07/07/2026
Scoprii “L’arte della conversazione” di Magritte durante una lezione di arte alle superiori. Sapevo già di voler studiare psicologia, e in quella tela trovai qualcosa che non sapevo ancora dire a parole sulle relazioni tra le persone. Certi momenti di conversazione profonda si realizzavano esattamente come tra le due figure del quadro: sentirsi sospesi in un punto che non apparteneva a nessuno, ma che esisteva solo grazie all’incontro con l’Altro.
Quel quadro è arrivato nella mia vita prima ancora che la mia professione iniziasse. Solo dopo, nel lavoro clinico, ho capito che stava già raccontando qualcosa che avrei vissuto ogni giorno.
Oggi quel significato ha un nome preciso. Andolfi parla della terapia come di un “Terzo pianeta”: non è lo spazio del terapeuta, né quello di chi porta la propria storia, ma un territorio nuovo che nasce solo nell’incontro tra i due, con regole e significati che si costruiscono insieme.
In relazione a questo, rifletto spesso su come lo spazio terapeutico “sospenda” la pretesa di presenza continua che il mondo promuove, chiedendoci di essere iperconnessi (ma distanti). Un interessante paradosso: ci si disconnette temporaneamente dall’esterno per connettersi molto più a fondo con se stessi, l’Altro, la propria storia e origine.
Perché questo incontro sia possibile, il terapeuta deve sapersi fare nesso relazionale (Andolfi): entra in contatto con ciò che è emotivamente rilevante per l’altro, avvicinandosi senza giudizio alle dinamiche e alle emozioni di ciascuno. Diventa il punto in cui le storie si intrecciano, da cui può nascere qualcosa di nuovo.
Ogni volta che entro nel mio studio sento di trovarmi nel Terzo Pianeta e spero che per le persone che incontro sia lo stesso. E penso che, prima o poi, quel quadro dovrà diventare parte del nostro setting.