26/05/2026
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Nel 1987, una delle scoperte più importanti nella storia della psicoterapia del trauma non nasce in un laboratorio.
Nasce durante una passeggiata in un parco... Los Gatos, California.
Francine Shapiro aveva 39 anni. Non era una neuroscienziata famosa. Non dirigeva un grande centro di ricerca. Era una donna che aveva attraversato il cancro, la paura, il peso di pensieri che continuavano a vivere nel corpo anche quando il pericolo era finito. E durante quella passeggiata nota qualcosa di strano.
Un ricordo disturbante emerge. L’ansia sale. Il corpo si attiva.
Poi succede qualcosa.
Mentre i suoi occhi si muovono spontaneamente seguendo la luce tra gli alberi, il ricordo perde improvvisamente intensità emotiva.
Il pensiero rimane.
Ma il terrore no.
Si ferma.
Prova di nuovo.
Riporta volontariamente alla mente il ricordo.
Muove gli occhi da destra a sinistra.
E succede ancora... L’attivazione diminuisce.
Oggi sembra quasi normale parlarne. Ma negli anni ’80 questa idea era quasi eresia. La psichiatria del trauma si basava soprattutto su un principio: parlare, analizzare, rivivere.
Per molte persone funzionava. Per molte altre no.
Veterani di guerra, sopravvissuti ad aggressioni, persone traumatizzate passavano anni a raccontare il dolore senza riuscire davvero a liberarsene. E spesso, quando il trattamento non funzionava, il problema veniva attribuito al paziente:
“non si sta impegnando abbastanza”.
Shapiro iniziò allora a studiare quel fenomeno in modo rigoroso.
Testò il metodo, raccolse dati, costruì un protocollo clinico. Lo chiamò EMDR: Eye Movement Desensitization and Reprocessing.
All’inizio venne derisa.Molti accademici considerarono l’idea assurda. Come poteva il movimento degli occhi modificare la memoria traumatica? Ma i risultati clinici continuarono ad accumularsi.
Persone bloccate da anni in:
• incubi
• ipervigilanza
• attacchi di panico
• memorie intrusive
cominciavano finalmente a sentire che il ricordo apparteneva al passato… invece che al presente.
Ancora oggi non comprendiamo completamente tutti i meccanismi neurobiologici coinvolti.
Le ipotesi parlano di integrazione mnestica, REM, working memory, riconsolidamento della memoria. Ma una cosa è chiara: il cervello non sempre ha bisogno di “capire di più”. A volte ha bisogno di poter rielaborare ciò che non è riuscito a digerire.
Ed è forse questo uno degli aspetti più rivoluzionari dell’EMDR: non cancellare il ricordo, ma togliere al ricordo il potere di continuare a ferire il presente.
Francine Shapiro ha cambiato il modo in cui comprendiamo il trauma... e tutto è iniziato durante una passeggiata.