Dott.ssa Elisa Giannetti,psicoterapeuta,terapeuta EMDR

Dott.ssa Elisa Giannetti,psicoterapeuta,terapeuta EMDR Ogni giorno sperimento la capacità delle persone di rialzarsi,reagire e andare avanti, nonostante tutto..perché la mente è più vasta del cielo..

17/08/2026

Nel dibattito mediatico, il termine brain rot è stato spesso trattato come una curiosità linguistica o un allarme generazionale: troppo tempo sui social, troppi video brevi, attenzione in calo. Ma questa lettura rischia di essere riduttiva. Più che un eccesso di stimoli, il fenomeno sembra configurarsi come qualcosa di più sottile: una progressiva “anestesia” delle funzioni cognitive superiori.

Una recente review sistematica pubblicata su Brain Science evidenzia come l’esposizione prolungata a contenuti digitali a bassa complessità sia associata a sovraccarico cognitivo, desensibilizzazione emotiva e a una percezione negativa di sé. Non è solo una questione di quantità, ma di qualità dell’informazione: contenuti frammentati, ripetitivi e altamente stimolanti sembrano interferire con memoria, capacità di pianificazione e processi decisionali.

Un secondo elemento che emerge dalla letteratura scientifica riguarda i circuiti della ricompensa. Un lavoro pubblicato su Cureus mostra come l’uso intensivo dei social media attiva pattern simili a quelli osservati nelle dipendenze, con effetti su attenzione e regolazione emotiva. In questo contesto, il cosiddetto doomscrolling (la tendenza a scorrere in modo compulsivo i social media alla ricerca di contenuti a carattere negativo e allarmente) non rappresenta solo un’abitudine, ma una modalità di regolazione emotiva a basso costo cognitivo.

Leggi l’articolo integrale di Santino Gaudio sul nostro sito

13/08/2026

Secondo Jung la nostra vita si divide in due movimenti: nella prima parte ci muoviamo da dentro a fuori per trovare un posto nel mondo.
Cerchiamo di affermare noi stessi, di confermare il nostro valore e per farlo ci adattiamo alle regole di un gioco che non sempre abbiamo scelto con consapevolezza.
Famiglia, lavoro, riconoscimenti.
Spesso questo percorso è unilaterale: troviamo un posto che non sa lasciare spazio alla contraddizione e all’incertezza e il prezzo che di solito paghiamo è lasciare indietro fino a mutilarle alcune parti di noi che non conosciamo e che rifiutiamo di vedere…
fino alla caduta.

La “caduta verso l’alto” (cit. Richard Rohr) è quel momento della vita in cui, indipendentemente dall’età, s’incontra una pietra d’inciampo, una questione problematica, un accidente, un evento che inevitabilmente comporta un fallimento, una perdita, un disincanto.
È grazie a questo inciampo che compiamo il passaggio verso la seconda metà della vita che a un primo sguardo sembra un declino e invece è un vero e proprio risveglio, un cambio di livello, che modifica per sempre i criteri delle nostre scelte.

Nella seconda parte della vita ci muoviamo da fuori a dentro: il significato diventa più importante del riconoscimento esterno. Non ci importa più cosa dicono le persone, cosa si aspettano da noi e cosa avrebbe voluto nostra madre…
Diventiamo inevitabilmente noi stessi, smettiamo di tenere nascosti i nostri veri desideri, bisogni, opinioni.
Nella seconda metà della vita non crediamo più alle bugie e smettiamo di raccontarle agli altri.
E a noi stessi.
Perdiamo molte delle relazioni che avevamo stabilizzato nella prima metà, perché cambiamo in modo inderogabile e a tal punto, che ci ha amati per la nostra disponibilità, per l’adattabilità e i nostri gusti, finisce per non riconoscerci più.
In questa parte della vita integriamo le nostre zone più oscure, quegli angoli malfamati che avevamo tenuti nascosti a noi stessi e agli altri, che sono anche gli unici luoghi in cui brilla il nostro tesoro più prezioso che avevamo pure nella prima metà, ma non eravamo pronti a vedere del tutto.
Nella seconda metà della vita diventiamo autentici, cioè i veri autori della nostra esistenza.
Scegliamo prendendoci totalmente la responsabilità.
Smettiamo di dare la colpa agli altri.
Sappiamo ridere e piangere e siamo consapevoli che non esistono eventi belli o brutti.
Accogliamo la realtà per quella che è.
Diventiamo capaci di un amore disarmato e nuovo.

La seconda metà inizia per ciascuno in un momento diverso.
Puoi cadere a 25, 40, 50 anni, o prima, o dopo.
Oppure puoi restare aggrappato al tuo posto sicuro e non cadere mai.
Anche cadere verso l’alto è una scelta.

09/08/2026

Succede che ci siano stanze dentro di noi che non illuminiamo mai. Le teniamo socchiuse, a volte sbarrate da un chiavistello arrugginito dalla paura, nella convinzione che ciò che abita lì dentro sia troppo mostruoso perché possiamo guardarlo.
E succede che ci si abitui a quel buio, si impara a camminare in punta di piedi attorno a quella soglia, a schivare il pavimento che scricchiola, convinti che non occuparcene sia una forma di protezione. Eppure, bastano un soffio di vento improvviso, un rumore sordo nel silenzio della notte, un incubo, a ricordarci che ciò che releghiamo nell'ombra non sparisce, cresce solo in silenzio.
Può succedere anche, a un certo punto, che quel chiavistello ceda per il semplice peso della ruggine, oppure perché la vita bussa troppo forte. E quando la luce finalmente filtra, nell'angoscia improvvisa e che temiamo di non poter reggere, scopriamo che dentro non c'erano mostri ad attenderci, ma parti di noi che avevamo smesso di amare perché nessuno ci aveva insegnato a guardarle senza tremare.
Succede che possiamo imparare ad aprire quelle porte, a prenderci cura di quelle stanze, ad arieggiarle e far passare la luce, e che possiamo decidere di farlo anche prima di crollare sotto il peso invisibile della polvere di piombo che le ha ricoperte a lungo.

(Anna Salzano)

Immagine: dipinto Anna Toresdotter

Meravigliose parole…
08/08/2026

Meravigliose parole…

Non so se sto vivendo nel modo giusto.
Non so più se “giusto” esiste davvero.
Ogni giorno mi sveglio e mi chiedo se tutto questo correre, cercare, ottenere, riempire, sia davvero vita o solo un diversivo per non sentire il vuoto.
E allora mi preparo un caffè, respiro, e mi dedico con cura a qualcosa. Dare acqua alle piante, rispondere a un messaggio, scrivere un pensiero per questa pagina.
Mi sono accorto che le cose più importanti non hanno scadenze, non hanno orari, non hanno prezzo.
Un abbraccio dato quando serve, non quando conviene. Una lacrima lasciata scendere, invece di stringere i denti. Un “ti voglio bene” sussurrato, anche se fa paura scoprirsi così vulnerabili.

E allora mi chiedo se il senso della vita sia questo: imparare a restare.
A restare quando tutto crolla, quando il cuore si contrae, quando non c’è più niente da dire.
Restare finché il dolore si stanca, finché la ferita respira, finché la paura si arrende.
Forse la vita è smettere di inseguire ciò che brilla e cominciare a custodire ciò che scalda.
È sedersi accanto a chi amiamo e non avere bisogno di parole.
È smettere di chiedere al mondo di salvarci e cominciare a tenerci stretti, qui, adesso, senza condizioni.

E so che un giorno finirò anch’io, come tutti.
Non sarò ricordato per quante cose ho avuto o per quante cose ho fatto.
Forse resterà solo il calore che ho lasciato nelle mani di qualcuno.
Forse resteranno gli occhi a cui ho restituito luce.
Forse resterà la traccia di un amore dato fino in fondo, senza paura di perdersi.

E se sarà così,
se resterà anche solo una scintilla di me in un cuore che batte,
allora, forse, avrò vissuto davvero.

Oscar Travino

28/07/2026
21/07/2026

c’è una differenza abissale tra il colmare un vuoto e il desiderare una presenza. tra il bisogno di un ruolo e l’urgenza di un’anima.
Vernant ci ricorda che l’amore vero rifiuta l’intercambiabilità. Ulisse non è un “ruolo” da ricoprire; è l’incastro esatto dei suoi ricordi, l’uomo con cui ha condiviso i segreti del letto nuziale radicato nell’ulivo.
la Penelope di Nolan lo dice più volte: «IO VOGLIO ULISSE» a ricordarci quanto il tessere e disfare quella tela che non è solo un inganno temporale, ma un atto di resistenza poetica. ❤️‍🔥

19/07/2026

𝗧𝗿𝗮𝘂𝗺𝗮 𝗿𝗲𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗼, 𝗶 𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝘁𝘁𝗼𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝗿𝗲

Il trauma relazionale è una forma di trauma che nasce all'interno di relazioni significative: genitori, caregiver, partner, familiari o altre figure di riferimento. A differenza di un trauma legato a un singolo evento (un incidente o una catastrofe), il trauma relazionale si sviluppa attraverso esperienze ripetute di trascuratezza, rifiuto, manipolazione, umiliazione, abuso emotivo o incoerenza affettiva.

Le sue conseguenze possono accompagnare una persona per molti anni, influenzando l'identità, la regolazione delle emozioni e la capacità di costruire relazioni sicure.

Negli ultimi decenni, studiosi come 𝐁𝐞𝐬𝐬𝐞𝐥 𝐯𝐚𝐧 𝐝𝐞𝐫 𝐊𝐨𝐥𝐤, 𝐉𝐮𝐝𝐢𝐭𝐡 𝐋. 𝐇𝐞𝐫𝐦𝐚𝐧 𝐞 𝐉𝐚𝐧𝐢𝐧𝐚 𝐅𝐢𝐬𝐡𝐞𝐫 hanno contribuito in modo determinante alla comprensione di questo fenomeno, mostrando come il trauma non sia semplicemente un ricordo doloroso, ma un'esperienza che modifica profondamente il funzionamento del cervello, del sistema nervoso e delle relazioni.

𝐕𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐬'𝐞̀ 𝐢𝐥 𝐭𝐫𝐚𝐮𝐦𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞:

La psichiatra Judith L. Herman, nel suo libro Trauma and Recovery (1992), definisce il trauma relazionale come la conseguenza di esperienze traumatiche croniche vissute all'interno di relazioni da cui la persona dipende.

Secondo J.Herman, ciò che rende queste esperienze particolarmente devastanti non è soltanto l'evento in sé, ma il fatto che provengano proprio da chi dovrebbe offrire sicurezza e protezione.

Quando il bambino (o l'adulto in una relazione di dipendenza) non può fuggire dalla fonte del pericolo, il sistema nervoso impara ad adattarsi alla minaccia anziché eliminarla.

Questa modalità di sopravvivenza può persistere anche molti anni dopo la fine della relazione traumatica.

𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐮𝐧 𝐭𝐫𝐚𝐮𝐦𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞?

Il trauma relazionale raramente nasce da un episodio isolato.
Più spesso deriva da una lunga esposizione a dinamiche come:

critiche costanti
svalutazione emotiva
gaslighting
manipolazione psicologica
imprevedibilità emotiva del caregiver
trascuratezza affettiva
violenza verbale
abuso psicologico o fisico
parentificazione
amore condizionato ("ti voglio bene solo se...").

Il cervello, soprattutto durante l'infanzia, si adatta a questo ambiente sviluppando strategie di sopravvivenza che, in età adulta, possono trasformarsi in difficoltà relazionali persistenti.

I principali segnali del trauma relazionale

1. Ipervigilanza

Uno dei sintomi più frequenti è l'ipervigilanza.
La persona vive in uno stato costante di allerta, come se il pericolo fosse sempre imminente.

Secondo Bessel van der Kolk, autore il sistema nervoso traumatizzato fatica a distinguere il presente dal passato.
Per questo motivo anche piccoli conflitti possono essere vissuti come minacce enormi.

Segnali tipici:

paura del giudizio
difficoltà a rilassarsi
attenzione eccessiva alle espressioni degli altri
continua ricerca di segnali di rifiuto.

2. Difficoltà a fidarsi

Chi ha vissuto un trauma relazionale spesso desidera relazioni profonde ma, allo stesso tempo, teme l'intimità.

Possono comparire:

paura dell'abbandono
evitamento delle relazioni
dipendenza affettiva
bisogno continuo di rassicurazioni.

Queste modalità sono spesso legate a modelli di attaccamento insicuro sviluppati nell'infanzia.

3. Disregolazione emotiva

Le emozioni diventano difficili da modulare.

Piccoli eventi possono provocare:

rabbia intensa
vergogna profonda
tristezza improvvisa
crisi d'ansia
senso di sopraffazione.

Secondo Janina Fisher, il trauma interrompe la naturale capacità del sistema nervoso di autoregolarsi.
Le emozioni non vengono semplicemente ricordate: vengono rivissute.

4. Bassa autostima

Molte persone con trauma relazionale convivono con convinzioni profonde come:

"Non valgo abbastanza."

"Sono sbagliato."

"Sono io il problema."

"Se qualcuno mi conoscesse davvero, mi lascerebbe."

Queste convinzioni non nascono da una valutazione razionale di sé, ma dall'interiorizzazione dei messaggi ricevuti nelle relazioni traumatiche.

5. Senso cronico di colpa e vergogna

La vergogna rappresenta uno degli aspetti centrali del trauma relazionale.

Judith Herman sottolinea come molte vittime tendano ad attribuire a sé la responsabilità delle violenze subite.
Questo meccanismo consente, paradossalmente, di mantenere l'illusione di poter controllare una situazione che in realtà era incontrollabile.

6. Dissociazione

Quando il dolore emotivo diventa insopportabile, il cervello può ricorrere alla dissociazione.
La persona può sperimentare:

sensazione di essere scollegata dal corpo
vuoti di memoria
percezione irreale della realtà
sensazione di osservare la propria vita dall'esterno.

Janina Fisher descrive la dissociazione come una strategia intelligente di sopravvivenza.

7. Ripetizione delle relazioni tossiche

Uno degli aspetti più complessi del trauma relazionale è la tendenza a ricreare inconsapevolmente dinamiche simili a quelle già vissute, perché il cervello tende a riconoscere come "familiare" ciò che ha imparato fin dall'infanzia.

Questo fenomeno può manifestarsi con:
partner emotivamente indisponibili
relazioni manipolative
amicizie sbilanciate
difficoltà a riconoscere i confini personali.

8. Difficoltà nel riconoscere i propri bisogni

Molte persone traumatizzate imparano molto presto che esprimere bisogni può essere pericoloso.

Di conseguenza tendono a:

mettere sempre gli altri al primo posto
compiacere continuamente
evitare il conflitto
ignorare la stanchezza
non chiedere aiuto.

Questo comportamento è spesso definito fawning, una risposta traumatica descritta inizialmente da Pete Walker e oggi riconosciuta in molti modelli clinici sul trauma complesso.

𝐈𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚 𝐢𝐥 𝐭𝐫𝐚𝐮𝐦𝐚

Uno dei contributi più importanti di Bessel van der Kolk riguarda il ruolo del corpo.
Secondo il suo lavoro, espresso egregiamente nel libro Il corpo accusa il colpo, di cui consiglio la lettura, il trauma non viene immagazzinato solo come ricordo cosciente, ma anche attraverso modificazioni persistenti del sistema nervoso autonomo.

Per questo possono comparire sintomi come:

tensione muscolare cronica
insonnia
cefalee
problemi gastrointestinali
tachicardia
stanchezza persistente
difficoltà respiratorie in situazioni stressanti.

Praticamente il corpo continua a comportarsi come se il pericolo fosse ancora presente.

𝐓𝐫𝐚𝐮𝐦𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐞 𝐂-𝐏𝐓𝐒𝐃

Judith Herman fu tra le prime studiose a descrivere quello che oggi viene definito Disturbo Post-Traumatico da Stress Complesso (Complex PTSD o C-PTSD).

A differenza del PTSD classico, il C-PTSD deriva spesso da esposizioni prolungate a traumi interpersonali, soprattutto quando è difficile sottrarsi alla situazione.

Oltre ai sintomi tipici del PTSD, il C-PTSD può includere:
alterazioni persistenti dell'identità, difficoltà nella regolazione emotiva, problemi relazionali cronici,vergogna profonda,sentimenti di vuoto, perdita di fiducia negli altri.

𝐄̀ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐢𝐫𝐞?
La ricerca è concorde nel ritenere che il trauma relazionale sia trattabile.
Secondo Judith Herman, il percorso di guarigione si articola in tre fasi:

1. Costruire sicurezza, sviluppando stabilità e regolazione emotiva.
2. Elaborare il trauma, integrando gradualmente i ricordi traumatici.
3. Riconnettersi alla vita, recuperando relazioni autentiche, autonomia e senso di sé.

Janina Fisher sottolinea l'importanza di lavorare con le "parti" della personalità sviluppatesi per sopravvivere, aiutandole a sentirsi al sicuro nel presente.

Van der Kolk evidenzia inoltre il ruolo di approcci che coinvolgono anche il corpo, oltre alla psicoterapia verbale, poiché il trauma interessa l'intero organismo.

Il trauma relazionale non è semplicemente il ricordo di ciò che è accaduto ma è il modo in cui quelle esperienze continuano a influenzare il presente. Può alterare la percezione di sé, il funzionamento del sistema nervoso e la capacità di fidarsi degli altri. Tuttavia, le stesse ricerche che ne hanno chiarito i meccanismi mostrano anche che il cervello e il sistema nervoso mantengono una significativa capacità di cambiamento (plasticità).

Riconoscere i segnali del trauma è il primo passo. Con un trattamento adeguato e una relazione terapeutica sicura, molte persone riescono a sviluppare nuove modalità di regolazione emotiva, relazioni più sane e un'immagine di sé meno condizionata dalle ferite del passato.
G.V.

19/07/2026

LEGGEREZZA
L'arte del vivere consiste nel togliere: ci dobbiamo alleggerire dalla pesantezza del nostro ego, che per natura ci costituisce. Siamo qui per diventare leggeri, per raggiungere un peso minimo dell'ego e fare spazio; essere gentili, attenti, disposti all'ascolto e accoglienti. Il distacco dall'ego porta alla grazia della creatività. Volenti o nolenti con le nostre parole, azioni od omissioni noi scriviamo nel cuore degli altri, come dei caratteri di stampa lasciamo il nostro segno. Saperlo fare con leggerezza significa essere artisti della pagina della vita.

Se siamo leggeri possiamo partecipare a quella forma di volo che è la vita spirituale. Ma come possiamo essere leggeri onorando al contempo la pesantezza del reale? Siamo chiamati a essere responsabili, ma è possibile farsi carico della sofferenza della storia e continuare a coltivare la speranza?
Se coltivo la vita spirituale è per conciliare questa dialettica di leggerezza e di pesantezza. Il senso della vita spirituale non è alienazione, non è fuga dalla realtà: la connessione con la grazia, con il mondo del divino è la sorgente che mi nutre, per poter immettere energia positiva nei sistemi a cui appartengo e creare armonia. [ ]

Indirizzo

Forlì
47121

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