Dott.ssa Alessandra Schiavon - Psicologa psicoterapeuta psicoanalitica

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Dott.ssa Alessandra Schiavon - Psicologa  psicoterapeuta psicoanalitica Riceve a Firenze ed a Figline e Incisa Valdarno.

Il 16 giugno 2026, alle ore 18.00, nella splendida cornice de Le Murate,avrò il piacere di dialogare con Maria Cristina ...
12/06/2026

Il 16 giugno 2026, alle ore 18.00, nella splendida cornice de Le Murate,
avrò il piacere di dialogare con Maria Cristina Barducci
attorno al suo libro E Dio la creò cattiva… Tamar, Lilith, Giuditta: l’altra Bibbia.
L’incontro si inserisce nella rassegna Libri in forma di Rosa, promossa da Associazione Rosa ODV,
e sarà dedicato al rapporto tra femminile, sacro, mito e libertà.
Tamar, Lilith e Giuditta ci accompagneranno in un attraversamento di immagini antiche e ancora vive,
tra corpo, desiderio, legge, ombra, parola e riconoscimento.
Un’occasione per riflettere sulle parole con cui le donne sono state nominate, giudicate, celebrate o escluse.
E su ciò che accade quando il femminile non resta nel posto che una cultura gli assegna.
Vi aspettiamo.

🎈Ed eccoci con gli appuntamenti si Giugno della nostra rassegna letteraria
Vi aspettiamo al Le Murate Caffè Letterario Firenze

27/03/2026

Non sono solita condividere post sugli animali né seguire abitualmente profili o appelli di questo tipo. Chi mi conosce lo sa.
Tuttavia, da giorni, continuo a pensare a quanto accaduto alla gatta Rosi.
Scelgo volutamente di non pubblicare immagini né di descrivere l’accaduto: non ritengo necessario esporre ulteriormente la sofferenza, né imporre ad altri la visione della crudeltà.
Sento però il dovere di ribadire un punto che, in questo caso, riguarda il mio sguardo professionale ancor prima della mia sensibilità animalista: chi è capace di infliggere violenza a un animale, a qualunque età, esprime un livello di destrutturazione emotiva, di aggressività e di mancato riconoscimento dell’altro che non dovrebbe mai essere sottovalutato.
Non si tratta di semplificare o di formulare automatismi impropri, ma di riconoscere che la violenza esercitata su un essere vivente indifeso può rappresentare un segnale importante di pericolosità, e che ciò che viene agito contro un animale può, potenzialmente, rivolgersi anche altrove: verso altri esseri umani, verso chi è più fragile, verso chi viene percepito come privo di difesa o di valore.
La prevenzione della sofferenza psichica, della psicopatologia e dei comportamenti antisociali è una responsabilità collettiva che richiede attenzione, cultura, strumenti e interventi tempestivi.
Promuovere salute mentale non significa occuparsi d’altro rispetto a questi fatti; significa anche saper riconoscere precocemente i segnali di violenza, senza minimizzarli, senza rimuoverli e senza considerarli marginali solo perché la vittima è un animale.

14/02/2026

Vi aspettiamo!

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14/02/2026

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Laurence Kahn, psicoanalista Membro Ordinario con Funzioni di Training della Association Psychanalytique
de France (APF), ci accompagna nelle dinamiche che contribuiscono a far sì che l’autoconservazione si trasformi in maschera per l’autodistruzione.

“Da qui la necessità di rimaneggiare i termini di “ipocrisia sociale” che Freud indicava ne L’interpretazione dei sogni (1899) come alla base della dissimulazione e della censura. Ciò è tanto più importante perché, se gli Io pacifici diffidano dei loro “doppi parassitari” infiammati dall’eccitazione della guerra, è soprattutto perché lo stratagemma del discorso rivolto alle masse, cioè l’ipocrisia degli appelli all’eroismo bellico, consiste proprio nell’argomento dell’autoconservazione del popolo, della nazione e della razza.
Così l’autoconservazione diventa la maschera sotto la quale avanzano la distruzione e il suo correlato, l’autodistruzione.”

Laurence Kahn (2025). Trasformare l’auto-conservazione in passione fanatica. Rivista KnotGarden 2025/4, Centro Veneto di Psicoanalisi, pp. 82-117.

https://www.centrovenetodipsicoanalisi.it/knot-2025-4-khan-trasformare-lauto-conservazione-in-passione-fanatica/

08/11/2025

A mio avviso, ad oggi, la scena più intensa e simbolica della Serie. Se vi va, ho scritto qualche riflessione nei commenti.

...a domani 😉
10/10/2025

...a domani 😉

Per scelta, condivisibile o meno, non indugio (nè condivido) sulle immagini atroci che giungono dalla Palestina. Alcune ...
23/09/2025

Per scelta, condivisibile o meno, non indugio (nè condivido) sulle immagini atroci che giungono dalla Palestina. Alcune però proprio non si possono schivare e, pur non essendo le più violente in circolazione (beh, io penso proprio per questo! Ma vi risparmio il pi***ne!), impattano in modo indelebile.
Non avrei mai pensato che la ferita e la violenza emotiva di un film d'animazione, di cui da sempre parlo come il più poetico e devastante mai visto
-“Una tomba per le lucciole” (1988)- potesse cosi ferocemente attualizzarsi nell'arco della mia vita vissuta.
La tragedia animata che raccontava la fame, la perdita, la mano di un fratello che porta il corpo fragile di una sorella (basta leggiate le 10righe dell'incipit di questo articolo di Repubblica nello screenshot...)
era per me una visione lacerante, ma difensivamente confinabile nell’altrove del passato della, pur recente, "storia".

Eppure oggi, in immagini di cronaca, rivedo la stessa scena,
senza disegni né colonna sonora, tra le macerie di Gaza, con i volti impolverati ed i piedi scalzi, martoriati, di due bambini veri. (Come veri sono stati anche migliaia di volti dietro alla storia che il film di animazione omaggia).
Lo stesso grido, lo stesso peso d’amore sulle spalle esili, lo stesso insopportabile destino che inchioda l’infanzia alla guerra.

Non è più metafora, non è più cinema.
È il nostro presente, che chiede conto.
E ogni lucciola che si spegne,
ogni voce che trema nel buio,
è la prova che la Storia, se non la fermiamo, continua a ripetersi come incubo.

Vi aspettiamo questa sera! 😉
06/09/2025

Vi aspettiamo questa sera! 😉

❗❗Vi aspettiamo per parlare insieme di diritti, questione di genere e poi ballare sulle note dei BSM Bassamusica
Ci vediamo il 06/09/25
Ore 18,30
In piazza delle murate a Le Murate Caffè Letterario Firenze


Troppo spesso mi viene riportato dalle persone il senso di imbarazzo, la difficoltà o il franco senso di colpa, in relaz...
20/07/2025

Troppo spesso mi viene riportato dalle persone il senso di imbarazzo, la difficoltà o il franco senso di colpa, in relazione al mettersi "in malattia" per disagi psicologici ed eventuali conseguenze psicosomatiche invalidanti. Se non c'è, ad esempio, una ingessatura che dimostra il limite, un termometro che segna 39 e che si può pubblicare sui social o nella chat di gruppo, se manca una condizione devastante scritta sul volto o sul corpo...sembra, troppo spesso, di non doversi sentire "in regola" a stare a casa.
E questi vissuti, manco a dirlo, appartengono a molte delle persone che di questo stacco hanno davvero bisogno (e cmq queste riflessioni non riguardano i "furbi" di cui, chiaro, non intendo negare l'esistenza ma che qui non sto considerando).
Una persona sta male per le sue intime oggettive e/o soggettive ragioni e quasi sempre si sente ripetere a sfinimento dai "Dai! Provaci! È solo ansia...Tieniti impegnat* che passa...Il peggio è passato adesso devi ripartire perché chi hai perso vorrebbe così...Chiamami! Esci! Vai! Fai...! Iscriviti a...". Perlopiù sono oneste e migliori le intenzioni dietro queste parole che tutti prima o poi ci troviamo a dire, però.....Però capita anche che magari si riesca, con enormi sforzi a farsi la spesa, una pizza fuori o ADDIRITTURA un giro al mare ed ecco che talune di quelle stesse persone poi si pongano piu o meno esplicitamente come a dire "ah però...e menomale era in malattia...e menomale c'ha l'ansia...e menomale che...".

Senza avere la sensibilità di comprendere che magari non si esce perché si sta bene, ma perché non si vuole morire del tutto.
A volte, se siamo a casa "in malattia",
una camminata nel sole, un caffè al bar, un vestito carino, un sorriso dato per non affondare significano sopravvivere.

E anche basta con le parole cattive travestite da morali.
Basta con i giudizi che confondono l’apparenza con l’anima.
Basta con l’idea che il dolore debba avere una forma sola, che il lutto sia solo pianto e buio.

Uscire di casa dopo un lutto, dopo un attacco di panico, dopo l’insonnia o il vomito dell’anima, non è leggerezza. È coraggio. È respiro. È holding, direbbe Winnicott.
Un’auto-cura necessaria, una madre interna che dice: "Va bene così, facciamo due passi".

Troppo spesso non vediamo la fatica dell’atto minimo.

Chi esce dopo un dolore non esce dal dolore, ci cammina dentro. E cammina comunque.
A volte uscire, provare a far qualcosa di bello, se si sono raccattate le energie necessarie e si è tamponata l'urgenza, è un atto rivoluzionario.
Non è dimenticanza, è ricordo che si muove.
Non è leggerezza, è il contrappeso alla vertigine.
Non è godimento, ma un tentativo di non sprofondare nel nulla.
Perché il nulla, lo sappiamo, è sempre in agguato quando il legame si spezza,
quando la perdita toglie nome e pelle al nostro mondo.

A volte è il corpo a salvarci: con i suoi gesti minimi, con il desiderio incerto di luce.
Come dice Joyce McDougall, è proprio nel corpo che il dolore si iscrive quando non trova parola e allora la parola può essere un’uscita, e l’uscita una forma di parola incarnata.
Un tentativo di simbolizzazione in movimento.

Prendersi un caffè, camminare fino alla farmacia, comprare un libro che non si leggerà: atti riparativi, simbolici, residuali.
L'inconscio, come scrive Racamier, è “il luogo della contraddizione”: e può accadere che chi sta male sorrida, che chi è frantumato indossi un bel vestito,
che chi è affranto parli con garbo.
Non è inganno: è forma. È contenimento.

E allora, ancora una volta, basta con le frasi velenose travestite da premura.
Basta con chi dice “Ma come? È già fuori?!”
“Ma stava male… e ora la vedo in giro?”
“Si è truccata: è guarita, allora.”
"Malattia in questo periodo lavorativo? Strategica assenza di sicuro..."
Basta.

Ogni gesto che restituisce dignità al corpo e al volto è una forma di resilienza pulsionale, una protesta contro la passività mortifera del trauma.
Un gesto minimo, ma necessario,
perché ogni soggettività ha diritto al proprio modo di sopravvivere al dolore.

Quando giudichiamo senza sapere, non vediamo. Perchè non vogliamo o non siamo in grado o ce ne sbattiamo. In ogni caso stiamo sbagliando.

Dunque brav* a te che oggi sei uscit* mentre sei a casa "in malattia"; a te che sei salit* sull’autobus col battito impazzito, a te che hai fatto cose fuori mentre portavi un lutto scritto nella carne...
Stai facendo una cosa difficilissima:
stai ricominciando a vivere.

🙂
19/02/2025

🙂

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Via Giosuè Carducci 7
Florence
50121

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