20/07/2026
Fegato grasso: dieta e attività fisica possono favorire la regressione della malattia
La steatosi epatica, comunemente chiamata “fegato grasso”, è caratterizzata da un accumulo eccessivo di lipidi nelle cellule del fegato. Quando questa condizione è associata a sovrappeso, obesità, diabete, alterazioni dei grassi nel sangue o altri disturbi metabolici, viene oggi definita MASLD. Nei casi in cui all’accumulo di grasso si aggiungono infiammazione e danno delle cellule epatiche, si parla invece di MASH, una forma più seria della malattia.
Il problema principale è che la patologia può rimanere silenziosa per molto tempo. L’assenza di sintomi evidenti non significa, infatti, che il fegato non stia subendo danni. In una parte dei pazienti la MASH può evolvere progressivamente verso la fibrosi, la cirrosi, l’insufficienza epatica e, nei casi più gravi, il tumore del fegato.
Nelle fasi iniziali, la steatosi può spesso ridursi in maniera significativa e talvolta regredire attraverso un cambiamento stabile dello stile di vita. Una perdita di peso graduale, un’alimentazione equilibrata, la limitazione degli alimenti molto calorici e delle bevande zuccherate, insieme a una regolare attività aerobica e di rafforzamento muscolare, possono diminuire il grasso presente nel fegato e migliorare il metabolismo. Dieta ed esercizio rappresentano quindi i principali strumenti di prevenzione e trattamento, anche quando vengono prescritte terapie farmacologiche specifiche.
È tuttavia più corretto parlare di possibile regressione che di guarigione garantita. I risultati dipendono dallo stadio della malattia, dalla presenza di fibrosi e dalle altre condizioni cliniche del paziente. Quando il danno epatico è avanzato, il solo cambiamento dello stile di vita potrebbe non essere sufficiente ed è necessaria una valutazione specialistica.
La diagnosi non deve basarsi soltanto sui sintomi o su un’ecografia occasionale. Le persone con diabete, obesità, alterazioni metaboliche o valori epatici anomali dovrebbero parlarne con il medico, che può indicare esami del sangue e valutazioni non invasive, come l’elastografia, per verificare l’eventuale presenza di fibrosi. Intervenire precocemente offre le maggiori possibilità di arrestare o invertire l’evoluzione della malattia.