19/05/2026
A volte pensiamo alla terapia come a uno spazio fatto soprattutto di parole e ragionamenti.
Ma l’esperienza emotiva non vive soltanto lì.
Non tutto ciò che viviamo riesce subito a diventare parola.
Ci sono emozioni che passano attraverso il corpo, immagini, sensazioni, silenzi, sogni.
Ci sono parti di noi che si fanno sentire prima ancora di potersi raccontare.
Per questo il lavoro terapeutico non passa solo attraverso il “capire”, analizzare o spiegare.
Si lavora anche attraverso altri canali, più profondi e immediati, che permettono di avvicinare esperienze che a volte non sono ancora pensabili o dicibili.
La psicoanalista Wilma Bucci parla di diversi livelli attraverso cui la mente elabora l’esperienza: un livello corporeo, uno immaginativo e uno verbale.
Spesso la sofferenza nasce proprio quando questi livelli restano scollegati: sentiamo qualcosa profondamente, ma non riusciamo a comprenderlo, nominarlo o comunicarlo.
Il lavoro terapeutico allora non è solo “capire con la testa”.
È creare connessioni tra questi diversi linguaggi interni. Dare forma. Trovare immagini, parole e significati per qualcosa che inizialmente magari era solo una stretta nel petto, una sensazione confusa, un nodo difficile da spiegare.
In foto, io che utilizzo le carte Dixit, uno strumento a me molto caro in terapia: immagini che possono creare un ponte con il proprio mondo interno.
Un modo delicato per avvicinarsi a parti profonde di Sé che non riescono ancora a parlare direttamente.