Psicologa Psicoterapeuta Firenze - Dr.sa Ilaria Bellavia

Psicologa Psicoterapeuta Firenze - Dr.sa Ilaria Bellavia Psicologa e Psicoterapeuta psicoanalitica
http://www.ilariabellavia.it

30/08/2026

**Il lutto non ha una data di scadenza**

"Dovrei essere già andata/o avanti." "Sono passati mesi, perché sento ancora questo peso?" "Gli altri sembrano essersi ripresi più in fretta di me."

Chi vive un lutto porta spesso, insieme al dolore, anche il peso di sentirsi "in ritardo" rispetto a un tempo che qualcuno — dentro o fuori di noi — ha stabilito.

In psicoanalisi, il lutto non è un processo lineare da "superare" e chiudere, ma un lavoro psichico di elaborazione: significa reimparare a stare nel mondo mentre dentro di noi qualcosa — o qualcuno — continua ad avere un posto. Freud lo descriveva come un lento distacco della libido dall'oggetto perduto; ma la clinica ci insegna che spesso non si tratta di "lasciare andare", quanto di trovare un nuovo modo di portare con sé chi non c'è più.

Non esiste un tempo giusto per il lutto. Esiste il tuo tempo.

Se ti senti bloccato in un dolore che fatica a trovare parole, o hai paura che il tempo che ti stai prendendo non sia "normale": non lo è, nel senso che è unicamente tuo. E può essere accompagnato.

📍 Studio a Firenze

22/08/2026
What a striking piece — the honesty here is what makes it land. There's something universal in that admission: we build ...
16/08/2026

What a striking piece — the honesty here is what makes it land. There's something universal in that admission: we build elaborate defenses (running, swimming, work, achievement) against a question we never actually answer, we just outrun it until the body forces a stop. The "mattering instinct" framing is powerful too — it reframes existential anxiety not as weakness or self-indulgence, but as something wired into us. Thank you for sharing this.

The philosopher Rebecca Newberger Goldstein argues in her new book that the often-painful struggle to justify our existence is the very thing that makes us human, John Kaag wrote in January: https://theatln.tc/1U5yGT46

16/08/2026

Amore o dipendenza? I segnali che spesso si confondono

"Non riesco a stare senza di lui/lei." Questa frase viene spesso raccontata come prova d'amore. In realtà, in psicologia clinica, può essere il primo segnale di una dipendenza affettiva — una condizione in cui il legame non nutre, ma consuma.

**La differenza non è nell'intensità del sentimento, ma nella sua funzione.** Peter Fonagy, con la teoria della mentalizzazione, ha mostrato come i legami sani si fondino sulla capacità di riconoscere l'altro come mente separata dalla propria. Nella dipendenza affettiva questa capacità si incrina: l'altro non viene "pensato" come persona autonoma, ma vissuto come parte necessaria di sé — un meccanismo che Antonio Ferro, nella sua rilettura in chiave bioniana del campo analitico, descrive come incapacità di trasformare l'esperienza emotiva grezza in pensiero condivisibile, restando così "agganciati" all'altro invece che in relazione con lui.

Massimo Ammaniti ha collegato queste dinamiche ai modelli di attaccamento infantile che si ripropongono nelle relazioni adulte, mentre Vittorio Lingiardi ha più volte sottolineato, nel suo lavoro su diagnosi e relazioni, quanto la dipendenza affettiva sia spesso una forma di regolazione emotiva appresa precocemente, non un tratto di carattere fisso.

**Alcuni segnali da non sottovalutare:**
- Il proprio umore dipende quasi interamente dalla disponibilità dell'altro
- Paura sproporzionata dell'abbandono, anche in assenza di segnali reali
- Difficoltà a riconoscere i propri bisogni se non mediati dalla relazione
- Tendenza a giustificare comportamenti trascuranti o irrispettosi pur di non perdere il legame
- Senso di vuoto o "non esistere" quando la relazione si interrompe

Otto Kernberg ha descritto come, in alcune organizzazioni di personalità più fragili, l'altro venga usato per regolare un senso di sé instabile

16/08/2026

Lutto e malinconia: quando il dolore diventa memoria viva

Freud, in *Lutto e melanconia* (1917), distingueva il lutto — un processo che elabora la perdita e restituisce, nel tempo, la capacità di investire nuovi legami — dalla melanconia, dove la perdita si interiorizza e l'Io stesso ne resta impoverito, come se una parte di sé fosse scomparsa insieme all'oggetto d'amore.

Oggi le neuroscienze affettive confermano intuizioni che la psicoanalisi aveva già colto un secolo fa: il lutto attiva gli stessi circuiti neurali del dolore fisico (Eisenberger, O'Connor), e l'elaborazione richiede tempo perché il cervello deve letteralmente riorganizzare le mappe predittive costruite attorno a chi non c'è più. Non "dimentichiamo": ricostruiamo.

La differenza clinica è cruciale. Il lutto fisiologico, per quanto doloroso, mantiene un dialogo interno con l'assenza. La melanconia, invece, spesso nasconde un'ambivalenza irrisolta verso l'oggetto perduto — amore e rabbia che non trovano parola, e si trasformano in autosvalutazione.

In una cultura che spinge alla rimozione rapida del dolore — "voltare pagina", "resilienza" a tutti i costi — vale la pena ricordare che la malinconia non è una patologia da correggere in fretta, ma spesso un segnale: qualcosa, nel legame perduto, chiede ancora di essere pensato e nominato.

Dare tempo al lutto non è debolezza. È l'unico modo perché il vuoto non diventi silenzio permanente.

16/08/2026

L’Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A. augura a tutti un buon Ferragosto, che restituisca il tempo lento delle cose essenziali: la vicinanza, il silenzio, la gentilezza… e un po’ di fresco

15/08/2026

Jacques Lacan, per una clinica moderna
Jacques-Alain Miller


Per il discorso analitico, l’umano è estraneo all’umano, perché l’inumano gli è estimo.


Lacanpertutti 2026,
pensa con i piedi.
www.lacanpertutti.it

Il commento clinico si scrive da sé: sono arrivati fin sulla porta — è già molto — ma restano in macchina, col motore ac...
25/07/2026

Il commento clinico si scrive da sé: sono arrivati fin sulla porta — è già molto — ma restano in macchina, col motore accesso e il passamontagna calato. Chiedono aiuto senza scoprirsi il volto. È la richiesta d'aiuto in assetto difensivo: *voglio guarire, ma senza espormi, senza starci dentro, senza perdere il controllo del tempo.*

"We get in, we get help, and we get out" è la fantasia onnipotente sulla durata: la cura come colpo rapido, il processo ridotto a un prelievo. Non un legame che si costruisce, ma un bene da portare via prima che qualcuno chieda qualcosa in cambio. E l'arma in mano dice il resto: l'aiuto viene fantasticato come qualcosa che va strappato a un altro potenzialmente ostile, non ricevuto.

Poi c'è il *we*. Non è un paziente, è un gruppo con un piano condiviso — la difesa è collettiva, come nelle coppie e nelle famiglie che arrivano già d'accordo su cosa non si toccherà. Il paradosso è che sono comunque venuti: la parte che vuole essere aiutata ha guidato fino lì. Il lavoro comincia esattamente da quel dettaglio, non dal passamontagna.

22/07/2026

Desiderio, mito e realtà

Il desiderio non nasce mai da ciò che ci manca in senso pratico, ma da un vuoto molto più antico: quello che la psicoanalisi chiama mancanza costitutiva. Fin dall’infanzia impariamo a desiderare non un oggetto, ma un’illusione di completezza — l’idea che qualcosa, o qualcuno, possa finalmente colmare quel vuoto.

È qui che il mito entra in scena. Miti come quello di Eros e Psiche, o la ricerca dell’anima gemella raccontata da Aristofane nel Simposio di Platone, non sono solo storie: sono tentativi collettivi di dare forma simbolica a un’esperienza che la realtà, da sola, non può soddisfare. Il mito promette una fusione perfetta, un ritorno a un’unità perduta.

La realtà, però, lavora diversamente. Le relazioni reali — con un partner, un lavoro, un progetto di vita — sono fatte di limiti, incontri parziali, delusioni necessarie. Non è un fallimento: è la condizione stessa perché il desiderio resti vivo. Un desiderio pienamente soddisfatto, infatti, smette di essere desiderio.

Il lavoro clinico, spesso, consiste proprio in questo: aiutare la persona a riconoscere quanto del proprio soffrire nasca dal misurare la realtà con il metro del mito, invece di lasciare che il desiderio trovi le sue forme, imperfette ma vive, nel presente.

Frase che porto spesso con me nella stanza di analisi: tanto lavoro clinico consiste esattamente in questo passaggio, da...
14/07/2026

Frase che porto spesso con me nella stanza di analisi: tanto lavoro clinico consiste esattamente in questo passaggio, dal sintomo scritto nel corpo alla parola che lo elabora e lo trasforma in conoscenza di sé

Jacques Lacan, per una clinica moderna
François Leguil


La clinica è la trasformazione di un'esperienza corporea in sapere.


Lacanpertutti 2026,
pensa con i piedi.
www.lacanpertutti.it

Indirizzo

Via Vittorio Emanuele II, 85
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50134

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 18:00
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Giovedì 09:00 - 19:00
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