20/07/2025
Troppo spesso mi viene riportato dalle persone il senso di imbarazzo, la difficoltà o il franco senso di colpa, in relazione al mettersi "in malattia" per disagi psicologici ed eventuali conseguenze psicosomatiche invalidanti. Se non c'è, ad esempio, una ingessatura che dimostra il limite, un termometro che segna 39 e che si può pubblicare sui social o nella chat di gruppo, se manca una condizione devastante scritta sul volto o sul corpo...sembra, troppo spesso, di non doversi sentire "in regola" a stare a casa.
E questi vissuti, manco a dirlo, appartengono a molte delle persone che di questo stacco hanno davvero bisogno (e cmq queste riflessioni non riguardano i "furbi" di cui, chiaro, non intendo negare l'esistenza ma che qui non sto considerando).
Una persona sta male per le sue intime oggettive e/o soggettive ragioni e quasi sempre si sente ripetere a sfinimento dai "Dai! Provaci! È solo ansia...Tieniti impegnat* che passa...Il peggio è passato adesso devi ripartire perché chi hai perso vorrebbe così...Chiamami! Esci! Vai! Fai...! Iscriviti a...". Perlopiù sono oneste e migliori le intenzioni dietro queste parole che tutti prima o poi ci troviamo a dire, però.....Però capita anche che magari si riesca, con enormi sforzi a farsi la spesa, una pizza fuori o ADDIRITTURA un giro al mare ed ecco che talune di quelle stesse persone poi si pongano piu o meno esplicitamente come a dire "ah però...e menomale era in malattia...e menomale c'ha l'ansia...e menomale che...".
Senza avere la sensibilità di comprendere che magari non si esce perché si sta bene, ma perché non si vuole morire del tutto.
A volte, se siamo a casa "in malattia",
una camminata nel sole, un caffè al bar, un vestito carino, un sorriso dato per non affondare significano sopravvivere.
E anche basta con le parole cattive travestite da morali.
Basta con i giudizi che confondono l’apparenza con l’anima.
Basta con l’idea che il dolore debba avere una forma sola, che il lutto sia solo pianto e buio.
Uscire di casa dopo un lutto, dopo un attacco di panico, dopo l’insonnia o il vomito dell’anima, non è leggerezza. È coraggio. È respiro. È holding, direbbe Winnicott.
Un’auto-cura necessaria, una madre interna che dice: "Va bene così, facciamo due passi".
Troppo spesso non vediamo la fatica dell’atto minimo.
Chi esce dopo un dolore non esce dal dolore, ci cammina dentro. E cammina comunque.
A volte uscire, provare a far qualcosa di bello, se si sono raccattate le energie necessarie e si è tamponata l'urgenza, è un atto rivoluzionario.
Non è dimenticanza, è ricordo che si muove.
Non è leggerezza, è il contrappeso alla vertigine.
Non è godimento, ma un tentativo di non sprofondare nel nulla.
Perché il nulla, lo sappiamo, è sempre in agguato quando il legame si spezza,
quando la perdita toglie nome e pelle al nostro mondo.
A volte è il corpo a salvarci: con i suoi gesti minimi, con il desiderio incerto di luce.
Come dice Joyce McDougall, è proprio nel corpo che il dolore si iscrive quando non trova parola e allora la parola può essere un’uscita, e l’uscita una forma di parola incarnata.
Un tentativo di simbolizzazione in movimento.
Prendersi un caffè, camminare fino alla farmacia, comprare un libro che non si leggerà: atti riparativi, simbolici, residuali.
L'inconscio, come scrive Racamier, è “il luogo della contraddizione”: e può accadere che chi sta male sorrida, che chi è frantumato indossi un bel vestito,
che chi è affranto parli con garbo.
Non è inganno: è forma. È contenimento.
E allora, ancora una volta, basta con le frasi velenose travestite da premura.
Basta con chi dice “Ma come? È già fuori?!”
“Ma stava male… e ora la vedo in giro?”
“Si è truccata: è guarita, allora.”
"Malattia in questo periodo lavorativo? Strategica assenza di sicuro..."
Basta.
Ogni gesto che restituisce dignità al corpo e al volto è una forma di resilienza pulsionale, una protesta contro la passività mortifera del trauma.
Un gesto minimo, ma necessario,
perché ogni soggettività ha diritto al proprio modo di sopravvivere al dolore.
Quando giudichiamo senza sapere, non vediamo. Perchè non vogliamo o non siamo in grado o ce ne sbattiamo. In ogni caso stiamo sbagliando.
Dunque brav* a te che oggi sei uscit* mentre sei a casa "in malattia"; a te che sei salit* sull’autobus col battito impazzito, a te che hai fatto cose fuori mentre portavi un lutto scritto nella carne...
Stai facendo una cosa difficilissima:
stai ricominciando a vivere.