26/03/2020
Su quei letti di Bergamo ci siamo anche noi, vero.
Ma è vero anche che quando la tragedia arriva tutta insieme, il cervello umano non è in grado di reggerla. Così nascono le difese, che non sono azioni malvagie fatte di proposito per disinteressarsi di chi sta male, non si tratta di freddezza, cinismo e mancanza di empatia. Esse sono un vitale meccanismo di sopravvivenza per permettere al sopravvissuto di andare avanti e non collassare all’istante.
Si crea uno scollamento tra l’avvenimento e la portata emotiva che esso comporta. Il vissuto emotivo viene scotomizzato, compartimentizzato. Viene messo da parte. Viene messo da parte perché è annichilente, perché non lo reggiamo. Non possiamo reggerlo. Non tutto insieme, non 700 morti ogni giorno.
E’ un invito lodevole, quello che fa il Corriere, a recuperare il singolo dettaglio di ciò che sta succedendo. Ma siamo umani, e non ci si può chiedere di guardare ogni singolo morto e ogni singolo dettaglio che lo accompagna.
E’, semplicemente, al di là delle nostre possibilità. E quando ci viene chiesto di fare qualcosa che va al di là delle nostre possibilità, il rischio è che si generino senso di colpa e senso di inadeguatezza.
Non aggiungiamo anche questo carico, per favore.
Per riattivare il circuito della connessione sentimentale con la tragedia, il dramma collettivo deve tornare a essere individuale