09/08/2026
COMUNICAZIONE NON VIOLENTA: QUELLO CHE DICIAMO AI NOSTRI FIGLI SENZA ACCORGERCENE
📍 Domenica 9 agosto. Spiaggia.
In una giornata che dovrebbe essere sinonimo di leggerezza e relax, mi ritrovo ad ascoltare intorno a me conversazioni che fanno riflettere.
Coppie che si parlano con aggressività.
Genitori che rimproverano i propri figli con toni duri e svalutanti.
Bambini che si rispondono male, si interrompono, si provocano e cercano di prevalere l'uno sull'altro.
E la prima cosa che mi viene da pensare, da psicologa, è questa:
la violenza nella comunicazione non coincide necessariamente con le parolacce o con gli insulti.
Può essere contenuta in un tono sprezzante, in un'espressione svalutante, in una minaccia, nel sarcasmo, nel continuo interrompere l'altro, nel voler avere sempre l'ultima parola.
Possiamo ferire anche senza pronunciare una sola parolaccia.
E c'è un aspetto ancora più importante quando parliamo di bambini e adolescenti: la comunicazione si apprende soprattutto attraverso l'esperienza e l'osservazione.
Un bambino non impara il rispetto soltanto perché gli diciamo:
"Devi rispettare gli altri."
Lo impara osservando come gli adulti gestiscono la rabbia, il disaccordo e la frustrazione.
Se in famiglia il conflitto viene gestito attraverso urla, minacce, sarcasmo o svalutazione, quel bambino può imparare che, quando si è arrabbiati, prevaricare è un modo legittimo per farsi ascoltare.
E lo stesso accade nelle relazioni tra pari.
La Comunicazione Non Violenta non significa non arrabbiarsi.
Non significa essere sempre accomodanti.
Non significa evitare il conflitto.
Significa imparare a esprimere ciò che proviamo senza trasformare l'altro nel bersaglio della nostra emozione.
Possiamo dire:
❌ “Sei insopportabile, con te non si può parlare.”
✅ “Sono molto arrabbiata e in questo momento ho bisogno di fermarmi.”
❌ “Non capisci mai niente.”
✅ “Quello che hai fatto mi ha fatto sentire non ascoltata.”
❌ “Smettila di fare il bambino.”
✅ “Capisco che sei arrabbiato, ma possiamo parlarne senza aggredirci.”
La differenza non è soltanto nelle parole.
È nel messaggio relazionale che trasmettiamo.
“Tu sei il problema” è molto diverso da “abbiamo un problema e possiamo affrontarlo”.
E allora forse dovremmo porci una domanda non soltanto come genitori, ma come adulti:
quando siamo arrabbiati, che cosa insegniamo agli altri sul modo di stare in relazione?
Perché i nostri figli non imparano soltanto dalle regole che imponiamo.
Imparano dal modo in cui ci vedono amare, discutere, chiedere, sbagliare, chiedere scusa e gestire la rabbia.
Il rispetto non si insegna soltanto dicendo “rispetta gli altri”.
Il rispetto si mostra. Anche quando siamo arrabbiati.
🧠 Dott.ssa Alessandra Avenale