Dr.ssa Laura Rodari Psicologa Psicoterapeuta

Dr.ssa Laura Rodari Psicologa Psicoterapeuta Psicoterapeuta sistemico relazionale

15/06/2026

Negli anni Sessanta, Mary Ainsworth aveva un problema preciso: come si misura qualcosa che non si vede?

Bowlby sosteneva da anni che il bambino non cercasse la madre solo per il cibo. La cercava per protezione. Una presenza stabile da cui partire e a cui tornare quando le cose si fanno difficili. Era un'idea convincente, ma restava quasi impossibile da dimostrare sul campo. Come si poteva allora osservare il bisogno di sicurezza?

Ainsworth pensò di avere una risposta. E non aveva bisogno di macchinari per dimostrarla.

Il protocollo era semplice quasi fino all'ingenuità. Una stanza, qualche giocattolo. Una madre e un bambino. A un certo punto la madre usciva, lasciando il bambino solo per qualche minuto. Poi tornava nella stanza.

Ainsworth chiamò tutto questo Strange Situation (Situazione Estranea). E quello che sembrava quasi banale si rivelò straordinariamente geniale.

Perché ad avere un ruolo importante non era la separazione. Ma era il ritorno.

Alcuni bambini, quando la madre rientrava, la cercavano, si lasciavano consolare, e nel giro di poco ricominciavano a giocare. Come se il sistema nervoso avesse ricevuto un segnale preciso: va bene, ora sei al sicuro.
Altri la cercavano e la respingevano nello stesso momento. Si aggrappavano e si dimenavan, incapaci di ritrovare una calma che sembrava sempre sul punto di arrivare ma non arrivava mai.
Altri ancora la ignoravano. Non si voltavano, non reagivano, sembravano indifferenti alla sua assenza e al suo ritorno. Ma Ainsworth notò qualcosa: il battito accelerava, lo stress saliva. La sofferenza c'era. Avevano solo imparato che mostrarla non serviva a nulla.

Quella stanza rese visibile qualcosa che fino ad allora era rimasto nascosto: il modo in cui impariamo, da piccoli, a cercare conforto. E se impariamo che cercarlo funziona, o che è inutile, o che è pericoloso.

Ainsworth chiamò questi pattern attaccamento sicuro, ansioso ed evitante. Non etichette diagnostiche , ma strategie. Ovvero risposte intelligenti che ogni bambino costruisce a partire da ciò che trova intorno a sé, da come chi si occupa di lui risponde ai suoi bisogni di rassicurazione e sostegno all’esplorazione. Il bambino che ignora la madre non è freddo. Ha imparato che mostrare il bisogno, purtroppo, non cambia lo stato delle cose.

Negli anni successivi queste osservazioni avrebbero influenzato profondamente la ricerca sullo sviluppo, sul trauma e sulle relazioni adulte.

Ma forse la cosa più importante che quella stanza dimostrò è un'altra. Quando un bambino si sente davvero al sicuro, non resta aggrappato al genitore. Ma esplora. Si allontana. Torna e riparte. Usa la figura di riferimento come punto fermo e non come gabbia.

La sicurezza non trattiene. Permette di andare lontano.
Vale a due anni. Ed oggi sappiano che vale ancora da adulti.

Ainsworth et al. (1978) · Bowlby (1969) · Bretherton (1992), Developmental Psychology

16/01/2026
16/09/2025
01/09/2025
23/08/2025

AMARE UN GENITORE CHE NON SA AMARE
Lo amavi perché è tua madre (o tuo padre): non avevi scelta.
L'amore per un genitore non si decide, si vive, è biologico, istintivo, inevitabile.Anche quando loro non sanno ricambiarlo, anche quando il loro amore era vuoto, ma tu eri un bambino e i bambini amano i loro genitori, sempre, anche quando sono mostri.Anche quando i loro genitori non sanno amare.
Da bambino non puoi permetterti di non amarli: dipendi da loro per sopravvivere.
Il tuo cervello deve convincersi che quell'amore freddo sia normale, che quelle briciole siano un banchetto.
Non hai alternative.
O li ami o muori dentro.
E così scegli di amarli ogni singolo giorno.
Il paradosso più crudele: più loro sono incapaci di amarti, più tu ti sforzi di meritare il loro amore.
Diventi perfetto/a, invisibile, silenzioso/a.
Se solo fossi più bravo/a (pensi) forse mi amerebbero!
Ma non puoi insegnare l'amore a chi non ha mai imparato cosa significhi.
E così cresci diviso in due: una parte di te (il Bambino/a che sei stato) ama disperatamente; l'altra parte sa la verità... che il loro amore è come una stanza vuota.
Ma, ammettere che loro non ti amino davvero, significa ammettere di essere solo/o al mondo.

E' troppo.
Troppo.

Così da adulto impari a vivere nel paradosso: ad amare chi ti ferisce, a cercare calore nel ghiaccio, a vedere amore dove c'è solo dovere, o peggio, indifferenza.
Impari che amare significa soffrire in silenzio; che essere amati è un lusso che non ti puoi permettere.

Ma il tuo corpo ricorda: quando qualcuno ti tratta con freddezza ti senti a casa, quando qualcuno è emotivamente assente, lo riconosci come amore.

E' il paradosso che ti porti dentro: cerchi negli altri lo stesso vuoto che ti ha cresciuto/a, perché è l'unico amore che il tuo sistema conosce.

C'è una responsabilità dolorosa da riconoscere: scegli chi conferma la tua storia; i partner emotivamente assenti non capitano per caso, li riconosci, li selezioni, li tieni perché l'intimità vera terrorizza chi non l'ha mai conosciuta.

Meglio il vuoto familiare che il pieno sconosciuto.

Riconosci l'amore disfunzionale come un segugio, lo fiuti nell'aria, lo vedi in come non ti guardano, in come ti sfamano a briciole, non per masochismo, ma perché il tuo sistema sa navigare il rifiuto, non la presenza: è una competenza traumatica.

Web

L’Almanacco di BabaJaga 🧙🏻‍♀️

02/08/2025

In tanti mi avete scritto per chiedermi: “Come si può?”

Come può una madre uccidere il proprio figlio.
Come può farlo a pezzi.
Come può poi andare a lavoro, accudire pazienti, rispondere al telefono, sorridere persino.
Come può vivere due realtà parallele: quella del crimine e quella della normalità.

È la domanda che ci resta addosso.
Una madre che chiama “figlia” la compagna del figlio che ha appena aiutato a uccidere.
Una madre che seppellisce un corpo in un bidone e poi si veste, si trucca, timbra il cartellino.

Come si può?

Ma da psicologo so che questa non è solo una domanda di sconcerto.
È una difesa.
Un modo per allontanare da noi l’idea che anche un essere umano apparentemente normale possa compiere l’inimmaginabile.

Perché la verità è che certe follie non urlano. Non tremano. Non si vedono.
Restano sotto pelle, lucide, silenziose, funzionali.
Fino al collasso.

Non c’è nulla di improvviso in questi atti.
C’è una storia.
Ci sono dinamiche malate che si sono annidate negli anni.
C’è forse un figlio mai davvero amato. E una “figlia” idealizzata.
Un triangolo affettivo perverso, dove la gelosia, il possesso e la simbiosi si sono mescolati fino a cancellare ogni confine.

E allora la vera domanda è:
quante relazioni tossiche si nascondono dietro le pareti di una casa?
Quante “famiglie normali” sono prigioni affettive senza via d’uscita?
E quante volte preferiamo non vedere, perché vedere significherebbe intervenire?

Questa non è solo una storia di sangue.
È una storia di dolore, di disumanità, di silenzi mai rotti.

Serve più cultura psicologica.
Serve educare ai legami sani.
Serve smettere di pensare che “in certe famiglie non possa succedere”.

La mente può crollare.
L’amore può trasformarsi in veleno.
Il silenzio può diventare complice.

Non per giustificare.
Ma per prevenire.
Perché dietro ogni “Come si può?”,
c’è sempre un “nessuno ha voluto vedere”.

20/06/2025

“Volevo solo andare al mare…”
Lo ha detto con voce calma.
Dopo aver ucciso sua madre con un’ascia.
Non ha pianto.
Non ha tentato la fuga.
Non ha chiesto perdono.

Filippo ha 21 anni. Studia economia. Suona la chitarra. Viveva in una famiglia che, agli occhi di chi guardava da fuori, sembrava “normale”.

Eppure qualcosa dentro si è spento. Da tempo.

No, non esistono i raptus.
Esistono emozioni che non si sanno nominare.
Esiste una rabbia che si accumula, giorno dopo giorno, quando non si riesce a trovare uno spazio dove essere visti, ascoltati, compresi.
Esiste il bisogno disperato di affermare sé stessi, che può diventare esplosivo quando manca un linguaggio emotivo per esprimerlo.

Non si tratta di puntare il dito contro una madre, contro un padre o contro la famiglia.
Si tratta di chiederci come sia possibile arrivare al punto in cui un ragazzo crede che la distruzione dell’altro sia l’unico modo per esistere.

Una sgridata non basta a spiegare tutto questo.
Il vero interrogativo è cosa covasse sotto quella superficie silenziosa che nessuno, forse, ha davvero visto in tempo.
Non per colpa. Ma perché, spesso, il dolore si maschera bene. Anche in chi ci dorme accanto.

Non serve cercare colpevoli. Serve cercare segnali.
Serve educare all’ascolto.
Serve creare spazi dove sia possibile crollare prima di far crollare tutto.

Perché il male, prima di colpire, ha sempre chiesto aiuto.
Solo che non sempre lo abbiamo riconosciuto come tale.

23/05/2025
16/05/2025

"Ho capito che avevo il diritto di essere arrabbiata con mio padre, anche se gli altri non capivano, ma dovevo sentirmelo dire..."

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