25/08/2026
Il mio sogno in Colombia era conoscere da vicino come alcune comunità indigene vivono femminilità, maternità e sessualità.
Ho vissuto con due realtà molto diverse: dai Caraibi all’Amazzonia. E ho capito che il vero confronto non è tanto tra “donne indigene e donne italiane”, ma tra società comunitaria e società individualista.
In Occidente: “La mia vita è mia. Scelgo chi essere.”
In una comunità tradizionale può essere più forte: “La mia vita appartiene anche alla mia famiglia e alla mia comunità.”
Non si aspetta di essere “finite” per diventare madri: spesso la personalità adulta si costruisce insieme alla maternità. La vita non è necessariamente un progetto individuale da completare prima di avere figli.
E quando gli uomini sono meno presenti, sono spesso le donne, le madri e le nonne a costituire la vera struttura della comunità.
Qui maternità, sessualità e identità sono spesso profondamente legate al ruolo sociale e alla continuità della comunità.
Questo però non significa necessariamente più libertà: meno individualismo può significare anche più controllo sociale.
Quello che mi ha colpita di più è il rapporto con il corpo femminile: riti, menarca, maternità e trasmissione del sapere possono rendere il corpo parte integrante della vita della comunità, anziché qualcosa da vivere individualmente. Ad esempio fino a pochi anni fa le ragazze, all'arrivo del menarca, venivano isolate e sottoposte a prove e restrizioni, per poi essere reintegrate nella comunità nel nuovo ruolo di DONNA, da tutti riconosciuto ed acclamato.
E forse questa è la domanda che mi porto a casa:
Abbiamo guadagnato tantissima libertà individuale. Dobbiamo proteggerla. Ma cosa abbiamo perso, quando abbiamo smesso di sentirci parte di un “villaggio”?