Dott.ssa Letizia Monaco - Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Letizia Monaco - Psicologa Psicoterapeuta Sono una Psicologa e Psicoterapeuta ad indirizzo Costruttivista Intersoggettivo.

28/05/2026
17/05/2026

OGNI VOLTA che pubblico o scrivo qualcosa che evidenzia la dannosità di metodi "educativi" riconducibili alla PEDAGOGIA NERA, arriva sempre qualche adulto, magari genitore, che giustifica quei modi, adducendo di essere cresciuti tanto bene e che la gioventù odierna è un disastro a causa del permissivismo (loro distorsione, l'educazione rispettosa non equivale al permissivismo).
Come no! Leggo sempre le stesse cose, con lo stampino...assolutamente prevedibile.
Provo a spiegare per l'ennesima volta perché lo fanno e soprattutto perché il contenuto delle loro affermazioni è quanto di più sbagliato si possa dire in ambito educativo.
Quando si parla di educazione rispettosa il confronto spesso non rimane confinato alle idee pedagogiche, perché? Perché le persone che hanno subito la pedagogia nera e che purtroppo la ripetono sui figli, si sentono toccate rispetto alla loro storia personale e al loro ruolo genitoriale (per chi ha figli), viene messo in discussione il modo in cui sono stati "amati", corretti, umiliati, ascoltati o ignorati durante l’infanzia.
Molte persone cresciute in contesti educativi autoritari faticano ad accettare l’idea che punizioni, schiaffi, umiliazioni, silenzi punitivi o svalutazioni possano aver lasciato ferite profonde; riconoscere davvero la natura di quelle esperienze significherebbe entrare in contatto con un dolore antico e così profondo che per anni è stato tenuto sotto controllo attraverso adattamenti psicologici molto potenti.
Un bambino dipende totalmente dai propri genitori. Dipende da loro materialmente ma SOPRATTUTTO emotivamente, da loro dipende il senso di sicurezza, amore e protezione. Per questo motivo, quando l’adulto ferisce, il bambino raramente può permettersi di pensare che il problema sia l’adulto stesso, di conseguenza si convince che quella durezza sia necessaria, meritata o educativa. Il bambino si convince di essere "cattivo" e di meritare la punizione, non pensa che sia il genitore che ricorre a metodi inaccettabili, repressivi e violenti. No! È colpa sua! In questo modo si garantisce la sopravvivenza psichica.
Purtroppo da adulti continuano inconsapevolmente a portare dentro questa convinzione. Così, quando incontrano modelli educativi fondati sul dialogo, sull’ascolto emotivo e sull’assenza di violenza, possono sentirsi destabilizzati perché entrano in contatto con l'eventualità che alcune esperienze vissute da bambini non fossero affatto normali, ma piuttosto dolorose. E questa consapevolezza può essere molto difficile da accettare, metabolizzare e sostenere.
Per cui, per proteggersi da tale sofferenza, spesso entrano in gioco meccanismi difensivi che permettono di dare un senso positivo a ciò che si è subito. Si tende allora a idealizzare la severità ricevuta, trasformandola in prova di forza, di disciplina o di buona educazione. In questa prospettiva, la sofferenza viene reinterpretata come necessaria alla crescita. L’idea che un bambino possa essere educato senza paura o umiliazione viene percepita come ingenua, debole o addirittura dannosa (->guardate i giovani di oggi, un disastro!)
A questo si aggiunge una frequente confusione tra obbedienza e maturità emotiva. Molte persone sono state educate a considerare il rispetto come sottomissione, silenzio, adattamento e assenza di conflitto. Ma un bambino che non protesta mai non è necessariamente un bambino sereno, è un bambino che ha imparato molto presto che esprimere bisogni, rabbia o tristezza può compromettere il legame con l’adulto da cui dipende. Per cui si adatta e obbedisce per paura.
L’educazione rispettosa viene spesso fraintesa perché viene confusa con il permissivismo. In realtà, si tratta di due cose MOLTO DIVERSE. Un’educazione rispettosa non implica assenza di limiti, né la rinuncia all’autorevolezza adulta ( che va ben differenziata dell'autorità). Al contrario, richiede una presenza molto più consapevole. Significa dare confini chiari senza usare la paura come strumento di controllo. Significa contenere senza umiliare, correggere senza svalutare, guidare senza spezzare il legame emotivo.
Questo approccio richiede all’adulto un grande lavoro su di sé, perché implica la capacità di regolare le proprie emozioni senza scaricarle sul bambino. È molto più semplice ottenere obbedienza attraverso la minaccia o la paura che costruire cooperazione attraverso la relazione. Per questo l’educazione rispettosa viene talvolta percepita come deleteria, in realtà richiede competenze emotive molto elevate.
Esiste inoltre un fenomeno psicologico importante: chi è stato ferito può inconsciamente identificarsi con il modello educativo ricevuto, perché questo permette di non sentirsi più vulnerabile. Trasformare il dolore subito in una prova di valore personale aiuta a mantenere un equilibrio interno. In questo modo, la durezza sperimentata nell’infanzia viene difesa e trasmessa, spesso senza piena consapevolezza.
Molte persone affermano di essere cresciute bene nonostante metodi educativi duri. Ma sopravvivere non significa necessariamente stare bene. Dietro adulti apparentemente forti, adattati e responsabili possono esistere profonde difficoltà emotive cone vergogna cronica, paura del conflitto, incapacità di riconoscere i propri bisogni, ansia, senso costante di inadeguatezza o convinzione di meritare amore solo attraverso la prestazione, l’obbedienza, l'adattamento. Spesso questi vissuti vengono considerati tratti caratteriali, senza essere collegati alla storia educativa.
Anche forme di violenza meno visibili, come il ritiro affettivo o il silenzio punitivo, possono avere un impatto molto profondo sullo sviluppo emotivo di un bambino. Quando l’adulto interrompe deliberatamente il contatto emotivo per punire, il bambino sperimenta il rischio di perdere il legame da cui dipende la sua sicurezza. Questo genera spesso angoscia, confusione e un intenso senso di colpa.
Mettere in discussione certe modalità educative significa quindi toccare non solo convinzioni teoriche, ma interi sistemi emotivi costruiti nel corso della vita. E questo è comprensibilmente destabilizzante. Per alcune persone può essere difficile accettare che ciò che è stato normalizzato per generazioni possa aver causato sofferenza.
L’educazione rispettosa, che si basa sull'autorevolezza, non prevede l'assenza di limiti, ma si basa sulla convinzione che un bambino impari davvero quando si sente visto, contenuto e rispettato nella propria dignità, che è pari di quella di un adulto. Ne più ne meno, o agli adulti piace essere redarguiti tramite imposizioni, repressioni , silenzi punitivi, punizioni o schiaffi?
G.V.

19/03/2026

La fretta è il tempo degli adulti, non dei bambini.

È il passo veloce, lo sguardo già altrove, la risposta data prima ancora che la domanda sia finita. È l’orologio che batte più forte del cuore.

Ma l’infanzia ha un altro ritmo.
È fatta di soste, di deviazioni, di dettagli che chiedono di essere guardati a lungo. Un sasso può diventare un tesoro, una pozzanghera un universo, una domanda un viaggio senza meta.

Quando abbiamo fretta, non li perdiamo solo di vista: perdiamo il loro mondo.

Li trasciniamo via da ciò che per loro è importante, insegnando senza volerlo che crescere significa smettere di sentire, di esplorare, di restare.

Forse educare non è accelerare, ma rallentare insieme.
Mettersi accanto.
Restare un po’ di più.

Perché l’infanzia non chiede di essere guidata più in fretta,
ma di essere incontrata più lentamente.

07/03/2026

Un bambino non ricorderà solo ciò che gli abbiamo detto.
Ricorderà il modo in cui si sentiva accanto a noi.
Se si sentiva piccolo
o prezioso.
Se si sentiva sbagliato
o degno d’amore anche nei suoi inciampi.

E allora forse il compito più grande non è crescerli.
È crescere con loro.
Diventare, giorno dopo giorno,
adulti meno feriti,
più presenti,
più capaci di non scaricare sul cuore dell’infanzia il peso delle nostre tempeste.

26/02/2026

Il corpo urla
ciò che la mente tace.

Non cercare di eliminare il sintomo senza aver ascoltato ciò che ha da dirti.

03/02/2026
11/11/2025

Ieri è stato ritirato l’emendamento della Lega sul divieto dell’educazione sessuale e affettiva anche alle scuole medie.

Ci fa piacere pensare di aver dato un contributo a questo ripensamento grazie alla lettera che, come presidente del Consiglio Nazionale degli Psicologi, ho inviato al Ministro Valditara e alle istituzioni preposte il 17 ottobre scorso.

Parlare di sessualità non vuol dire anticipare esperienze che non sono adeguate all’età, ma offrire strumenti per orientarsi.

È il modo con cui sentiamo il nostro corpo, ci riconosciamo in un genere, diamo significato alle emozioni, alla vicinanza, allo sguardo dell’altro.

È una dimensione che sostiene identità, autostima, capacità di riconoscere e rispettare i confini propri e altrui. Sono molto più rischiosi l'imbarazzo o il silenzio degli adulti, che producono confusione e vuoti che possono essere riempiti con contenuti fuorvianti o pericolosi in un mondo in cui l’accesso costante e non sempre controllato al digitale può dare risposte e rappresentazioni pornografiche, in cui il corpo è oggetto e il consenso sparisce.

Non è da lì che vogliamo che imparino cos’è l’intimità.

Parlare di sessualità vuol dire aiutare i giovani a riconoscere che il corpo appartiene a loro, che hanno il diritto di dire sì e di dire no, che provare sensazioni non è motivo di vergogna.

Vuol dire riconoscere la varietà delle identità e dei modi di sentirsi, senza trasformarli in minaccia, viverli come pericolo rischia di assecondare un tabù che ostacola la crescita.

Vuol dire educare alla consapevolezza di sè, ai confini necessari alla propria tutela, senza paura e senza vergogna.

Scuola e famiglia condividono una responsabilità: diventare luoghi in cui trovare parole semplici e corrette, mentre fuori circolano immagini distorte.

L’educazione affettiva e sessuale non è un rischio da evitare, ma una protezione concreta.

Poterne parlare a scuola con professionisti competenti è prevenzione e protezione dalla disinformazione, dalla manipolazione, dalla violenza, dagli abusi.

È un gesto di cura verso le nuove generazioni, perché crescano più libere, più consapevoli e in grado di difendere i propri confini, con un no che sia sempre riconosciuto e rispettato.

Non si sculaccia. Punto. Non si sculaccia un adulto, non si sculaccia un anziano. Verrebbe giustamente considerata viole...
15/10/2025

Non si sculaccia. Punto. Non si sculaccia un adulto, non si sculaccia un anziano. Verrebbe giustamente considerata violenza. Perché sculacciare un bambino?
Ogni filone di studio psicologico e pedagogico dimostra gli effetti dannosi della violenza. Ma senza scomodare la scienza basterebbe l'empatia: come mi sentirei io se, dopo aver sbagliato qualcosa, venissi sculacciato da qualcuno più grande di me, che dovrebbe guidarmi?
L'errore è sicuramente umano e non sempre un genitore riesce ad autoregolarsi, ma la presa di consapevolezza di ciò che può educare davvero un bimbo è il primo passo per chiedere scusa e ripartire il giorno dopo facendo un pochino meglio.
Senza lasciare traccia nel cuore e nel cervello di questo pericoloso messaggio: chi mi ama può picchiarmi.

“Quando ci vuole… ci vuole!

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“Non si tratta di picchiare i bambini ci mancherebbe! Siamo tutti d’accordo sul no alla violenza in tutte le sue forme, ma non esageriamo!”
“Uno scappellotto non è picchiarli e quando ci vuole ci vuole! Qualche volta è l’unico modo per ottenere un risultato!”

Giusto? Io penso proprio di no.

Certo, uno scapaccione funziona. Perché fa male e soprattutto fa paura. Per paura di “prenderle” si obbedisce!
Ma siamo sicuri che è bene indirizzare i comportamenti corretti con la paura?

“Se lo fai te le suono!” ?? Perchè... "Solo così capisce?"

Capisce? Che capisce? Quale è il nostro obiettivo?

Un risultato a breve termine, “ha obbedito!”, “Come sono stato bravo ad educarlo!” ??

Oppure un risultato a lungo termine, per la vita, che gli insegni a gestire le sue emozioni e l’autocontrollo in un contesto di autostima?

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La verità è che le botte sono inutili e confondono, lasciano una traccia profonda e fanno male alla persona, non al culetto!

Perché?

Perché quando dobbiamo censurare un comportamento dovremmo focalizzarci sul “fare” non “sull’essere” e facilmente i bambini confondono le due cose!

“Non si fa!”
“Ma resti sempre bello buono e bravo!”
“La tua mamma e il tuo papà continuano a stimarti, sempre!”.

Censura sul fare sbagliato; ma "l'essere" non si tocca!

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Servono "le botte" per far “capire meglio”? NO! Servono per non far capire niente!

Il dolore delle "botte" che si accompagnano sempre a minacce, facce brutte e toni di voce aggressivi, occupano infatti tutta la scena!

Il bambino spaventato, attraverso la paura attiva i suoi sistemi di difesa con una inondazione di cortisolo e adrenalina.

Questo blocca la sua azione per sfuggire al danno (“come siamo stati bravi a farci obbedire!”), ma blocca anche tutti i circuiti del suo pensiero!!

E allora… Le "botte" fanno “capire meglio”? No, ripetiamolo: non fanno capire niente!!

Il pensiero razionale, a due tre anni, è immaturo e in formazione, quindi fatica a comprendere il senso e il perché, ma travolto dallo tsunami degli ormoni della paura elabora convinzioni e comportamenti che diventeranno struttura della sua personalità.

Il bambino picchiato si sente cattivo e non riesce a comprende in realtà il senso della censura di un comportamento sbagliato.

“Ma obbedisce!” Certo. Per paura.

Ma la paura è paralizzante ed è uno zaino sulle spalle che diventerà insicurezza, rabbia repressa e incapacità a gestire problemi.

Diventerà percezione di un sé cattivo che sarà devastante.
Senza una buona autostima il bambino sarà infatti destinato ad essere un adulto insicuro e fragile.

Il bambino picchiato sarà probabilmente un adulto che picchierà perchè non saprà gestire il confronto diversamente.
Sarà un adulto che "non si vuol bene" e avrà difficoltà a controllare le sue emozioni negative.
In ogni situazione della vita dovrà fare i conti con la rabbia accumulata e repressa dentro di lui.

Sarà una condanna?
No. La vita è lunga e le capacità riparative del cervello sono grandi. Le carezze possono guarire anche le ferite più brutte.

Ma non avere ferite da guarire è meglio!

E i "cinque minuti" che scappano alle mamme e diventano complessi di colpa raccontati come confessioni?

Sappiamo che non vanno bene, ma le cadute servono per imparare a non cadere di nuovo ed evitare le buche davanti al cammino!
Non per fermarci impantanati in un processo su quanto sono siamo stati stupidi a non evitare quella buca e camminare voltati indietro a guardarla!

Il grande Winnicott lo insegna: viva le “mamme sufficientemente buone”, che nonostante qualche caduta restano sempre le migliori!

10/10/2025

🟢In un mondo che spesso ci chiede di essere performanti e perfetti, prendersi cura della propria salute mentale significa anche dare spazio alla spontaneità, alla creatività e al diritto di essere autentici.

Oggi, nella Giornata Della Salute Mentale, ricordiamo attraverso le parole di Winnicott, che giocare non è fuggire dalla realtà, ma imparare a viverla con libertà.

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