29/07/2026
Il 4 aprile ho incontrato per la prima volta una persona che arrivava dopo numerosi accertamenti.
I sintomi erano reali: disturbi gastrici, dolore alla schiena, stanchezza, difficoltà nel dormire e una costante sensazione di allerta.
Gli esami effettuati non avevano però individuato una causa in grado di spiegare completamente quello che stava vivendo.
Continuava quindi a controllarsi, preoccuparsi e cercare una nuova risposta.
Il nostro percorso non è stato semplicemente una successione di trattamenti e non è stato nemmeno lineare.
Abbiamo attraversato momenti di miglioramento e due fasi di peggioramento, durante le quali la paura è tornata a farsi sentire.
Insieme abbiamo lavorato sul movimento, sulla respirazione, sulla mobilità, sulla comprensione dei sintomi e sul recupero graduale della fiducia nel proprio corpo.
Oggi mi ha detto:
“È avvenuto uno switch mentale. Ho cambiato il modo di pensare. Mi sento bene, mi sento forte e sono tornato a fare ciò che volevo.”
Credo che questo sia uno degli aspetti più importanti del nostro lavoro.
Non rendere una persona dipendente dal trattamento, ma accompagnarla da un punto in cui tutto sembra incontrollabile a un punto in cui possiede più strumenti, consapevolezza e autonomia.
Non considero questo necessariamente un punto finale.
È però il momento in cui il mio intervento può diventare meno importante, perché la persona ha iniziato a riprendere in mano il proprio percorso.
I sintomi non erano “nella sua testa”.
Ma per aiutarlo non bastava cercare continuamente qualcosa da correggere nel suo corpo.