29/08/2022
L’ideale? Prendersi dei piccoli momenti di stacco durante l’anno…
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Gli inglesi lo chiamano post-vacation blues, qui da noi è più conosciuta come sindrome depressiva da rientro. Identifica quel complesso di sintomi, tra cui umore depresso, irritabilità, stress, ansia, che molte persone sperimentano per un periodo limitato non appena terminato il periodo di ferie, soprattutto quelle estive.
Alcune analisi si soffermano maggiormente su aspetti “strutturali”. Anche se qualsiasi pausa dal lavoro ci sembra sempre insufficiente, alcuni specialisti ritengono che il modo di concepire la vacanza in Italia, amplifichi gli effetti negativi quando è ora di tornare a lavoro. In altri paesi europei, i periodi di vacanza sono più corti, ma anche più diffusi nel corso dell’anno. Da noi ci sono solo due macro periodi di sospensione: uno piuttosto lungo, quello estivo, ed uno più circoscritto, quello natalizio. L’interruzione delle attività lavorative per 3 settimane renderebbe allora più complicato rientrare nel mood quotidiano, amplificando i sintomi negativi del ritorno.
Il punto su cui occorre fare più attenzione è anzitutto non patologizzare un fenomeno emozionale piuttosto comune. Provare nostalgia per qualcosa che è terminato, essere irritati o tristi perché ci aspetta il ritorno al lavoro, sono emozioni che fanno parte della nostra esperienza.
Semmai più interessante è esplorare quali significati attribuiamo alla vacanza, con quali aspettative siamo partiti e con quali vissuti ci riappropriamo del nostro lavoro.
La stessa nozione di vacanza ci dà indizi su come culturalmente concepiamo il tempo del non lavoro. E’ un’assenza, un vuoto da riempire con esperienze che desideriamo uniche e indimenticabili, oppure come sospensione che ci ricarichi psicologicamente, come fosse un preludio in funzione del ritorno alla produttività.
Questa concezione appartiene ad un mondo trascorso, nel quale tempo libero e tempo lavorativo avevano confini ben definiti. Oggi è molto più difficile tracciare una linea di demarcazione fra i due tempi e - soprattutto dopo la pandemia, che ha richiesto una ridefinizione radicale di entrambi gli spazi dell’esperienza quotidiana - siamo sempre più coinvolti da un cambiamento categoriale imponente.
Se invece il tempo di lavoro venisse ripensato anche in relazione al nostro desiderio di improduttività (sia materialmente, prendendosi momenti di pausa, sia soprattutto emozionalmente, attribuendo cioè al tempo di lavoro una ricchezza di significati più ampia rispetto al semplice “tocca faticare”), la vacanza diverrebbe una delle diverse esperienze vissute nel corso dell’anno, con meno oneri salvifici a darle sostanza.
Una vacanza che non avrebbe altra funzione se non quella di dare un senso più variegato alla nostra esperienza.
FestivalPsicologia.it
Ordine degli Psicologi del Lazio