Psicologia in Pratica

Psicologia in Pratica Sono Elisa Scuderi, psicologa. Lavoro principalmente con chi ad un certo punto si ferma e pensa "Non è questa la vita che immaginavo".

Qui trovi uno spazio pensato per comprenderti meglio, orientarti al cambiamento e rimetterti al centro della tua vita 🤎

A volte la reazione che abbiamo nel presente è molto più intensa di ciò che sta realmente accadendo in quel momento, e p...
28/08/2026

A volte la reazione che abbiamo nel presente è molto più intensa di ciò che sta realmente accadendo in quel momento, e proprio questa sproporzione può raccontarci che non stiamo reagendo soltanto al presente.

Un tono di voce, una distanza improvvisa, una critica, il sentirci esclusi, una persona che smette di rispondere o una situazione in cui non abbiamo il controllo possono attivare dentro di noi una risposta emotiva molto forte, perché quella situazione ha toccato qualcosa che conosciamo già, anche se non sempre sappiamo riconoscerlo.

In psicologia si parla di trigger emotivo per indicare uno stimolo che può riattivare emozioni, sensazioni o modalità di risposta associate a esperienze precedenti. Non significa che ciò che stiamo vivendo oggi sia uguale a ciò che abbiamo vissuto allora, ma che qualcosa nel presente può aver richiamato quella precedente esperienza a livello emotivo.

Ed è proprio qui che può diventare difficile comprendere ciò che ci sta succedendo.

La mente può sapere perfettamente che siamo adulti, che quella persona non è quella del nostro passato e che la situazione attuale è diversa, mentre il nostro sistema emotivo può reagire come se quella vecchia minaccia fosse ancora presente.

Per questo a volte ci accorgiamo di essere molto più arrabbiati, spaventati, bisognosi di rassicurazioni o desiderosi di allontanarci di quanto la situazione sembrerebbe richiedere.

Non è necessariamente il presente ad avere tutta quella intensità.

È possibile che il presente abbia toccato una ferita già conosciuta.

Questo non significa che ogni emozione intensa sia necessariamente legata a un trauma o che dobbiamo trovare un'origine infantile dietro qualsiasi nostra reazione. Significa, però, che quando una risposta emotiva ci sembra particolarmente forte, ripetitiva o difficile da comprendere, può essere utile fermarci prima di giudicarla e chiederci che cosa, esattamente, quella situazione abbia attivato dentro di noi.

Perché riconoscere un trigger non significa dirci che stiamo reagendo male.

Significa iniziare a distinguere ciò che sta accadendo adesso da ciò che il nostro vissuto precedente ci sta facendo sentire, così da poter tornare nel presente e scegliere una risposta che appartenga davvero a noi, invece di reagire automaticamente a qualcosa che, emotivamente, abbiamo già conosciuto.

E forse è proprio questo uno dei passaggi più importanti del cambiamento: non smettere di provare quelle emozioni, ma imparare a riconoscere quando appartengono a ciò che sta accadendo oggi e quando, invece, il presente ha semplicemente toccato un punto del nostro passato che aveva ancora bisogno di essere ascoltato. 🤎 E.S.

A volte, in una famiglia, la persona che inizia a stare male non è necessariamente quella che sta creando il problema. P...
26/08/2026

A volte, in una famiglia, la persona che inizia a stare male non è necessariamente quella che sta creando il problema. Può essere proprio quella che, per prima, non riesce più a stare dentro un equilibrio che fino a quel momento aveva retto tutti gli altri.

Le famiglie tendono a proteggere i propri equilibri, anche quando quegli equilibri non sono sani. Quando per anni funzionano secondo regole implicite molto rigide, ogni cambiamento può creare tensione, perché modifica ruoli, aspettative e modalità di relazione che tutti hanno imparato a conoscere.

Il problema nasce quando qualcuno comincia a sottrarsi a quelle regole.

Quando una persona smette di accettare sempre, comincia a dire di no, esprime un'opinione diversa, sceglie una strada che la famiglia non approva, mette un confine oppure semplicemente decide di non assumersi più responsabilità che non le appartengono, può diventare improvvisamente il punto su cui si concentra tutta la tensione familiare.

E allora possono arrivare le accuse, le critiche, il senso di colpa, il silenzio, il confronto con gli altri, la svalutazione delle sue scelte o il tentativo di convincerla che sia cambiata, diventata egoista, ingrata o troppo distante.

Non necessariamente perché quella persona abbia davvero fatto qualcosa di sbagliato.

A volte perché il suo cambiamento mette in discussione un equilibrio che gli altri hanno bisogno di mantenere.

Se per molto tempo una famiglia ha funzionato attraverso il sacrificio di uno, il silenzio di un altro, l'adattamento di qualcuno o la continua disponibilità a soddisfare i bisogni altrui, quando quella persona smette di farlo non cambia soltanto il suo comportamento.

Cambia il funzionamento dell'intero sistema.

E il sistema può reagire cercando di riportarla al ruolo che aveva prima.

Questo può accadere anche attraverso una dinamica particolarmente dolorosa: trasformare proprio la persona che si discosta in quella che viene considerata il problema della famiglia.

Se prima era quella affidabile, improvvisamente diventa egoista.

Se prima era sempre disponibile, diventa quella che pensa solo a sé.

Se prima evitava i conflitti, diventa quella che crea tensioni.

Se prima taceva, nel momento in cui comincia a parlare viene accusata di essere aggressiva o di voler rovinare i rapporti.

In questo modo l'attenzione si sposta dal problema che la persona sta cercando di mettere in discussione al suo comportamento, e la famiglia può continuare a proteggere il proprio equilibrio senza dover guardare ciò che quel comportamento sta realmente mettendo in evidenza.

Ed è qui che può diventare molto difficile fidarsi di sé.

Perché quando per molto tempo le persone che ci sono più vicine ci restituiscono l'immagine di essere noi quelli sbagliati, possiamo arrivare a mettere in dubbio anche cambiamenti che, invece, stanno semplicemente rappresentando una maggiore consapevolezza dei nostri bisogni e dei nostri confini.

Questo non significa che chi si allontana da uno schema familiare abbia sempre ragione o che ogni conflitto con la propria famiglia sia necessariamente il segnale di una dinamica disfunzionale.

Significa che vale la pena osservare cosa succede quando smettiamo di occupare il posto che gli altri si aspettavano da noi.

Perché a volte il disagio che incontriamo quando iniziamo a cambiare non è la prova che stiamo sbagliando strada.

È il segnale che stiamo modificando una modalità relazionale che, per molto tempo, ha permesso a tutti gli altri di stare comodi, anche se noi non lo eravamo più.

E forse una delle domande più importanti da portare con sé è proprio questa: quando nella mia famiglia ho iniziato a comportarmi diversamente da come gli altri si aspettavano, sono stato ascoltato e riconosciuto per ciò che stavo cercando di esprimere, oppure sono diventato improvvisamente io il problema da correggere, affinché tutto potesse tornare esattamente come prima? 🤎 E.S.

Ci sono relazioni in cui impariamo a guardare solo ciò che funziona, perché guardare il resto farebbe troppo male.Così m...
25/08/2026

Ci sono relazioni in cui impariamo a guardare solo ciò che funziona, perché guardare il resto farebbe troppo male.
Così minimizziamo i segnali, giustifichiamo ciò che ci ferisce e ci aggrappiamo ai momenti belli, sperando che bastino.
Ma ciò che funziona non cancella ciò che non funziona.
E una relazione non diventa sana perché impariamo a ignorarne le crepe.
Forse la domanda non è quanto c'è di bello, ma quanto di ciò che non va siamo ancora disposti a non vedere.

Ci sono spazi che non sono fatti soltanto di pareti, una scrivania e una poltrona, ma di tutto ciò che, nel tempo, accad...
24/08/2026

Ci sono spazi che non sono fatti soltanto di pareti, una scrivania e una poltrona, ma di tutto ciò che, nel tempo, accade tra due persone quando una decide di affidare all'altra una parte della propria storia.

È questo, per me, lo spazio del colloquio.

Uno spazio che può avere una dimensione fisica oppure attraversare uno schermo, ma che rimane prima di tutto uno spazio condiviso, costruito incontro dopo incontro attraverso l'ascolto, le domande, le riflessioni, le emozioni e quella particolare possibilità di guardare insieme ciò che, quando siamo dentro alle nostre difficoltà, non sempre riusciamo a vedere con chiarezza.

Riprendere questo spazio significa tornare ad ascoltare storie, a conoscere persone, a osservare insieme dinamiche che magari per molto tempo sono sembrate incomprensibili, a cercare nuove possibilità proprio lì dove sembrava non essercene più.

E penso spesso a quanto possa essere importante, per chi decide di iniziare un percorso, il momento in cui varca quella soglia per la prima volta.

Ci si arriva con domande, aspettative, speranze, ma anche con molte perplessità e con quella sensazione, spesso difficile da spiegare, di non sapere esattamente cosa aspettarsi da uno spazio in cui si parlerà di sé.

Poi, lentamente, quello spazio può diventare qualcosa di diverso.

Un luogo in cui non è necessario avere sempre le parole giuste, apparire forti, essere lucidi o sapere già cosa si vuole cambiare. Un luogo in cui ci si può emozionare, arrabbiare, commuovere, fermare, persino rimanere in silenzio, senza dover trasformare ciò che si prova in qualcosa di diverso per poterlo mostrare.

Perché sentirsi ascoltati significa anche poter essere autentici, senza il timore di essere giudicati per ciò che si sente, per ciò che ancora non si riesce a comprendere o per quelle parti di sé che fuori da quello spazio si è imparato a nascondere.

Il lavoro psicologico, per me, parte proprio da qui: dalla possibilità di costruire insieme uno spazio in cui la persona possa sentirsi vista con sincerità, accolta nella sua complessità e accompagnata senza essere definita dalle proprie difficoltà.

Ed è uno spazio di cui mi prendo cura con grande rispetto, perché ogni volta che qualcuno decide di affidarmi la propria storia, mi sta affidando qualcosa di prezioso.

E di questo, ogni volta, sento tutta la responsabilità e tutta la bellezza 🤎 E.S.

La guarigione non significa fare in modo che ciò che abbiamo vissuto smetta di essere parte della nostra storia. Signifi...
24/08/2026

La guarigione non significa fare in modo che ciò che abbiamo vissuto smetta di essere parte della nostra storia. Significa riuscire, poco alla volta, a fare in modo che quella storia non abbia più lo stesso potere sulla nostra vita.

Perché alcune esperienze lasciano una traccia.

Non soltanto nella memoria, ma nel modo in cui ci fidiamo degli altri, nel modo in cui reagiamo alla distanza, nel modo in cui interpretiamo un conflitto, nel bisogno di controllare ciò che accade o nella paura che qualcosa possa nuovamente farci male.

E forse proprio per questo l'idea di guarigione come cancellazione del dolore rischia di essere fuorviante.

Non dobbiamo necessariamente dimenticare ciò che è successo, né arrivare al punto in cui quella parte della nostra storia non ci fa più provare nulla.

La trasformazione può essere qualcosa di molto diverso.

È riuscire a guardare ciò che è stato con occhi nuovi, comprendere ciò che quell'esperienza ha lasciato dentro di noi e iniziare a distinguere ciò che appartiene al passato da ciò che sta accadendo nel presente.

Il dolore può rimanere nella nostra storia senza continuare a guidare ogni nostra scelta.

È un po' come una cicatrice: racconta che qualcosa è accaduto, che c'è stata una ferita e che quella ferita ha avuto bisogno di tempo e di cura. La cicatrice non cancella ciò che è successo, ma racconta anche che qualcosa si è trasformato.

E questo passaggio è importante, perché guarire non significa diventare la persona che saremmo stati se quella sofferenza non fosse mai esistita.

Significa diventare la persona che possiamo essere oggi, anche portando con noi ciò che abbiamo attraversato.

A volte la trasformazione del dolore passa proprio da qui: smettere di chiedersi come fare per cancellare quella parte della nostra storia e iniziare a chiederci che cosa possiamo farne oggi, quale significato possiamo darle, quali risorse abbiamo costruito attraversandola e quali parti di noi possiamo finalmente lasciare libere di vivere senza dover continuare a difendersi da qualcosa che non sta più accadendo.

Perché forse guarire non significa arrivare a un punto in cui la ferita non esiste più, ma arrivare a un punto in cui possiamo guardare quella cicatrice senza sentirci ancora dentro a ciò che l'ha provocata, riconoscendo che il passato continuerà a far parte di noi, ma non deve per questo continuare a decidere chi siamo, come amiamo e quale vita ci concediamo di vivere 🤎 E.S.

👉🏻 Ti piacerebbe avere gratuitamente a disposizione schede, esercizi e strumenti pratici per lavorare su alcuni aspetti ...
21/08/2026

👉🏻 Ti piacerebbe avere gratuitamente a disposizione schede, esercizi e strumenti pratici per lavorare su alcuni aspetti della tua vita, con i tuoi tempi e senza dover trovare ore che magari non hai?

Cambiare il modo in cui comunichi, imparare a dire di no senza sentirti in colpa, gestire meglio l’ansia, migliorare la tua relazione di coppia o smettere di ripetere alcuni meccanismi non significa soltanto capire che cosa non funziona.

Per arrivare ad un cambiamento reale, può essere utile avere strumenti che aiutino a fermarsi, osservare ciò che accade e individuare con maggiore chiarezza da dove partire.

🌿 Da qui nasce Psicologia in pratica: una vera cassetta degli attrezzi, con schede, esercizi e strumenti pratici per lavorare concretamente su ciò che vuoi cambiare, un passo alla volta.

Non devi fare tutto insieme e non devi sapere già da dove cominciare.

Puoi semplicemente scegliere uno strumento e iniziare da lì.

🤎 Se vuoi ricevere gratuitamente questi materiali e iniziare questo percorso, scrivi CAMBIAMENTO nei commenti.

Nei prossimi giorni ti darò tutte le informazioni per poter iniziare 🌿 E.S.

Si parla spesso dell'amore incondizionato di un genitore, ma che cosa accade quando un figlio sente che quell'amore arri...
21/08/2026

Si parla spesso dell'amore incondizionato di un genitore, ma che cosa accade quando un figlio sente che quell'amore arriva soprattutto quando è bravo, quando raggiunge un risultato, quando soddisfa un'aspettativa o quando si comporta nel modo giusto?

Un bambino non dovrebbe avere bisogno di dimostrare quanto vale per sentirsi amato.

Eppure, quando l'amore viene percepito come qualcosa che si conquista attraverso ciò che si fa, ciò che si ottiene o il modo in cui ci si comporta, può diventare difficile costruire dentro di sé la sensazione di essere degni di amore semplicemente per ciò che si è.

Il messaggio che può arrivare non è necessariamente esplicito, e non serve che un genitore dica apertamente che l'amore dipende dai risultati. Può essere qualcosa che il bambino sente nel modo in cui viene guardato, riconosciuto, accolto o considerato importante quando risponde alle aspettative, mentre sperimenta una maggiore distanza quando delude, sbaglia o prende una direzione diversa.

E allora può imparare molto presto a collegare il proprio valore alla propria prestazione.

Crescere bene, riuscire, essere all'altezza, non deludere, fare la scelta giusta possono diventare non soltanto obiettivi, ma modi attraverso cui sentirsi rassicurato sul proprio valore e sul proprio posto nella relazione.

Ed è qui che quella dinamica può accompagnare una persona anche nell'età adulta.

Perché quando si è imparato che essere apprezzati passa attraverso ciò che si riesce a fare, può diventare difficile sentirsi sufficienti anche quando non c'è nulla da dimostrare. Un errore può pesare moltissimo, una critica può toccare qualcosa di molto profondo e persino un successo può lasciare rapidamente spazio alla necessità di raggiungere il risultato successivo.

Non si cerca soltanto di riuscire.

Si cerca, inconsapevolmente, di sentirsi abbastanza.

Questo non significa che ogni genitore che desidera il meglio per il proprio figlio stia necessariamente trasmettendo un amore condizionato, né che un bambino debba crescere senza regole, aspettative o frustrazioni. Significa piuttosto che è profondamente diverso far sentire a un figlio che un comportamento può essere sbagliato dal fargli sentire che, quando sbaglia, è lui ad essere sbagliato.

Perché sapere di poter essere amati anche quando non si è perfetti permette di costruire qualcosa che accompagnerà la persona per tutta la vita: la possibilità di non dover continuamente conquistare il proprio valore.

E forse una delle forme più profonde di sicurezza che possiamo dare a un figlio è proprio questa: fargli sentire che può crescere, cambiare, sbagliare, scegliere e persino deluderci, senza perdere il suo posto nel nostro cuore 🤎 E.S.

Capita spesso di arrivare a fine giornata con la sensazione di non essersi fermati un attimo. Abbiamo risposto a messagg...
21/08/2026

Capita spesso di arrivare a fine giornata con la sensazione di non essersi fermati un attimo. Abbiamo risposto a messaggi, partecipato a riunioni, sistemato cose rimaste in sospeso, gestito imprevisti, aiutato altre persone e magari spuntato decine di attività dalla lista.

Eppure, nonostante tutto questo movimento, può rimanere una strana sensazione di insoddisfazione, come se la giornata fosse stata piena ma non davvero significativa.

Perché essere impegnati ed essere produttivi non sono la stessa cosa.

Essere impegnati significa avere il tempo occupato.

Essere produttivi significa che quel tempo ci sta portando nella direzione in cui desideriamo andare.

La differenza è sottile, ma cambia completamente il modo in cui viviamo le nostre giornate.

Quando siamo continuamente impegnati rischiamo di entrare in una modalità quasi automatica, in cui rispondiamo a tutto ciò che arriva dall'esterno. Le richieste degli altri, le urgenze, le notifiche, i piccoli problemi quotidiani finiscono per decidere come impiegheremo il nostro tempo e, senza accorgercene, arriviamo a sera con la sensazione di aver fatto tantissimo ma di aver trascurato proprio ciò che per noi era davvero importante.

La produttività, invece, non coincide con il fare di più.

Molto spesso coincide con il fare meno, ma con maggiore intenzionalità.

📝 Per questo voglio lasciarti un esercizio molto semplice da fare per una settimana.

✏️ La mattina, prima di iniziare la giornata, non scrivere tutto quello che devi fare. Scrivi una sola cosa. Chiediti: se questa sera riuscissi a portare a termine una sola attività che mi faccia sentire davvero soddisfatto della giornata, quale sarebbe?

Una sola.

Non quella più urgente, ma quella che, se rimandassi ancora, tra una settimana sarebbe ancora lì a occupare spazio nella tua mente.

Poi affronta il resto della giornata normalmente.

✏️ La sera, invece, prendi cinque minuti e dividi un foglio in due colonne.

Nella prima scrivi tutto ciò che ti ha tenuto impegnato.

Nella seconda scrivi soltanto ciò che ti ha realmente fatto avanzare verso un obiettivo importante per te, che sia lavorativo, personale o relazionale.

All'inizio le due colonne potrebbero sembrarti molto simili.

Dopo qualche giorno, però, inizierai probabilmente a notare qualcosa.

Ci saranno attività che occupano tantissimo tempo ma lasciano pochissime tracce nella seconda colonna. Altre, invece, richiedono magari trenta minuti, ma compaiono ogni giorno tra le cose che hanno davvero fatto la differenza.

È proprio lì che vale la pena fermarsi.

Non per riempire ancora di più le giornate, ma per chiedersi quali attività continuano ad occupare tempo senza aggiungere valore e quali, invece, vengono continuamente rimandate pur essendo quelle che ci fanno crescere davvero.

Perché essere produttivi non significa riuscire a fare entrare sempre più cose nella propria agenda.

Significa imparare a proteggere ciò che conta davvero, anche quando tutto il resto sembra più urgente. E spesso il cambiamento non inizia aggiungendo una nuova abitudine, ma accorgendosi che gran parte della nostra energia viene assorbita da attività che ci fanno sentire costantemente impegnati, senza però portarci realmente nella direzione che desideriamo 🤎 E.S.

Perché, in alcune famiglie, sembra che il problema riguardi sempre una sola persona?Il figlio che viene definito "diffic...
19/08/2026

Perché, in alcune famiglie, sembra che il problema riguardi sempre una sola persona?

Il figlio che viene definito "difficile". Il partner considerato l'origine di ogni conflitto. Il fratello che viene visto come quello che crea problemi. È come se tutta la tensione della famiglia finisse, poco alla volta, per concentrarsi sempre nello stesso punto.

Dal punto di vista della psicologia sistemica, molto spesso queste situazioni non vengono lette osservando soltanto la persona che manifesta il problema, ma cercando di comprendere come funziona l'intero sistema di relazioni.

È proprio in questo contesto che troviamo uno dei concetti più importanti della psicologia familiare: la triangolazione.

La triangolazione è una modalità con cui un sistema relazionale cerca di gestire la tensione.

Quando tra due persone il livello di stress emotivo diventa troppo elevato, invece di essere affrontato direttamente, la tensione viene inconsapevolmente distribuita coinvolgendo una terza persona. Questo rende temporaneamente il sistema più stabile, ma non risolve il problema che aveva generato quella tensione.

Ed è proprio questo l'aspetto più interessante.

La terza persona non viene necessariamente coinvolta in modo esplicito.

Molto spesso nessuno le chiede di prendere una posizione e nessuno decide intenzionalmente di metterla al centro della dinamica.

Succede in modo molto più sottile.

Pensiamo, ad esempio, ad una famiglia in cui tra i genitori esiste una tensione costante che fatica a trovare uno spazio di confronto. Con il tempo uno dei figli inizia a manifestare difficoltà comportamentali, scolastiche oppure sintomi d'ansia. Senza che nessuno lo scelga consapevolmente, tutta l'attenzione della famiglia si sposta su quel bambino. Si parla di lui, ci si preoccupa per lui, ci si organizza intorno alle sue difficoltà e, per un periodo, il conflitto tra i genitori sembra quasi passare in secondo piano. Il sintomo del figlio diventa, inconsapevolmente, il luogo in cui viene assorbita una parte della tensione familiare.

Questo non significa che quel bambino stia fingendo o che il suo disagio non sia reale.

Al contrario. Il suo malessere è autentico, ma assume anche una funzione all'interno del sistema relazionale in cui vive.

Ed è proprio per questo che, nella pratica clinica, non ci si limita ad osservare il sintomo.

Ci si chiede anche quale ruolo quel sintomo stia assumendo nelle relazioni più significative della persona, perché a volte il comportamento che vediamo non racconta soltanto la storia di chi lo manifesta, ma anche il modo in cui un'intera famiglia, senza esserne consapevole, sta cercando di mantenere il proprio equilibrio. La psicologia sistemica ci insegna proprio questo: comprendere una persona significa comprendere anche le relazioni di cui fa parte, perché alcune difficoltà non nascono soltanto dentro l'individuo, ma prendono forma e significato all'interno del sistema in cui vive 🤎 E.S.

👉🏻 Ti piacerebbe avere gratuitamente a disposizione schede, esercizi e strumenti pratici per lavorare su alcuni aspetti ...
17/08/2026

👉🏻 Ti piacerebbe avere gratuitamente a disposizione schede, esercizi e strumenti pratici per lavorare su alcuni aspetti della tua vita, con i tuoi tempi e senza dover trovare ore che magari non hai?

A volte il desiderio di cambiare qualcosa c'è, ma non è così semplice capire da dove cominciare.

🌱 Magari si vorrebbe stare meglio, sentirsi più sicure, affrontare diversamente alcune situazioni, migliorare una relazione, smettere di ripetere certi meccanismi o semplicemente trovare un modo più sostenibile di vivere la quotidianità.

E quando il tempo è poco, le giornate sono piene e la testa è già occupata da mille cose, anche capire da dove iniziare può sembrare un lavoro in più.

🌻 È proprio su questi aspetti che lavoro insieme a chi inizia un percorso psicologico con me: aiutare la persona a fare chiarezza su ciò che sta vivendo e, passo dopo passo, trasformare ciò che emerge in qualcosa di concreto su cui poter lavorare.

Per questo, nel mio lavoro, utilizzo anche schede, esercizi, mappe e strumenti di osservazione.

Perché comprendere ciò che ci succede è importante, ma poterlo poi osservare nella vita di tutti i giorni e sperimentare qualcosa di diverso può rendere quel lavoro ancora più concreto.

🌿 Da questa parte del mio lavoro nasce un nuovo progetto che ho deciso di creare e mettere gratuitamente a disposizione.

Psicologia in pratica sarà uno spazio nel quale trovare percorsi, schede ed esercizi da utilizzare autonomamente, con calma e secondo il tempo che hai a disposizione.

🔸 Non devi necessariamente sapere già da dove partire.
🔸 Non devi fare tutto insieme.
✅ Puoi semplicemente scegliere una scheda, fermarti qualche minuto e vedere che cosa può aiutarti a comprendere meglio di te e di ciò che stai vivendo.

👉🏻 L'idea è quella di accompagnarti attraverso un percorso fatto di osservazione, comprensione e piccoli passi concreti, perché anche un cambiamento importante può iniziare da qualcosa di molto semplice.

E soprattutto, vorrei che questi strumenti potessero essere davvero utilizzati: non qualcosa da leggere velocemente e dimenticare, ma materiali da conservare, riprendere e utilizzare quando senti che possono esserti utili.

🤎 Se ti piacerebbe ricevere gratuitamente questi strumenti ed iniziare questo percorso, scrivi CAMBIAMENTO nei commenti.

Nei prossimi giorni ti darò tutte le informazioni per poter iniziare. E.S.

Indirizzo

Via Albaro 24/4
Genova
16145

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 20:00
Martedì 08:00 - 20:00
Mercoledì 08:00 - 20:00
Giovedì 08:00 - 20:00
Venerdì 08:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 14:00

Telefono

+393774810243

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Psicologia in Pratica pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Psicologia in Pratica:

Scelte rapide

Condividi

Digitare