16/05/2026
Viviamo in un’epoca in cui spesso l’apparenza riesce a fare più rumore della sostanza. La cultura richiede tempo, silenzio, studio, dubbi e profondità; l’apparenza, invece, è immediata, veloce, facilmente consumabile. Così la non cultura, svuotata di contenuti ma ricca di immagini, slogan e superficialità, è diventata spettacolo: qualcosa da mostrare più che da comprendere.
Oggi conta molto l’essere visibili, meno l’essere preparati. Si rincorrono follower più che idee, consenso più che pensiero critico. In molti contesti sembra quasi che la conoscenza debba essere semplificata fino a perdere valore, mentre l’ignoranza urlata riesce a ottenere attenzione e successo. È il trionfo dell’immagine sulla riflessione.
Eppure la cultura vera continua ad avere una forza immensa: non crea soltanto persone “informate”, ma esseri umani più liberi, più consapevoli e meno manipolabili. La cultura insegna a comprendere il dolore, la complessità, le differenze; l’apparenza, invece, spesso costruisce maschere fragili che hanno bisogno continuo di approvazione.
Forse la sfida di oggi è proprio questa: tornare a dare valore alla profondità in un mondo che premia la superficie. Perché una società che smette di coltivare cultura rischia lentamente di perdere anche umanità. Basta pensare a ciò che è successo nel centro di Modena…