Dr. Fausto Cristiano Psicologo - Psicoterapeuta

Dr. Fausto Cristiano Psicologo - Psicoterapeuta Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale - Consulente nel campo delle Risorse umane e del Marketing

Il mio sforzo quotidiano è stato ben espresso da chi ha detto: mi sono assiduamente applicato per imparare a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non detestarle, ma a comprenderle. All'inizio di ogni nuovo incontro terapeutico mi piace ricordare che...anche un viaggio di mille chilometri, per quanto lungo e duro possa essere, inizia con un semplice passo…....

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09/09/2026

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Il 28 maggio 2014, Robin Williams uscì da una visita neurologica con una diagnosi di Parkinson.

Mancava ancora il nome della malattia che stava colpendo quasi tutte le regioni del suo cervello.

Nei mesi precedenti, sua moglie, Susan Schneider Williams, aveva visto comparire sintomi che sembravano non appartenere a un'unica malattia. Robin soffriva di ansia intensa, insonnia, problemi digestivi, alterazioni dell'olfatto e un tremore intermittente alla mano sinistra. Attraversava anche momenti di confusione, paura e paranoia che risultavano difficili da spiegare.

Per qualcuno la cui memoria e rapidità mentale erano state strumenti di lavoro per decenni, iniziarono inoltre a manifestarsi difficoltà inaspettate.

Durante le riprese di Notte al museo - Il segreto del faraone, Williams arrivò ad avere problemi nel ricordare le sue battute. Continuava comunque a fare esercizio fisico, frequentava terapie e cercava modi per tenere sotto controllo ciò che gli stava accadendo.

Quando ricevette la diagnosi di Parkinson, chiese al neurologo se potesse avere l'Alzheimer, la demenza o la schizofrenia.

In quel momento non c'erano indizi sufficienti per rispondere affermativamente.

Robin Williams morì l'11 agosto 2014, all'età di 63 anni.

Tre mesi dopo, il rapporto neuropatologico dell'autopsia rivelò l'estensione della malattia che era rimasta nascosta durante la sua vita: presentava una grave malattia diffusa a corpi di Lewy.

I corpi di Lewy sono accumuli anomali di una proteina chiamata alfa-sinucleina nelle cellule nervose. A seconda di come si manifesta la malattia, possono comparire alterazioni del movimento simili al Parkinson, cambiamenti cognitivi, allucinazioni, disturbi del sonno, ansia e fluttuazioni profonde nella capacità di pensare e funzionare.

Susan trascorse l'anno successivo incontrando specialisti che esaminarono le cartelle cliniche, le immagini cerebrali e il rapporto dell'autopsia.

La reazione si ripeteva.

Era una delle patologie a corpi di Lewy più gravi che avessero mai visto.

Il neurologo Bruce Miller, dell'Università della California a San Francisco, spiegò in seguito che quasi nessuna regione del cervello di Williams era rimasta libera da coinvolgimento. Osservando il grado di danno, era sorpreso che fosse ancora riuscito a camminare e a muoversi.

Nel 2016, Susan pubblicò sulla rivista medica Neurology un resoconto sugli ultimi mesi di suo marito.

Lì lasciò una delle chiavi più dolorose della vicenda: Robin sapeva che qualcosa dentro di lui stava cambiando, ma morì senza conoscere il nome di ciò contro cui stava lottando.

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05/09/2026

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🩵 Avere paura di iniziare una terapia è più comune di quanto pensi.

Sandra Bullock ha raccontato di aver sofferto di PTSD dopo un’intrusione in casa, mentre lei era presente.

Da quel momento qualcosa è cambiato: paura, ipervigilanza, momenti di pianto improvviso e il timore di trasmettere quel carico emotivo.

Poi ha scoperto l’EMDR.

Aveva molta paura di iniziare, ma quel percorso l’ha aiutata non solo a elaborare l’evento traumatico, anche a tornare su momenti della sua vita in cui non si era sentita al sicuro.

La terapia può fare paura.
Ma può anche diventare uno spazio sicuro in cui ritrovare sollievo, un passo alla volta.

🩵 Condividi questo post con chi ha bisogno di trovare il coraggio di chiedere aiuto.

ANSIA - PANICO - PAURA DELLA MALATTIARingrazio R., una paziente che mi ha permesso di pubblicare  la descrizione di cosa...
07/08/2026

ANSIA - PANICO - PAURA DELLA MALATTIA

Ringrazio R., una paziente che mi ha permesso di pubblicare la descrizione di cosa si può vivere quando ci si confronta quotidianamnete con ansia, panico e disturbo d'ansia di malattia

Una prigione senza sbarre.
​"Vivere con l'ansia, la depressione e l'ipocondria è un'esperienza difficile da spiegare a chi non c'è mai passato. È come provare a descrivere il sapore di un piatto a chi non l'ha mai assaggiato: puoi elencare gli ingredienti, puoi usare le parole giuste, ma finché non lo provi sulla tua pelle non potrai mai capire davvero cosa si prova. Gli altri vedono la superficie, ma non conoscono la sostanza. È come abitare in una casa dove gli allarmi antincendio suonano all'impazzata, ma le pareti sono insonorizzate verso l'esterno. Fuori la gente ti vede camminare, lavorare, parlare; dentro, stai cercando di capire se il prossimo battito del tuo cuore sarà l'ultimo.
​L'ipocondria non è la semplice "paura delle malattie", come crede chi non la conosce. È un'iper-vigilanza estenuante. Il tuo corpo smette di essere il posto sicuro in cui abiti e diventa un campo minato. Un piccolo formicolio alla mano, un respiro leggermente più corto, una f***a al fianco non sono mai solo sintomi: diventano verdetti. Passi le ore a interpretare i segnali del tuo corpo come se fossi un detective chiamato a sventare una tragedia che senti già avvenuta. È una condanna a vivere nel dubbio perenne, un'attesa continua dell'esito infausto.
​A rendere tutto ancora più spaventoso sono i sintomi fisici reali, concreti, che ti accompagnano a ciclo continuo. L'ansia non è solo un pensiero: si incarna nel corpo con una violenza spietata. Vivi in uno stato di costante sbandamento, con vertigini perenni che ti fanno sentire il pavimento cedere sotto i piedi, come se fossi sempre sul ponte di una nave in tempesta. C'è una nausea sottile ma persistente che ti stringe lo stomaco e ti toglie l'appetito. E poi le tensioni muscolo-scheletriche, così profonde e serrate al collo, alle spalle e alla testa, da arrivare a comprometterti persino la vista: gli occhi si affaticano, la visione diventa sfocata, strana, instabile, alimentando di nuovo il terrore che ci sia qualcosa di grave che non va.
​La cosa più terribile dell'ansia è la sua imprevedibilità. Non arriva soltanto quando sei stressato; paradossalmente, colpisce con più violenza proprio nei momenti in cui ti senti finalmente sereno, rilassato, sul divano o durante una giornata tranquilla. Dal nulla, arriva uno tsunami. Non è una semplice agitazione: è un attacco di panico che ti fa vedere la morte in faccia in un istante. Il cuore esplode, il respiro scompare, la testa gira e hai la certezza assoluta che sia la fine.
​Quando lo tsunami passa, si lascia dietro le macerie. Da quel momento in poi, la tua vita cambia forma e si restringe. Nasce la paura della paura: il terrore costante che quella sensazione di morte possa ripresentarsi. Così smetti di fare le cose. Eviti i posti, eviti di guidare l'auto, ti rifiuti persino di uscire a fare la spesa. La tua casa, che dovrebbe essere un rifugio, diventa una prigione dorata dove ti chiudi per proteggerti da un mondo che improvvisamente ti sembra un campo minato.
​E poi ci sono i giorni che iniziano già in salita. Ci si sveglia al mattino e, ancora prima di aprire gli occhi o di avere un pensiero cosciente, il corpo è già sommerso da un tremore interno e da un'angoscia viscerale. Portarsi addosso quel peso per dieci, dodici ore di fila è un lavoro d'ercole. Fai le cose per inerzia, lottando secondo dopo secondo contro la sensazione di crollare. Poi, in modo quasi paradossale, arriva la sera. Quando la giornata finisce, quando il mondo fuori si spegne e le responsabilità si fermano, qualcosa dentro finalmente si calma. La notte porta una tregua momentanea, l'unica finestra di pace prima che il ciclo ricominci.
​E quando l'ansia e la paura ti hanno prosciugato ogni goccia di energia, subentra la depressione. Se l'ansia è rumore fortissimo, la depressione è un silenzio pesante. È il momento in cui il corpo e la mente crollano per la fatica di aver combattuto contro fantasmi per giorni o settimane. La depressione ti toglie il colore dalle cose. Non è solo tristezza: è anestesia, è un senso di stanchezza viscerale che non si risolve con otto ore di sonno. È la sensazione di guardare la vita da dietro un vetro appannato, chiedendoti dove gli altri trovino la spinta per alzarsi al mattino con leggerezza.
​È un incubo a occhi aperti, dal quale cerchi disperatamente di svegliarti. Ci provi in tutti i modi: ti affidi alle cure, cerchi la psicoterapia, provi ad aggrapparti a qualsiasi strumento la scienza o le discipline moderne ti propongano. Ma la realtà è che quando l'ansia è così devastante, molte di queste soluzioni sembrano scivolarti addosso senza scalfire il muro. Ti parlano di mindfulness, di meditazione, di respirazione consapevole. Ma per meditare o per concentrarsi sul presente serve una mente che riesca a stare ferma anche solo un istante, serve una base di partenza minimale di calma che tu semplicemente non hai. Chiedere a chi ha un'ansia feroce di fare mindfulness è come chiedere a chi sta affogando in una tempesta di imparare a nuotare a dorso: il corpo e la mente sono troppo occupati a cercare di non soffocare per potersi "rilassare".
​Ed è qui che la frustrazione raddoppia. Vedi tecniche e approcci che aiutano gli altri, ma su di te non funzionano, lasciandoti la sensazione di essere sbagliato persino nel modo di cercare aiuto. Continua così una lotta estenuante, una battaglia quotidiana che non concede tregua e che sembra non darti mai vera pace.
​Eppure, persino dentro questo incubo e dentro una stanchezza che spezza le ossa, la speranza non muore mai del tutto. Non è una speranza ingenua o favolistica; è una speranza ostinata, viscerale. È la voglia di risorgere che si riaccende ogni volta che si sopravvive a una giornata impossibile. Risorgere, per chi vive questo inferno, non significa guarire magicamente da un giorno all'altro, ma continuare a cercare uno spiraglio di luce, a tentare una nuova strada, a non arrendersi all'idea che l'ansia debba avere l'ultima parola su tutta la vita. C'è un coraggio immenso nel continuare a cercare una cura e a sperare nella rinascita, anche quando la mente continua a combattere contro se stessa."

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23/07/2026

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Nella giornata di ieri sono stati aperti gli sportelli del progetto , supportato dalla e coordinato dall’ del Veneto, che offrirà a ragazze e ragazzi dai 14 ai 30 anni percorsi gratuiti di ascolto e consulenza psicologica.

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Il problema non sta nel non cadere mai, nel fare sempre le cose irrealisticamente bene, in un astratto ideale di perfezi...
17/07/2026

Il problema non sta nel non cadere mai, nel fare sempre le cose irrealisticamente bene, in un astratto ideale di perfezione ma come suggerisce il samurai Yamamoto Tsunetomo:

“Metti il piede in fallo sette volte, sette volte cadi e otto rialzati e risorgi”.
(Hagakure)

Dati che fanno riflettere…
15/07/2026

Dati che fanno riflettere…

Erano già in crescita da un decennio, e ora in soli 4 anni hanno raggiunto il picco. Parliamo delle infezioni batteriche sessualmente trasmissibili (IST) che nel 2024 hanno toccato i livelli più alti mai registrati in Europa, secondo i nuovi dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC). Gonorrea, sifilide […]

La meditazione non ha mai funzionato per me, quindi ho chiesto ai ricercatori di Harvard di scansionarmi il cervello.La ...
01/07/2026

La meditazione non ha mai funzionato per me, quindi ho chiesto ai ricercatori di Harvard di scansionarmi il cervello.
La nostra editorialista si è rivolta alla scienza per vedere cosa succedeva quando cercava di rallentare la sua mente.

https://www.wsj.com/health/wellness/meditation-never-worked-for-me-so-i-had-harvard-researchers-scan-my-brain-77180ef7?mod=e2fb&fbclid=IwdGRleASx3wpleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZA8xNzM4NDc2NDI2NzAzNzAAAR7j5GodbdB9sYR7eG3tvCgMHB68AILWnFk-ScIMWNIJLb_TSkzP2iRejsHuCA_aem_ctR_xbj4nschPzi4OIM-5g

Our columnist turned to science to see what happened when she tried to slow her mind.

Per coltivare la presenza rispetto alla propria esperienza corporea e psichica è necessario radicarsi nel qui e ora. Que...
28/04/2026

Per coltivare la presenza rispetto alla propria esperienza corporea e psichica è necessario radicarsi nel qui e ora. Questo obiettivo, portatore di innumerevoli benefici su molti piani della nostra esistenza personale, può risultare assai doloroso e talora letteralmente impossibile (nonché iatrogeno) per chi sta vivendo e affrontando dinamiche post-traumatiche. La dissociazione, ovvero il contrario esatto della presenza all’esperienza, con le sue numerose ed eterogenee manifestazioni e strutture, è infatti la risorsa e il meccanismo principale per proteggersi dai contenuti insopportabili e inelaborati dei propri vissuti traumatici. Chiedere a una persona con necessità dissociative di entrare e restare in contatto con l’esperienza presente può quindi creare cortocircuiti difficili da gestire per chi sia, a diverso titolo, coinvolto (insegnanti di meditazione, allievi, pazienti, psicoterapeuti). Questo libro, in modo sempre chiaro e accessibile, propone una prospettiva convincente su come rispettare e tenere presenti dinamiche dissociative / post-traumatiche che possono emergere nel momento in cui decidiamo di proporre e mettere in atto modalità meditative o di mindfulness. Attingendo alla propria esperienza di traumatizzazione vicaria nella pratica psicoterapeutica, così come alla ricerca clinica e neurobiologica, Treleaven chiarisce perché pratiche di mindfulness che non tengano conto di tali dinamiche sono rischiose non solo per i survivors, ma anche per chi vive in condizioni endemicamente traumatizzanti poiché attraversate da iniquità, ingiustizie e asimmetrie di potere. Il cuore del libro risiede nell’approccio trauma-sensitive: un quadro di riferimento articolato in cinque princìpi, pensati per aiutare a riconoscere i segnali di disregolazione traumatica e a intervenire in modo tempestivo e adeguato. Le impronte del trauma mostra come adattare le pratiche di mindfulness per renderle realmente trauma-sensitive e quindi più sicure, efficaci e inclusive. [...] Treleaven si addentra con lucidità nel complesso territorio in cui mindfulness, meditazione e competenza psicotraumatologica si intrecciano. Il testo, utilissimo e innovativo, amplia il raggio del lavoro sulla consapevolezza. Il pragmatismo che permea Le impronte del trauma traccia un’efficace via mediana tra una visione semplificata della mindfulness come panacea universale e gli approcci che tendono a minimizzare o a negare gli effetti avversi della meditazione, in particolare in chi è sopravvissuto a traumi. Un libro che si misura anche con le dimensioni sociali, storiche, ideologiche e istituzionali sia della mindfulness sia dei processi di traumatizzazione. Un invito a pratiche meditative più competenti, consapevoli, informate e responsabili

Anche la meditazione può produrre effetti collaterali...
19/04/2026

Anche la meditazione può produrre effetti collaterali...

Se non si è preparati, la meditazione può risvegliare traumi. Ecco come attrezzarsi. L’esperienza di Dejanira Bada

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35026

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Giovedì 09:00 - 22:00
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