01/06/2026
SIETE SICURI DI AVER CAPITO DE GREGORI?
"Quanto hai preso stasera?". "Se sei un compagno, lascia qui l'incasso. Vai a fare l'operaio e suona la sera a casa tua". Con frasi di tale fatta e inviti al suicidio in stile majakovskijano, Francesco De Gregori esattamente 50 anni fa fu oggetto durante il suo concerto al Palalido di Milano di un vero e proprio processo pubblico; pagò impropriamente lui per una certa ubiquità politico-ideologica che stava dilagando tra i cantautori, accusati di essere solidali solo a parole con le lotte civili e sociali. Giorni dopo De Gregori pubblicò sulla rivista Muzak uno scritto in cui sosteneva che “questi episodi fanno oggettivamente il gioco della cultura del potere e della musica tranquillizzante”.
È corso via mezzo secolo e Francesco torna sul rogo. In conferenza stampa per il suo docufilm, dice: “Non faccio proclami, perché non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere su Gaza o Israele”. Il mondo degli artisti è sceso immediatamente sul piede di guerra in un “dalli all’untore” collettivo e trasversale da Iacchetti a Morgan a Elisa. La linea impopolare scelta da De Gregori certo è pericolosa; “dalla parte sbagliata si muore”, potremmo dire rubando le parole di una sua canzone. Ma vero è che “dalla parte giusta” i pistolotti retorici con i quali tanti artisti inzuccherano i loro concerti ergendosi a improbabili esperti di geopolitica rischiano di restare semplici slogan, privi di qualsiasi senso della complessità, purtroppo utili solo a dare al pubblico un brivido di appartenenza rispetto ad una èlite morale. A differenza di tanti artisti che hanno bisogno di tifoserie ideologiche, per De Gregori parlano "Generale", "La storia siamo noi", "Viva l’Italia", "Le storie di ieri", "San Lorenzo", testimonianze vive di un principio di verità e giustizia che non ha bisogno di appendici declamatorie.
Viene il dubbio, per riprendere lo scritto del 1976 di Francesco, che questo schierarsi contro De Gregori, alla fine faccia “il gioco della cultura del potere e della musica tranquillizzante”, e che alcuni artisti parlino perché le loro canzoni non sanno parlare abbastanza (e non mi riferisco certo a Springsteen, che comunque non è stato attaccato in nessun modo da Francesco ma solo preso ad esempio per illustrare un passaggio forse non necessario nella dinamica di comunicazione tra grande artista e pubblico).
L’Arte affronta le grandi tragedie con la sua lingua, a volte criptica, ma inarrivabile. La sua autonomia, come sostiene Theodor W. Adorno, non significa isolamento dal mondo, ma rifiuto di ridursi a strumento di manipolazione.