15/09/2026
C'è il giorno, nelle comunità terapeutiche, in cui una persona ti manda letteralmente a quel paese. Fa parte del lavoro: non tutti i giorni sono giusti per accogliere la musica, e va bene così.
Poi, magari la settimana dopo, la stessa persona ti porta un brano che vuole farti ascoltare, o un testo che ha scritto e che vorrebbe mettere in musica. È la prova che qualcosa si è aperto, anche nel giorno storto.
Un altro giorno si va all'asilo nido. Entrarci significa muoversi in punta di piedi: lì la musica accompagna le primissime esperienze di un bambino nel mondo. È il contesto che chiede più delicatezza in assoluto, perché quello che si costruisce lì è il primo imprinting.
C'è il lavoro con le neurodivergenze, che più di ogni altro mi ha insegnato a guardare il mondo con occhi diversi dai miei, ad ascoltare una sensibilità altra (non "tipica").
E ci sono gli anziani in RSA, dove a volte basta un sorriso, o tre minuti di una canzone conosciuta, per cambiare il segno di una giornata che altrimenti sarebbe rimasta vuota.
Sono contesti apparentemente lontani tra loro, ma hanno in comune una cosa: la musica come possibile canale relazionale. E fare questo lavoro vuol dire accettare di mettersi in gioco senza garanzie, sapendo che un giorno puoi essere mandato a quel paese, e il giorno dopo ricevere un testo scritto a mano.