Dott. Riccardo Pianiri Psicologo

Dott. Riccardo Pianiri Psicologo Consulenza e colloquio psicologico:
Clinico CBT , Organizzativo, Aziendale

Non tutto ciò che ti preoccupa deve essere risolto oggi.Sembra una cosa semplice.Eppure molte persone vivono in una cont...
17/08/2026

Non tutto ciò che ti preoccupa deve essere risolto oggi.

Sembra una cosa semplice.

Eppure molte persone vivono in una continua ricerca di soluzioni: pensano, analizzano, prevedono, controllano, anticipano.

Come se fermarsi significasse perdere tempo.

Ma c'è una differenza importante tra fermarsi e arrendersi.

A volte fermarsi significa raccogliere informazioni.

Osservare cosa sta succedendo.

Lasciare che l'emozione scenda abbastanza da poter ragionare.

Capire quale sia davvero il prossimo passo, invece di cercare di vedere tutta la strada.

Anche perché quando siamo molto attivati, il bisogno di trovare immediatamente una risposta può diventare esso stesso parte del problema.

Non sempre serve fare di più.

A volte serve fare ( meglio ) il passo successivo.

Questo vale nel lavoro, nelle relazioni, nelle decisioni, nei momenti in cui non sappiamo ancora cosa vogliamo.

La capacità di tollerare un po' di incertezza senza trasformarla immediatamente in azione ( impulsiva) è una competenza.

E si può allenare.

Non significa diventare "passivi"...anzi...

Significa imparare a distinguere tra:

“Non posso ancora risolvere questa cosa”

e

“Devo risolverla subito per poter stare bene.”

Sono due situazioni completamente diverse.

Forse crescere significa anche questo:

non avere sempre bisogno di sapere esattamente dove porterà la strada per poter fare il prossimo passo.

E qualche volta, prima di scegliere la direzione,
è necessario sedersi e guardare dove ci si trova.

Se sei davvero forte, devi farcela da solo.​Quante volte ce lo siamo detti? E quante volte abbiamo scambiato l'isolament...
16/08/2026

Se sei davvero forte, devi farcela da solo.

​Quante volte ce lo siamo detti? E quante volte abbiamo scambiato l'isolamento per una medaglia al valore?

​Nell'ultimo periodo mi capita continuamente di raccogliere i cocci di persone ferite, tradite o abbandonate dall'oggi al domani. La reazione è quasi sempre un riflesso condizionato: chiudere le porte, alzare i muri, digerire il veleno in solitudine per "dimostrare di bastare a se stessi".

​È la grande bugia della cultura della resilienza a tutti i costi. Una narrazione un po' stoica e molto analfabetizzata dal punto di vista emotivo, secondo cui soffrire in silenzio sarebbe l'unica vera prova di maturità.

​La realtà psicologica racconta un'altra storia.

​Quando affronti una frattura profonda in totale isolamento, non diventi più forte: diventi più rigido.

​L'iper-indipendenza non è guarigione. È un meccanismo di difesa (evitamento) nato dal terrore dell'impotenza.

​In ottica Cognitivo-Comportamentale ed Esistenziale, la mente non rielabora il trauma nel vuoto:

​• Il peso portato da soli alza il livello di minaccia, consolida lo schema del "Non posso fidarmi di nessuno" e porta all'esaurimento.

• Il peso condiviso attiva la co-regolazione emotiva. La presenza dell'altro spegne l'allarme interno e ti restituisce il fiato per capire cosa è successo.

​Ecco perché investire nelle persone giuste non è un lusso: è una necessità di sopravvivenza.

​Non servono grandi masse o relazioni spettacolari. Servono quelle poche, pochissime presenze che, mentre tutto ti crolla addosso, si presentano alla porta e ti tirano fuori dalle macerie.

​I rapporti sani non azzerano il danno subito, ma smontano l'illusione che devi distruggerti pur di bastare a te stesso.

​Non tutto ciò che affrontiamo da soli ci rende più forti. A volte ci rende solo più aridi.

​Soffrire in solitudine non ti rende un eroe: ti rende solo un bersaglio più facile. Ed è proprio quando ti manca la terra sotto i piedi che misuri la qualità di ciò che hai costruito.

​Guarda chi c'è attorno a te in quel preciso istante. È lì che capirai davvero che persona sei stata e quanto valore hai seminato lungo la strada e chi realmente tiene a te .

«Capisco tutto, dottore.So cosa dovrei fare.Ma poi faccio sempre le stesse cose.Allora sono scemo?»No.Capire e saper far...
13/08/2026

«Capisco tutto, dottore.
So cosa dovrei fare.
Ma poi faccio sempre le stesse cose.
Allora sono scemo?»

No.

Capire e saper fare non sono la stessa cosa.

Puoi sapere che dovresti parlare, dire di no, smettere di controllare, affrontare quella situazione.

Poi arriva il momento reale.

Ansia.
Paura.
Disagio.

E torni a fare ciò che conosci.

Perché il cervello impara anche attraverso ripetizione, esperienza e conseguenze. I comportamenti ripetuti possono diventare sempre più automatici, mentre i circuiti coinvolti nella pianificazione e nel comportamento orientato agli obiettivi devono continuamente adattarsi.

LeDoux ha studiato a lungo i meccanismi dell'apprendimento emotivo; la ricerca sulle abitudini mostra quanto ciò che ripetiamo possa diventare automatico.

Quindi no: non sei scemo.

Sei molto allenato a fare quella cosa.

E proprio per questo, in psicoterapia, non basta sempre capire.

Si può formulare un'ipotesi, provare un comportamento diverso, osservare cosa succede, raccogliere il feedback e correggere.

Capire è il punto di partenza.
Sperimentare è ciò che permette di imparare.

Perché il cervello non cambia soltanto quando comprendi qualcosa.

Cambia anche quando vivi abbastanza volte un'esperienza diversa.

Non sei scemo.

Hai imparato una risposta.
E puoi iniziare ad allenarne un'altra.

Fare lo psicologo non significa avere tutte le risposte.Significa, spesso, saper stare accanto alle domande.Ma per me qu...
12/08/2026

Fare lo psicologo non significa avere tutte le risposte.

Significa, spesso, saper stare accanto alle domande.

Ma per me questo non significa fermarsi all'ascolto.

Una parte importante del lavoro è trasformare alcune domande in qualcosa che possiamo osservare.

“Cosa succede se provo a fare diversamente?”
“Cosa cambia se affronto quella situazione invece di evitarla?”
“Cosa accade se modifico il modo in cui comunico?”

Non sempre possiamo sapere in anticipo quale sarà la risposta.

Possiamo però costruire delle strategie, metterle alla prova e osservare cosa succede.

Il comportamento diventa così anche una fonte di informazioni.

Il feedback ci permette di correggere il tiro, formulare nuove ipotesi e provare ancora.

Non si tratta di avere una risposta perfetta prima di agire.

A volte è proprio l'azione a produrre le informazioni che ci mancavano per ragionare meglio.

Per questo considero la psicoterapia un lavoro profondamente collaborativo e concreto.

Si parla, certo.

Si comprendono i meccanismi.

Ma poi si sperimenta.

Perché il cambiamento non avviene soltanto quando qualcosa viene capito.

Avviene anche quando qualcosa viene provato, osservato e modificato.

E forse fare lo psicologo, per me, significa proprio questo:

non avere sempre la risposta, ma aiutare a costruire un metodo per trovarla.

Non puoi controllare il risultato.Puoi gestire il tuo impegno.È una differenza piccola solo in apparenza.Nel lavoro, nel...
12/08/2026

Non puoi controllare il risultato.
Puoi gestire il tuo impegno.

È una differenza piccola solo in apparenza.

Nel lavoro, nelle relazioni, nello sport, negli obiettivi personali, possiamo prepararci, essere presenti, comunicare, impegnarci, correggere gli errori e fare tutto ciò che ragionevolmente dipende da noi.

Poi, però, entra in gioco il resto.

Le decisioni degli altri.
Le circostanze.
Gli imprevisti.
Il momento.
La fortuna.
Variabili che non possiamo governare.

Il concetto di locus of control, introdotto da Rotter, riguarda proprio il modo in cui percepiamo il rapporto tra ciò che facciamo e ciò che accade.

Ma avere un orientamento interno non significa pensare di poter controllare tutto.

Significa riconoscere dove inizia e dove finisce la nostra responsabilità.

E qui entra in gioco l'accettazione.

Accettare che, nonostante il massimo impegno, qualcosa possa andare diversamente da come avevamo previsto non significa arrendersi.

Significa riuscire a tollerare la frustrazione senza trasformarla automaticamente in:

"Ho fallito."
"Non sono capace."
"È tutto inutile."

È anche così che si allena la capacità di stare dentro ciò che non possiamo immediatamente risolvere.

La cosiddetta finestra di tolleranza descrive proprio la possibilità di rimanere sufficientemente regolati quando l'attivazione emotiva aumenta, continuando a pensare e ad agire senza essere completamente travolti.

Forse, allora, la vera padronanza non è ottenere sempre ciò che vogliamo.

È poter dire:

"Ho fatto la mia parte.
Il risultato non dipendeva soltanto da me.
E posso comunque stare dentro quello che è successo."

Perché quando impari a gestire il tuo impegno invece di pretendere di controllare il risultato, cambia anche il modo in cui vivi la frustrazione.

Non devi vincere sempre.

Devi sapere, quando arriva il momento di fermarti, di aver fatto davvero la tua parte.

C'è una cosa che incontro spesso nel lavoro psicologico: persone che continuano a cercare una risposta molto tempo dopo ...
11/08/2026

C'è una cosa che incontro spesso nel lavoro psicologico: persone che continuano a cercare una risposta molto tempo dopo la fine di una relazione.

Un tradimento.
Una persona a cui hai dato fiducia che ti ha mentito.
Una separazione improvvisa.
Una persona che scompare.
Una relazione finita senza una vera spiegazione.

E prima o poi arriva quasi sempre quella domanda:

“Ma perché?”

Da lì comincia il lavoro della mente.

Rilegge messaggi.
Ripensa alle conversazioni.
Ricollega dettagli.
Cerca segnali che, dopo, sembrano improvvisamente evidenti.

Quando è cominciato?
Come ho fatto a non accorgermene?
Cosa avrei potuto fare diversamente?

Non è follia.

È il tentativo della mente di dare un senso a qualcosa che ha spezzato la storia che si era raccontata.

Il cervello tollera male le storie incomplete e cerca di chiudere i conti lasciati aperti.

Il problema arriva quando cercare di capire diventa il modo con cui continuiamo a rimanere dentro quella relazione.

Perché una relazione può essere finita nella realtà e continuare per mesi nella nostra testa.

Comprendere può aiutare.
Avere bisogno di comprendere tutto per poter stare bene, invece, può diventare una trappola.

Non sempre sapremo perché qualcuno ha mentito.

Non sempre sapremo quando qualcosa è cambiato.

Non sempre avremo quella conversazione che avrebbe dovuto esserci.

E forse una parte importante dell'elaborazione consiste proprio nell'accettare questo:

potremmo non avere mai tutte le risposte.

Non significa smettere di cercare un senso.

Significa smettere di subordinare il proprio futuro alla possibilità di trovarlo.

Perché alcune persone possono lasciare una domanda aperta nella nostra storia.

Ma non dovrebbero avere il potere di tenere aperta per sempre anche la nostra vita.

Sai qual è il problema?Il cervello tende a preferire ciò che conosce.Anche quando ciò che conosce non ci fa particolarme...
09/08/2026

Sai qual è il problema?

Il cervello tende a preferire ciò che conosce.

Anche quando ciò che conosce non ci fa particolarmente bene.

Rimandare quella telefonata.

Non dire quel “no”.

Saltare l’allenamento.

Evitare quella conversazione.

Continuare a rimuginare invece di agire.

Ogni volta che eviti qualcosa che ti mette a disagio, succede una cosa interessante: nell’immediato stai meglio.

Ed è proprio questo il problema.

Il cervello registra:

“L’ho evitata e il disagio è diminuito.”

Così l’evitamento viene rinforzato.

La prossima volta sarà ancora più facile farlo.

E così, senza accorgercene, possiamo allenare proprio ciò che vorremmo smettere di fare.

Ma il processo può funzionare anche al contrario.

Affrontare gradualmente una situazione difficile, restare lì abbastanza a lungo da sperimentare ciò che realmente accade, scoprire che possiamo tollerare quel disagio e che le conseguenze temute non sono necessariamente quelle che immaginavamo.

È uno dei principi alla base dell’esposizione in CBT.

E qui entra in gioco anche la neuroplasticità: il cervello cambia attraverso l’esperienza ripetuta.

Ogni volta che scegli consapevolmente un comportamento diverso, gli dai una nuova informazione.

Non:

“Non ho paura.”

Ma:

“Ho paura e posso comunque scegliere cosa fare.”

Ed è forse qui che il disagio smette di essere soltanto qualcosa da eliminare.

Può diventare anche qualcosa attraverso cui allenare la propria capacità di scegliere.

Non tutto ciò che è scomodo va affrontato.

Ma nemmeno tutto ciò che è scomodo va evitato.

La differenza sta nel capire chi sta scegliendo: tu o la tua paura.

Il motivo più importante per cui mi alleno non ha quasi nulla a che fare con il fisico.Il corpo è semplicemente il luogo...
01/08/2026

Il motivo più importante per cui mi alleno non ha quasi nulla a che fare con il fisico.

Il corpo è semplicemente il luogo in cui cerco di allenare la mente.

Ogni allenamento inizia con un'intenzione.

Poi arriva la parte difficile.

La fatica.

Il caldo.

Il fiato corto.

La voglia di fermarsi.

Ed è proprio lì che succede qualcosa di interessante.

Ogni volta che continui, invece di mollare, non stai allenando solo i muscoli.

Stai insegnando al tuo cervello una cosa fondamentale:

"Posso fare ciò che ho deciso di fare, anche quando non ne ho voglia."

È qui che, secondo me, nasce una parte di ciò che chiamiamo carattere.

Non come un dono ricevuto alla nascita.

Ma come il risultato di migliaia di piccole azioni ripetute nel tempo.

La neuroscienza parla di neuroplasticità: il cervello modifica continuamente le proprie connessioni in risposta a ciò che facciamo con costanza (Draganski et al., 2004; Doidge, 2007).

Ogni scelta ripetuta lascia una traccia.

Ogni allenamento non cambia soltanto il corpo.

Cambia anche il cervello che lo guida.

E lo sport ci regala qualcosa di ancora più prezioso.

Allarga la nostra finestra di tolleranza.

Ci abitua a restare presenti mentre il respiro accelera, i muscoli bruciano e la mente suggerisce di fermarci.

È lo stesso processo che ci rende più efficaci nella vita quotidiana.

Non perché elimina lo stress.

Ma perché ci insegna che possiamo attraversarlo senza esserne travolti.

Per questo oggi non mi alleno per avere un fisico migliore.

Mi alleno per diventare una persona capace di mantenere gli impegni presi con sé stessa.

Perché il carattere non si costruisce quando hai voglia.

Si costruisce ogni volta che fai ciò che avevi deciso di fare... anche quando non ne hai voglia.

E ogni allenamento finisce dopo un'ora.

Il carattere che hai allenato, invece, torna a casa con te.

"Sono fatto così."Probabilmente è una delle frasi che sento più spesso.E, forse, anche una delle più pericolose.Perché, ...
01/08/2026

"Sono fatto così."

Probabilmente è una delle frasi che sento più spesso.

E, forse, anche una delle più pericolose.

Perché, senza accorgercene, smettiamo di descriverci...

e iniziamo a definirci.

"Sono ansioso."

"Sono impulsivo."

"Non riesco a fidarmi."

"Non porto mai a termine le cose."

A forza di ripeterle, queste frasi smettono di essere un'osservazione.

Diventano un'identità.

Nel linguaggio comune lo chiamiamo carattere. In psicologia parliamo più correttamente di personalità: un insieme di caratteristiche relativamente stabili, ma non immutabili.

La ricerca mostra che la personalità può modificarsi nel corso della vita, soprattutto attraverso nuove esperienze, relazioni e comportamenti ripetuti (Roberts, Walton & Viechtbauer, 2006).

È anche uno dei principi della CBT.

Non è solo ciò che pensi a influenzare come vivi.

Sono le azioni che ripeti ogni giorno a rafforzare l'idea che hai di te stesso.

Se continui a dirti: "Sono fatto così", probabilmente smetterai anche di provare a cambiare.

E questa non è più una descrizione.

È una rinuncia.

Forse la domanda giusta non è:

"Chi sono?"

Ma:

"Chi sto allenando a diventare, ogni giorno, con i miei pensieri, le mie scelte e i miei comportamenti?"

Perché il passato spiega molte cose.

Ma non deve avere l'ultima parola sul tuo futuro.

Indirizzo

Via Cherubini 20
Florence
50100

Orario di apertura

Lunedì 14:00 - 20:00
Venerdì 14:00 - 20:00

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