13/05/2026
In meno di 72 ore si sono avvicendate due situazioni gravissime e devastanti che riguardano un tentato 5uic1di0 e un 5uic1di0 di due ragazzi minorenni. E credo che davanti a questo non possiamo fermarci soltanto al “Oddio, che cosa sta succedendo ai ragazzi di oggi?”.
Perché il punto non è solo quello che è accaduto. Il punto è quello che lo fa accadere!
E da adulta, ma anche da professionista che lavora ogni giorno nella salute mentale e dentro sofferenze enormi, sento che dovremmo iniziare a farci una domanda molto più scomoda e molto più profonda: che cosa sta mancando nelle nostre relazioni affinché un ragazzo o una ragazza possano sentirsi accolti davvero in quello che provano?
Perché se a 11 anni, a 13, a 15 o a 17 anni l’unica soluzione che la tua mente riesce a trovare è il 5uic1di0, allora qualcosa non sta funzionando. E no, non possiamo raccontarci che sia solo “fragilità dei ragazzi di oggi”.
Significa che, da qualche parte, questi adolescenti stanno sentendo mancare sicurezza, comprensione, connessione. Stanno sentendo di non avere uno spazio abbastanza sicuro dove poter esistere con il loro dolore senza sentirsi sbagliati, troppo, esagerati o invisibili.
L’adulto ha un ruolo preciso nella relazione. L’adulto dovrebbe essere accudimento, regolazione, protezione, presenza. E invece sempre più spesso vedo adulti distratti, assenti, emotivamente lontani, troppo presi dal fare, dalla performance, dai problemi quotidiani, dalle proprie necessità. Sempre meno orientati allo stare nella relazione. All’essere davvero genitori, e non soltanto a fare i genitori.
E questo crea fratture profonde. Fratture emotive, relazionali, comportamentali, identitarie.
Perché c’è una cosa che continuiamo a dimenticare: il sistema nervoso di un bambino e di un adolescente è ancora in costruzione. La sua maturazione continua fino ai 20, 25 anni circa. Questo significa che spesso quei ragazzi non hanno ancora gli strumenti cognitivi ed emotivi per fare metacognizione, cioè per riflettere sui propri stati interni, per comprendere fino in fondo ciò che stanno vivendo, per regolare da soli il caos che sentono dentro. Ed è proprio qui che l’adulto dovrebbe entrare nella relazione come ponte, come regolazione, come presenza capace di aiutare quel dolore a diventare pensabile e condivisibile, invece che insopportabile e solitario.
E allora dovremmo esserci noi adulti a fare da ponte. Dovremmo aiutarli a dare un nome al dolore, a tollerarlo, ad attraversarlo. Perché un adolescente che arriva a pensare che morire sia l’unico modo per smettere di soffrire non è un adolescente che “vuole attenzioni”. È un adolescente che, molto probabilmente, non riesce più a sentire connessione, sicurezza e possibilità dentro di sé e nelle relazioni intorno a lui. E questa dovrebbe essere una responsabilità collettiva che ci riguarda tutti!