Alice Parri psicologa psicoterapeuta ad indirizzo integrato e Milleriano

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Alice Parri psicologa psicoterapeuta ad indirizzo integrato e Milleriano lo psicoterapeuta non è un lavoro che si fa, ma lo si diventa grazie a esperienze formative sulle conoscenze e su sè.

gli scritti di Alice Miller sono stati un capo saldo per trovare e proteggere il bambino abusato nelle storie www.aliceparri.it

Il fenomeno per cui ci si prepara a tornare nella famiglia d'origine con aspettative di calore, riposo o riconciliazione...
05/08/2026

Il fenomeno per cui ci si prepara a tornare nella famiglia d'origine con aspettative di calore, riposo o riconciliazione, per poi ritrovarsi dopo poche ore sopraffatti, irritati o emotivamente svuotati, è una delle esperienze più comuni e dolorose riportate in terapia.

Dal punto di vista clinico, l'incontro tra il desiderio di tornare e la realtà del rientro si spiega attraverso l'intersezione tra il sistema di attaccamento e la memoria traumatica implicita.
💚
1. La spinta dell'attaccamento: la ricerca del "Rifugio Sicuro"
Il desiderio di tornare a casa per le vacanze è guidato dal sistema di attaccamento, un circuito neurobiologico primario che rimane attivo per tutta la vita. Anche da adulti, di fronte alla stanchezza o al bisogno di staccare dalla routine, si attiva la speranza implicita che la casa d'origine possa finalmente funzionare da rifugio sicuro (safe haven).
Il contrasto nasce qui: l'adulto parte con l'intenzione e i bisogni del presente, ma il sistema nervoso si prepara a entrare in un ambiente dove quei bisogni d'attaccamento sono stati storicamente disattesi, svalutati o vissuti come minacciosi.
🖤
2. Memoria somatosensoriale e trigger ambientali
La casa d'origine non è un luogo neutro, ma un archivio di ancore somatosensoriali. Odori, toni di voce, la disposizione delle stanze o persino la dinamica della tavola apparecchiata agiscono come cue (segnali) che scavalcano la corteccia prefrontale ed entrano in contatto diretto con la memoria implicita.
Anche se negli anni la persona ha sviluppato risorse, autonomia e regolazione emotiva nel proprio quotidiano, rientrare in quel contesto riattiva istantaneamente le vecchie risposte neurobiologiche di attacco, fuga, congelamento o compiacimento (fawning).
💔
3. La regressione di stato e le dinamiche di ruolo
Quando ci si rincontra con il sistema familiare, si verifica un fenomeno di regressione di stato:
* L'Adulto cede il passo alle parti più giovani: Le parti di sé formatesi durante l'infanzia o l'adolescenza prendono la guida della risposta emotiva. Si finisce così per reagire a una critica genitoriale con la stessa sensazione di soffocamento o di rabbia impotente di quando si aveva dodici anni.
* La resistenza del sistema familiare: I sistemi familiari tendono all'omeostasi. Quando un membro che ha fatto un percorso di crescita o di terapia rientra nel gruppo, il sistema tende inconsciamente a riassegnargli il vecchio ruolo (il caregiver, il "problema", l'invisibile, il mediatore). Il rifiuto implicito della famiglia nel riconoscere l'adulto di oggi crea una profonda dissonanza cognitiva ed emotiva. e impotenza.

⭕️⭕️Ritrovarsi in difficoltà quando si torna a casa non significa aver perso i progressi fatti nel proprio percorso personale. Significa semplicemente che il corpo sta rispondendo a un ambiente codificato per anni come poco sicuro o invalidante.

❣️Riconoscere questi automatismi è il primo passo per proteggere i propri confini e rimanere ancorati all'adulto che siamo diventati oggi.

Siamo al mare. Sotto il sole e sulla sabbia, i nostri corpi sono inevitabilmente più esposti, visibili, vulnerabili.È in...
02/08/2026

Siamo al mare. Sotto il sole e sulla sabbia, i nostri corpi sono inevitabilmente più esposti, visibili, vulnerabili.
È in questi momenti che spesso, quasi in automatico, scatta qualcosa: lo sguardo si posa sull'altro e parte il commento sussurrato, il giudizio affrettato, o quel confronto silenzioso e spietato con noi stessi.

Fermiamoci un momento. Questo meccanismo è profondamente ingiusto, sia verso la persona che stiamo guardando, sia verso noi stessi.
Nel mio lavoro con il trauma e le somatizzazioni, imparo ogni giorno che il corpo non è mai solo un’immagine da valutare esteticamente.
Ogni corpo è una mappa che racconta una storia. Spesso nasconde vissuti complessi e, a volte, molto dolorosi. I nostri corpi sono stati, e in molti casi continuano a essere, il terreno di lotta di innumerevoli battaglie interiori, passate e presenti. Portano i segni invisibili della sopravvivenza, dello stress, delle nostre difese e delle nostre ferite.
Quando giudichiamo, stiamo guardando solo la superficie di un oceano di cui ignoriamo completamente le profondità.

➡️Oggi vorrei invitarvi a fare un piccolo, ma potente, passo indietro. La prossima volta che vi sorprendete a giudicare il corpo di un'altra persona – o quando quella voce critica si accanisce contro il vostro riflesso nello specchio – chiedetevi:
⭕️Da dove viene questo pregiudizio? Quale mia insicurezza, quale "parte" di me sta cercando di difendersi attraverso il giudizio?
🔆Proviamo a fare spazio. Sostituiamo la critica con un momento di profonda gentilezza e di gratitudine.

🧘🏻‍♀️Gratitudine verso questi corpi che ci hanno sostenuto, che hanno assorbito i colpi per noi, che ci hanno protetto e ci permettono di essere qui, oggi, a respirare l'aria del mare.
Siate gentili. Con le storie degli altri e con la vostra. 🌊🤍

psicoterapia

“La cura nasce dalla capacità di offrire una presenza sintonizzata e sicura, capace di restituire alla persona la percez...
31/07/2026

“La cura nasce dalla capacità di offrire una presenza sintonizzata e sicura, capace di restituire alla persona la percezione del proprio valore."
John Bowlby (Padre della teoria dell'attaccamento)

"Ma cosa succede, davvero, nella stanza di terapia?"
Spesso si pensa alla terapia come a un luogo in cui si va soltanto per "capire" dei meccanismi o ricevere consigli. In realtà, quello che cura davvero non è solo la teoria, ma la relazione stessa.
Nelle prospettive più moderne della psicoterapia — (come la Schema Therapy o i modelli focalizzati sul Trauma e sull’Ifs )il terapeuta non è un giudice distante o un esperto infallibile, ma una base sicura. Un faro fermo mentre il mare è in tempesta.

La relazione come "esperienza emotiva correttiva"
Moltissime delle nostre ferite, delle nostre insicurezze o dei nostri schemi difensivi sono nati all'interno di relazioni passate: contesti in cui magari non ci siamo sentiti visti, ascoltati o protetti.
Per guarire da quelle ferite, non basta parlarne: c'è bisogno di fare un'esperienza diversa.
Nella stanza di terapia accade esattamente questo:
🔆Un clima di sicurezza e fiducia: un posto dove si può abbassare la guardia senza timore di essere giudicati o abbandonati.
Trasparenza: una presenza autentica, chiara e prevedibile.
🔆Riparazione: potersi incontrare anche nelle incomprensioni, imparando che le relazioni possono attraversare dei momenti difficili senza rompersi.
🔆Ciò che accade tra paziente e terapeuta diventa così un laboratorio attivo: un'esperienza emotiva correttiva dove il cervello e il cuore imparano, finalmente, che è sicuro fidarsi e mostrare le proprie vulnerabilità.

C’è ancora tanto da fare.C’è ancora tanto lavoro per diffondere una cultura dell’educazione rispettosa, fondata sulle co...
28/07/2026

C’è ancora tanto da fare.

C’è ancora tanto lavoro per diffondere una cultura dell’educazione rispettosa, fondata sulle conoscenze che oggi abbiamo sullo sviluppo del cervello, sul sistema nervoso e sull’attaccamento.

Questo fine settimana ero in spiaggia e, mio malgrado, ho assistito a una scena che mi ha fatto riflettere.

Una mamma, un papà e un bambino di circa tre anni erano tutti e tre assorti a guardare il cellulare. Dopo parecchio tempo, la mamma si è alzata e ha semplicemente tolto il telefono dalle mani del bambino.

Da quel momento è iniziata una protesta intensa: urla, pianto, tentativi di riprendere il cellulare, fino a scuotere con forza l’ombrellone.

La mamma rimaneva immobile, quasi paralizzata. Il papà continuava a ripetere: “Ti metto in punizione”.

Nessuno dei due sembrava cercare una connessione con quello che il bambino stava vivendo.

Eppure, dal punto di vista delle neuroscienze, ciò che stava accadendo era abbastanza prevedibile.

A tre anni il cervello non possiede ancora le strutture necessarie per autoregolarsi come quello di un adulto. Quando un bambino vive un’emozione molto intensa, soprattutto dopo la perdita improvvisa di qualcosa che il suo cervello stava percependo come altamente gratificante, non sceglie di “fare i capricci”: il suo sistema nervoso entra in uno stato di forte attivazione.

In quei momenti il cervello non ha bisogno prima di tutto di punizioni. Ha bisogno di un adulto che presti il proprio sistema nervoso al bambino, aiutandolo a ritrovare calma e sicurezza. È ciò che Daniel Siegel definisce co-regolazione: il bambino impara a regolare le proprie emozioni attraverso la relazione con un adulto emotivamente disponibile.

La scena è andata avanti per lunghi minuti.

A un certo punto è successo qualcosa che mi ha colpita profondamente.

Nel pieno della disperazione si è attivato il sistema di attaccamento: il bambino è corso verso la mamma e si è aggrappato alle sue gambe, probabilmente cercando conforto.

La mamma è rimasta immobile.

Quando il sistema di attaccamento cerca protezione e non trova risposta, il messaggio che arriva al cervello del bambino è molto potente: proprio nel momento in cui ho più bisogno di te, non ci sei.

Disperato, il bambino è andato allora dal papà, che dopo qualche tentativo lo ha preso in braccio. Ma anche in quel momento continuava a parlargli di punizione e di vergogna.

Non possiamo sapere cosa accadrà a quel bambino. Sarebbe scorretto trarre conclusioni da un singolo episodio. Ma sappiamo, grazie alla ricerca, che sono le esperienze ripetute a costruire i modelli con cui il cervello interpreta le relazioni.

Se scene come questa diventano la normalità, un bambino potrebbe imparare che:

* nelle tempeste emotive è solo e deve cavarsela da sé;
* quando sta male non trova un adulto che lo aiuti a regolare il proprio sistema nervoso;
* le emozioni intense sono qualcosa da reprimere più che da comprendere;
* per sentirsi accettato deve evitare di deludere gli adulti o di farli vergognare.

Ed è qui che penso spesso alle parole di Alice Miller sui “bambini bravi”: quei bambini che smettono di protestare non perché stanno bene, ma perché imparano ad adattarsi al prezzo di mettere da parte i propri bisogni.

L’educazione rispettosa non significa lasciare fare tutto.

Significa mettere limiti, anche molto chiari, ma ricordando che il cervello di un bambino ha bisogno prima di connessione e poi di correzione. Significa accompagnare un “no” con una presenza emotiva stabile. Significa essere il porto sicuro mentre il bambino attraversa la sua tempesta, perché è proprio in quei momenti che il suo cervello sta imparando come funzionano le relazioni, la sicurezza e la regolazione delle emozioni.

È una responsabilità enorme. Ma è anche una straordinaria opportunità.

Schitzemberger parla dei doni con i denti, quei sacrifici che la famiglia dice di aver fatto e che bloccano la separazio...
16/07/2026

Schitzemberger parla dei doni con i denti, quei sacrifici che la famiglia dice di aver fatto e che bloccano la separazione sana .. interessante questa definizione .. non trovate ?

14/07/2026

Che questo post arrivi da Paolo Ruffini, un po’ mi sorprende, ma questa immagine è sicuramente quello che intendiamo per spezzare la catena del trauma tran generazionale. Aspetti traumatici, tabù, educazioni basate su non rispetto e la violenza vengono tramandate con.” naturalezza.” da una generazione all’altra se ti trovi ad essere in quel punto in cui non vuoi per tua figlia o tuo figlio viva quello che hai vissuto tu, o ti rendi conto che quello che vivi con lui ti attiva una rabbia enorme, e allora forse il momento di poter mettere a terra il masso e lavorare per spezzare la catena.

Immagina questa scena: ricevi un’email di lavoro un po' fredda, oppure il partner usa un tono distaccato.❌Immediatamente...
12/07/2026

Immagina questa scena: ricevi un’email di lavoro un po' fredda, oppure il partner usa un tono distaccato.


Immediatamente, dentro di te scatta qualcosa. Forse una parte di te inizia a contrattaccare mentalmente, preparando una risposta tagliente (la linea d'attacco).
O forse una parte ti spinge a chiuderti in camera, a scrollare il telefono per ore o ad aprire il frigorifero per non pensare (la linea di fuga/intorpidimento).
Oppure, una parte inizia a tormentarti dicendo che hai sbagliato tutto (la linea dell'autocritica).
In psicologia siamo spesso abituati a vedere questi comportamenti come "sabotaggi" o reazioni esagerate da eliminare. Ma se provassimo a cambiare sguardo?

🌿Nell'approccio IFS (Internal Family Systems) non esistono parti "cattive". Anche quelle che ci fanno reagire in modo impulsivo, rigido o doloroso stanno in realtà facendo un lavoro fondamentale: ci stanno difendendo.

⭕️Diietro la rabbia improvvisa, dietro il gelo emotivo o dietro quel bisogno disperato di distrarsi, c'è un protettore che si è attivato per una ragione precisa: proteggere una parte più profonda, fragile e vulnerabile (un esiliato) che porta il peso di una vecchia ferita, della paura di non valere o dell'abbandono.

🛡️I nostri protettori lavorano senza sosta, spesso da anni, usando gli unici strumenti che conoscono per tenerci al sicuro dal dolore.

💚Oggi non vogliamo combatterli. Vogliamo fare un passo indietro, respirare e dire loro:
“Vi vedo. So che state faticando per proteggermi. Grazie per avermi tenuto al sicuro fino ad oggi”.
Solo quando le nostre parti difensive si sentono finalmente viste, riconosciute e onorate nel loro sforzo, possono iniziare a rilassarsi. E solo allora possiamo guidarle verso un nuovo modo, più sereno, di stare nel mondo.

Curarsi significa fidarsi. Ma come si fa a fidarsi, se le ferite più profonde ti sono state inflitte proprio da chi avre...
26/06/2026

Curarsi significa fidarsi. Ma come si fa a fidarsi, se le ferite più profonde ti sono state inflitte proprio da chi avrebbe dovuto proteggerti?

Chi ha vissuto un trauma da attaccamento – ferite invisibili nate nelle relazioni più importanti della vita – si trova davanti a un paradosso doloroso quando decide di iniziare la terapia.
🧩Il paradosso è questo: lo strumento per guarire è la relazione terapeutica, ma la relazione è esattamente ciò che fa più paura.
🎯Iniziare un percorso psicologico richiede di:
➖Abbassare le difese con uno sconosciuto.

➖Fidarsi del fatto che l’altro non giudicherà, non abbandonerà e non ferirà.

➖ Accettare la vulnerabilità, che per anni è stata associata solo al pericolo.

💘Se per molti andare in terapia è un atto di coraggio, per chi ha una ferita di attaccamento è un vero e proprio salto nel vuoto.
Ogni seduta è una negoziazione tra il desiderio di stare bene e l'istinto di protezione che grida di scappare.

❤️‍🔥Se fai fatica a iniziare, se hai cambiato mille terapeuti o se provi l'impulso di mollare proprio quando le cose si fanno intime: non sei sbagliato/a.

🏝️È la tua storia che sta parlando.
Guarire è possibile, ma richiede tempo, piccoli passi e, soprattutto, il permesso di avere paura.

Miller parlando del Falso Sè che cerca di proteggere il bambino vulnerabile che non è stato visto parla della grandiosit...
23/05/2026

Miller parlando del Falso Sè che cerca di proteggere il bambino vulnerabile che non è stato visto parla della grandiosità , ovvero il bisogno di raggiungere risultati che stupiscono in cui non sia previsto l’errore .
la grandiosità e la depressione sono due facce della stessa medaglia.

•🥇La "droga" dell'ammirazione: Miller sostiene che chi vive nella grandiosità ha un bisogno continuo di conferme esterne (successo, bellezza, intelligenza) perché non possiede un senso di sé autentico.

• 💔La fragilità: la grandiosità non è "grande autostima", ma un meccanismo di difesa molto fragile: basta un piccolo fallimento per far crollare la persona nella disperazione più nera

🌷 Guarire da questo "dramma" non significa rinunciare al proprio talento, ma smettere di usarlo come scudo. Significa darsi il permesso di essere "imperfetti", di provare dolore e di essere amati per ciò che si è, non per ciò che si fa.

17/05/2026

𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥'𝐨𝐦𝐨𝐟𝐨𝐛𝐢𝐚, 𝐥𝐚 𝐛𝐢𝐟𝐨𝐛𝐢𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐧𝐬𝐟𝐨𝐛𝐢𝐚
17 𝑚𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜

"Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza"
𝐀𝐫𝐭. 𝟏 𝐃𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐔𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐃𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐢 𝐔𝐦𝐚𝐧𝐢

Indirizzo

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50126

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