Centro Terapia EMDR Genova

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15/08/2026
Una notizia può proteggereIn questi giorni i mezzi di comunicazione parlano, giustamente, delle allerte per il caldo e d...
19/07/2026

Una notizia può proteggere

In questi giorni i mezzi di comunicazione parlano, giustamente, delle allerte per il caldo e dei rischi legati alle temperature elevate.

Ma quando comunichiamo un rischio dovremmo chiederci anche quale effetto producono le parole su chi ascolta.

Espressioni come “caldo killer”, “temperature infernali” o “settimana da incubo” attirano l’attenzione, ma possono aumentare la percezione di minaccia nelle persone più fragili, in chi soffre di ansia, attacchi di panico o patologie psichiatriche.

L’estate, inoltre, non è per tutti sinonimo di vacanza e benessere.

Per alcune persone significa maggiore solitudine, interruzione delle routine, servizi ridotti, familiari e terapeuti assenti, città che si svuotano.

Il caldo può peggiorare il sonno, aumentare stanchezza, irritabilità e disregolazione emotiva, soprattutto quando esiste già una condizione di vulnerabilità.

Il problema non è informare meno.

Il problema è informare senza lasciare le persone sole dentro la paura.

Una notizia efficace dovrebbe dire con chiarezza che il rischio esiste, ma anche che può essere gestito, attraverso comportamenti concreti, reti di supporto e interventi tempestivi.

Informare bene significa:

spiegare chi è maggiormente a rischio;
evitare toni inutilmente catastrofici e ripetitivi;
indicare comportamenti semplici e praticabili;
segnalare servizi, numeri utili e risorse territoriali;
ricordare che un’allerta non significa che tutti staranno male;
invitare a contattare anziani, persone sole e persone fragili.

Il messaggio dovrebbe essere:

“La situazione richiede attenzione, ma può essere affrontata. Esistono comportamenti e reti che possono proteggerci.”

Non basta dire: “State a casa e bevete”.

Non tutti hanno una casa fresca, una rete familiare, la capacità di riconosce

Una notizia può proteggereIn questi giorni i mezzi di comunicazione parlano, giustamente, delle allerte per il caldo e d...
19/07/2026

Una notizia può proteggere

In questi giorni i mezzi di comunicazione parlano, giustamente, delle allerte per il caldo e dei rischi legati alle temperature elevate.

Ma quando comunichiamo un rischio dovremmo chiederci anche quale effetto producono le parole su chi ascolta.

Espressioni come “caldo killer”, “temperature infernali” o “settimana da incubo” attirano l’attenzione, ma possono aumentare la percezione di minaccia nelle persone più fragili, in chi soffre di ansia, attacchi di panico o patologie psichiatriche.

L’estate, inoltre, non è per tutti sinonimo di vacanza e benessere.

Per alcune persone significa maggiore solitudine, interruzione delle routine, servizi ridotti, familiari e terapeuti assenti, città che si svuotano.

Il caldo può peggiorare il sonno, aumentare stanchezza, irritabilità e disregolazione emotiva, soprattutto quando esiste già una condizione di vulnerabilità.

Il problema non è informare meno.

Il problema è informare senza lasciare le persone sole dentro la paura.

Una notizia efficace dovrebbe dire con chiarezza che il rischio esiste, ma anche che può essere gestito, attraverso comportamenti concreti, reti di supporto e interventi tempestivi.

Informare bene significa:

spiegare chi è maggiormente a rischio;
evitare toni inutilmente catastrofici e ripetitivi;
indicare comportamenti semplici e praticabili;
segnalare servizi, numeri utili e risorse territoriali;
ricordare che un’allerta non significa che tutti staranno male;
invitare a contattare anziani, persone sole e persone fragili.

Il messaggio dovrebbe essere:

“La situazione richiede attenzione, ma può essere affrontata. Esistono comportamenti e reti che possono proteggerci.”

Non basta dire: “State a casa e bevete”.

Non tutti hanno una casa fresca, una rete familiare, la capacità di riconoscere il proprio malessere o qualcuno che possa accorgersi che stanno peggio.

La comunicazione del rischio non deve minimizzare, ma neppure amplificare la paura.

Deve aiutare le persone a comprendere il pericolo e, nello stesso tempo, a sentire di poter fare qualcosa per proteggersi.

Anche una notizia può diventare uno strumento concreto di prevenzione e di cura collettiva.

Dott.ssa Elisabetta Graziano
Psicologa Psicoterapeuta
Supervisore e Facilitator EMDR
Centro Terapia EMDR Genova

Un grande ringraziamento ai miei nuovi fan più attivi! 💎 Antonella CariaLasciate un commento per dare il benvenuto a que...
18/07/2026

Un grande ringraziamento ai miei nuovi fan più attivi! 💎 Antonella Caria

Lasciate un commento per dare il benvenuto a queste persone nella nostra community,

17/07/2026

Come ci prendiamo cura di noi, terapeuti, nella pratica quotidiana?

Ci prendiamo cura dei nostri pazienti ogni giorno.

Ma quanto spazio dedichiamo a prenderci cura del nostro modo di essere terapeuti?

Il nostro lavoro non si ferma quando la porta dello studio si chiude. Alcune sedute continuano ad accompagnarci, a interrogarci e, a volte, a metterci alla prova anche fuori dalla stanza di terapia.

Per questo, forse, la domanda non è soltanto:

Quanto lavoriamo?

Ma anche:

Come lavoriamo?

Sappiamo riconoscere quante persone possiamo seguire in una settimana mantenendo lucidità, presenza e capacità riflessiva?

Prevediamo delle pause durante la giornata, oppure passiamo da una seduta all’altra senza uno spazio per riorganizzare ciò che abbiamo ascoltato?

Abbiamo un’équipe o una rete di colleghi con cui condividere dubbi, fatiche e momenti di impasse?

Quando incontriamo un caso particolarmente traumatico o complesso, sappiamo ricorrere alla supervisione, senza vivere la richiesta di aiuto come un segno di inadeguatezza?

Abbiamo uno spazio di terapia personale nel quale prenderci cura di ciò che il lavoro clinico attiva dentro di noi, dei nostri punti sensibili e delle risonanze che alcuni pazienti possono suscitare?

Mettere dei limiti, fermarsi, chiedere aiuto, confrontarsi, fare supervisione e continuare il proprio percorso personale non sono segni di fragilità.

Sono parte della responsabilità professionale.

Prendersi cura di noi terapeuti significa proteggere il nostro assetto interno, per poter continuare a essere realmente presenti nella relazione con l’altro.

E voi, nella pratica quotidiana, come vi prendete cura del vostro essere terapeuti?

Indirizzo

Viale Brigata Bisagno 4/21
Genova
16129

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