30/07/2026
L'approvazione della legge che apre le porte della detenzione domiciliare e dei percorsi di recupero alternativi per i detenuti con problemi di tossicodipendenza ci pone, come operatori di una comunità terapeutica, di fronte a profonda soddisfazione e a legittima preoccupazione.Da tempo sosteniamo che il carcere non è il luogo adatto per chi vive il dramma della dipendenza.Riconoscere che essa è una patologia da curare e non semplicemente una condotta criminale da punire, rappresenta un cambio di paradigma culturale fondamentale e un traguardo importante.Tuttavia solleva nodi che non possono essere taciuti.Le comunità terapeutiche non possono rispondere in modo automatico a un afflusso massiccio di utenze: i nostri centri non sono contenitori e agenzie di alleggerimento della pressione penitenziaria; sono luoghi ad alta intensità relazionale, educativa e sanitaria che richiedono spazi adeguati, personale formato e risorse costanti; il percorso di cura si fonda sull'alleanza terapeutica, sull'assunzione di responsabilità e, soprattutto,su una scelta libera e motivata della persona.Temiamo l'utilizzo strumentale della comunità vissuta, non come un'occasione di cura,ma come una comoda alternativa al carcere. Una falsa adesione al programma terapeutico svuoterebbe di senso il nostro lavoro e danneggerebbe gli altri ospiti che stanno lottando per ricostruire la loro vita. Accogliamo dunque questa riforma come una grande opportunità,ma chiediamo con forza che le istituzioni camminino al nostro fianco, facendo in modo che le comunità siano messe nelle condizioni di operare senza snaturare la propria missione.La cura richiede tempo, dedizione,rigore clinico e umano.Auspichiamo che l'applicazione di questa normativa sia accompagnata da un coordinamento con i servizi territoriali e da un investimento reale che tuteli la dignità dei luoghi di cura, affinché non si trasformino in succursali del sistema penitenziario, ma rimangano spazi di vera libertà,speranza e cambiamento.