10/09/2026
Oggi è il 10 settembre, Giornata internazionale per la prevenzione del suicidio.
Nella stanza d'analisi, quando si tocca questo tema, ci si accorge subito di una cosa: il pensiero della morte non entra quasi mai come una scelta libera. Entra come una prigione.
Arriva un momento in cui la mente, schiacciata da un'angoscia troppo grande per essere contenuta, si chiude. Per alcune forme di pensiero, il suicidio assume i contorni di una profonda dissociazione, un distacco estremo da sé e dal mondo. Oppure, diventa una convinzione granitica, assoluta, che non esista letteralmente alcuna alternativa al di là della fine definitiva. È un vicolo cieco in cui il dolore fa così tanto rumore da far collassare ogni altra prospettiva.
Questo cortocircuito deve essere scongiurato. E per farlo, bisogna ripartire dalla cosa più semplice, ma allo stesso tempo più complessa: la cura per se stessi.
Ma c'è un malinteso profondo su cosa significhi davvero "curarsi". Avere cura di sé non significa (o perlomeno non solo) concedersi la vacanza per staccare la spina o prendersi un momento di relax per non pensarci. Quella è una tregua, a volte necessaria, ma passeggera.
La vera cura di sé è un lavoro coraggioso e viscerale. Significa prendersi il tempo, lo spazio mentale e la responsabilità di lavorare sui propri demoni. Quei nuclei di sofferenza profonda, muta e irrisolta che, se lasciati soli nell'ombra, rischiano di irrompere all'improvviso, travolgendo e rovinando in un istante tutto ciò che di buono abbiamo faticosamente costruito, fuori e dentro di noi.
Il messaggio fondamentale che il mio lavoro mi insegna ogni giorno è che di fronte a questo abisso, di fronte alla sensazione che non ci sia più nulla da fare, non si è soli.
Non si deve essere soli. La psicoterapia serve esattamente a questo: a offrire una mente e uno spazio in cui poter guardare in faccia quei muri insormontabili senza esserne schiavi. Serve a rimettere in circolo il pensiero lì dove sembrava esserci solo il capolinea, a costruire insieme un'alternativa quando da soli era impossibile vederla.
Se sentite che quei limiti stanno prendendo il sopravvento, o se conoscete qualcuno che sembra essersi smarrito in quella convinzione senza via d'uscita, parlatene. Chiedete aiuto. C'è sempre un'alternativa che aspetta solo di poter essere pensata insieme.
Per chiunque senta di avere bisogno di un supporto immediato in questo momento, ricordo sempre che sono attivi servizi gratuiti come il Telefono Amico (02 2327 2327) o il 112 per le emergenze.
Dott. Camozzi Cristian, psicologo psicoterapeuta.