci, ma anche profani che applicano la psicoanalisi in modo incongruo o inabile, così come esistono medici incapaci e praticoni senza coscienza…

Temo che queste banalità finiranno per annoiare Lei, egregio Signor Direttore, e i lettori del Suo giornale, e mi affretto a concludere. Voglia scusarmi se ciò che ho scritto non riesce a celare del tutto un certo malumore; perché nessuno è tanto indipendente dal giudizio pubblico da non essere penosamente toccato quando il suo sincero sforzo scientifico viene screditato con troppa leggerezza.

Voglia accettare, stimatissimo Signor Direttore, i sensi del mio più profondo rispetto.

Suo devotissimo

Dottor JUNG”

Questa lettera si colloca negli ultimi mesi della militanza di Jung all’interno del movimento psicoanalitico. Le crescenti ti discordanze teoriche con Freud, esacerbate con la pubblicazione del libro di Jung “La libido, simboli e trasformazioni” (1912), segneranno la rottura definitiva tra i due e l’inizio di una profonda crisi (in seguito rilevatasi profondamente generativa) dello psichiatra svizzero. Forse anche a questo scontro fa riferimento Jung, citando nella lettera il proprio “malessere”.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
- Carl Gustav Jung – “Sulla psicoanalisi”;
- Carl Gustav Jung – “La libido, simboli e trasformazioni”;
- Sigmund Freud – “Resistenze alla psicoanalisi”.

AUGURI, DOTTOR FRITZ PERLS!"Se ti assumi la responsabilità di quello che stai facendo, del modo in cui produci i tuoi si...
08/07/2026

AUGURI, DOTTOR FRITZ PERLS!

"Se ti assumi la responsabilità di quello che stai facendo, del modo in cui produci i tuoi sintomi, del modo in cui produci la tua malattia, del modo in cui produci la tua esistenza – al momento stesso in cui entri in contatto con te stesso – allora ha inizio la crescita, ha inizio l’integrazione" (Fritz Perls)

Fritz Solomon Perls è stato un pioniere della psicologa e della psicoterapia moderna.

Nato in Germania, a Berlino, l'8 luglio del 1893, ha attraversato tanto gli aspetti più vitali (come le correnti artistiche e le avanguardie del movimento Dada) quanto quelli più distruttivi della storia del suo Paese (come la dittatura e le guerre).

Formatosi nella Psicoanalisi e vicino a Wilhelm Reich, Perls lasciò la Germania e una volta raggiunti gli Stati Uniti entrò in contatto con il lavoro di Otto Rank, di Kurt Lewin e di molti altri.

Insieme alla moglie Laura fu tra i primi a concentrarsi sulla percezione della realtà come fattore decisivo della psicoterapia.

Il suo modello, al centro della psicologia della Gestalt, divenne oggetto di studio.

Al centro della psicoterapia della Gestalt vi è l'attenzione per il "Qui ed ora", cioè il modo particolare nel quale il vissuto che storicamente ha determinato la sofferenza del paziente si ripete nel lavoro clinico col terapeuta, nel corso della seduta, in diretta, nel presente.

Per questo possiamo sintetizzare il modello di Perls così: "Io, tu, qui ed ora".

Acquisire consapevolezza e responsabilità circa il proprio vissuto sono per Perls aspetti centrali del trattamento.

Perls ha elaborato una tecnica originale di lavoro col sogno: invece di interpretare, il terapeuta invita il paziente ad impersonare ogni aspetto del sogno, così da favorire il processo di integrazione psichica.

Carismatico e anticonformista, Perls è stato un caposcuola capace di incidere profondamente nella storia della psicoterapia.

Per approfondire:
-Fritz Perls - "L'Io, la fame, l'aggressività: l'opera di uno psicoanalista eretico che vide in anticipo i limiti fondamentali dell'opera di Freud";
-Fritz Perls - "La terapia della Gestalt: eccitamento e accrescimento nella personalità umana";
-Fritz Perls - "La terapia gestaltica: parola per parola".

I CANI DI FREUD“Vede, Jofi si è così eccitata perché lei è stato in grado di scoprire la sorgente della sua ansia!”(Sigm...
06/07/2026

I CANI DI FREUD

“Vede, Jofi si è così eccitata perché lei è stato in grado di scoprire la sorgente della sua ansia!”
(Sigmund Freud durante una seduta con Roy Ginker, suo paziente)

La casa di Freud a Vienna, al 19 di Bergasse, è stata per oltre 40 anni un luogo animato da familiari, pazienti e amici del padre della psicoanalisi. La famiglia di Freud era composta anche da alcuni animali, amati in particolare da Sigmund e dalla figlia Anna.

Il primo animale in casa fu un pastore tedesco, chiamato “Wolf”, di proprietà di Anna, anche lei psicoanalista. Wolf passò una decina d’anni con i Freud (circa dal 1925 al 1936) e Freud arrivò a definirlo “un anziano gentiluomo”.

Quando nel 1927 Wolf morse Jones, allievo e biografo di Freud, in una lettera a Max Eitingon, Freud spiegò: “ho dovuto punirlo, ma l’ho fatto molto controvoglia perché in realtà Jones se lo meritava”.

Nel 1928, Dorothy Burlingham regalò a Freud un chow chow di nome “Lün-Yu” che significa “foresta”. Freud poi ricevette in dono da Marie Bonaparte un secondo chow chow, chiamato “Jofi”, sorella di Lün-Yu. Il nome “Jofi” significa in ebraico “bene” oppure “va bene”. La Bonaparte, paziente ed allieva di Freud, possedeva la sorella di Jofi, chiamata “Topsy”. Tuttavia Lün-Yu dovette essere adottata dai Deutsch, per i continui litigi con Jofi.

La cagnolina Jofi annunciava l’arrivo dei pazienti, abbaiando al suono del campanello, e molti pazienti raccontano facesse compagnia a Freud durante le sedute.

I pazienti che hanno fatto l’esperienza dell’analisi con Freud raccontano dell’atteggiamento attento e sensibile di Jofi: quando i pazienti erano calmi la cagnolina si avvicinava a loro per essere carezzata, mentre si teneva distante davanti a pazienti più ansiosi. I bambini, in particolare, trovavano in Jofi un’alleata preziosa per combattere l’ansia e la fatica delle sedute.

Freud era molto affezionato a Jofi. In una lettera a Marie Bonaparte scrisse:

“Le ragioni per cui si può in effetti voler bene con tanta singolare intensità a un animale come Jofi, sono la simpatia aliena da qualsiasi ambivalenza, il senso di una vita semplice e libera dai conflitti difficilmente sopportabili con la civiltà, la bellezza di un’esistenza in sé compiuta. E, nonostante la diversità dello sviluppo organico, il sentimento di intima parentela, di un’incontestabile affinità... Spesso, nel carezzare Jofi, mi sono sorpreso, a canticchiare l’aria dell’amicizia nel Don Giovanni: “Voglio che siamo amici””

Cosa pensava Freud dei cani?

In una lettera affermò:
“I cani amano i loro amici e mordono i loro nemici, proprio al contrario degli esseri umani, che sono incapaci di amore puro e devono mescolare amore e odio nelle loro relazioni oggettuali.”

In famiglia erano amati e coccolati. Come scrisse il figlio di Freud, Martin: “La mia famiglia, e mio padre in modo enfatico, era diventata inconsciamente amante dei cani”.

Roy Ginker racconta nelle sue memorie dell’analisi con Freud, quanto Jofi fosse molto “attiva” durante le sedute: se la cagnolina si alzava e grattava alla porta per uscire, Freud era solito dire: “Jofi non approva quello che lei sta dicendo”. E se Jofi invece voleva rientrare, avrebbe detto: “Jofi ha deciso di darle un’altra opportunità”.

Un aspetto spesso citato è la funzione di “segretaria” svolta da Jofi, solita alzarsi dalla sua cuccia una volta percepito lo scorrere del tempo della seduta. Quando la cagnolina si muoveva, il tempo era finito.

Jofi fu la fedele amica di Freud dal 1930 fino al 1937, anno in cui il cane morì.

Scrisse all’amico Arnold Zweig:

“A parte il lutto, è molto irreale, e ci si chiede quando ci si abituerà. Ma, naturalmente, non è facile superare sette anni di intimità”.

Questo fu un duro colpo per Freud, al punto che riprese Lün-Yu e la portò con sé anche nella sua fuga nel 1939. Descrivendo quei mesi a Jones, l’anziano Freud scrisse di “non poter andare avanti senza un cane”.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Gary Genosko – “Undisciplined Theory”;
-Élisabeth Roudinesco – “Sigmund Freud”;
-Clifford Yorke – “Anna Freud”.

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