Dott.ssa Caterina Di Dato

Dott.ssa Caterina Di Dato Psicologa a psicoterapeuta, lavoro in terapia individuale e di gruppo con adolescenti, giovani e adulti.

15/08/2026

"Non esiste la storia muta. Per quanto le diano fuoco, per quanto la frantumino, per quanto la falsifichino, la storia umana si rifiuta di tacere."
Eduardo Galeano

L'odore acre arriva dal cielo. A volte il respiro si ferma a metà.

Le nostre montagne bruciano da giorni. Chi vive qui lo sa: la montagna è casa, memoria, identità. Ogni angolo che brucia, ogni creatura costretta a fuggire o a non sopravvivere, apre una ferita nella nostra storia comune.

C'è un'impotenza che questa terra conosce da tempo: stare di fronte a ciò che non si può fermare con le sole mani. E allora si fa quello che si può, con quello che si ha. Soccorritori e gente comune, fianco a fianco, ognuno con i propri mezzi, con la propria presenza.
È così che una comunità resiste. Di questo è fatta ogni ricostruzione.

Ed è qui che la psicologia dell'emergenza può fare la differenza. Non sostituisce chi lavora in prima linea, gli sta accanto: accoglie il primo urto emotivo, aiuta a ritrovare un minimo di stabilità mentre tutto sembra sgretolarsi, e resta anche dopo, quando l'emergenza finisce. Quando le ferite hanno ancora bisogno di tempo, e di qualcuno, per essere narrate.

La storia delle nostre montagne è una storia di appartenenza. Scritta nelle mani di chi lotta per salvarla, negli occhi e nella solidarietà di chi oggi accoglie la paura, nelle parole di chi continuerà a raccontarla.

Eva Pascoli, presidente OP_FVG
(Grazie cara Emanuela che mi hai concesso di usare questa foto, scattata da Sella Nevea)

11/08/2026
31/07/2026

Le nuove Linee di indirizzo Agenas sulle équipe multiprofessionali nelle Case della Comunità rappresentano un passo importante nell'attuazione del DM 77/2022, ma lasciano aperta una questione tutt'altro che secondaria: lo psicologo non è previsto nel nucleo stabile dell'équipe di base, bensì solo in quella "allargata", attivabile in presenza di bisogni specifici.

Una scelta che, secondo Eva Pascoli, referente del Gruppo di Lavoro Sanità del CNOP, rischia di indebolire proprio il modello biopsicosociale su cui si fonda la riforma dell'assistenza territoriale, allontanandosi dalle indicazioni del Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030.

Vai all’articolo per approfondire 👇
https://panoramadellasanita.it/site/case-della-comunita-senza-lo-psicologo-lequipe-multidisciplinare-resta-incompleta/

10/07/2026

A volte ciò che ci fa male è anche ciò che ci ha tenuto in piedi per molto tempo.
Un modo di pensare, una relazione, un ruolo, un’abitudine: qualcosa che un tempo ci ha protetto, ma che oggi ci impedisce di muoverci. 👞
Eppure lasciarlo andare non è semplice, perché significa rinunciare a una parte di noi che ci ha aiutato a sopravvivere.

In Analisi Transazionale, questo passaggio si chiama permesso: l’autorizzazione interna a scegliere ciò che è buono per sé, anche se rompe un copione antico. 🔍
Darsi il permesso di abbandonare è un gesto di maturità psicologica.
È riconoscere che la funzione di quel “qualcosa” è cambiata: non serve più a proteggerci, ma a trattenerci. 🚪

Il primo passo è riconoscere la gratitudine per ciò che ci ha accompagnato.
Solo così possiamo lasciarlo andare senza colpa, sapendo che ha avuto un senso, ma che oggi non ne ha più. 🌾
Il secondo è accettare il vuoto che segue: ogni abbandono apre uno spazio, e quello spazio fa paura.
Ma è proprio lì che può nascere qualcosa di nuovo, più autentico, più adulto. ✨

Darsi il permesso di abbandonare è scegliere di camminare con scarpe che non feriscono più, anche se per un po’ ci si dovrà abituare a nuove calzature. 👣
Darsi il permesso di lasciare andare è smettere di farsi male per abitudine e scegliere, senza più scuse, ciò che oggi è più adatto per affrontare i nuovi terreni che abbiamo deciso di percorrere. 🥾

Se il tema dei permessi ti interessa o ti incuriosisce, forse ti farà piacere sapere che sarà uno degli argomenti di Analisi Transazionale di cui parleremo nel percorso on line "AT-tiviamoci". Un ciclo di sette incontri via Zoom che si pone l'obiettivo di far conoscere a chiunque i concetti fondamentali dell'AT, la cornice teorica che contraddistingue il Centro Berne. 💻
🗓️ Il ciclo inizierà il 15 settembre e ci sono tre diverse modalità di iscrizione.
👉 Trovi il programma e tutte le info su: https://www.berne.it/at-tiviamoci/
Ti aspettiamo... on line!

17/06/2026
16/06/2026

Femminicidio: che cos'è e perché si chiama così

Quando si discute se il femminicidio "esista", si rischia di trasformare in opinione un fenomeno che la ricerca studia da cinquant'anni. Come psicologhe e psicologi sentiamo la responsabilità di riportare il discorso su quello che gli studi, i dati e l’esperienza clinica hanno già documentato, perché comprendere questo fenomeno fa parte del nostro lavoro di ogni giorno.

La parola ha una storia precisa. La criminologa Diana Russell usa il termine femicide nel 1976, parlando al Tribunale internazionale sui crimini contro le donne, e ne mette a fuoco il significato nel volume del 1992, quando lo definisce come l'uccisione di una donna in quanto donna, cioè per ragioni che hanno a che fare con il genere. Negli stessi anni l'antropologa messicana Marcela Lagarde conia in spagnolo feminicidio, poi reso in italiano con femminicidio, allargando il concetto fino a comprendere le forme di sopraffazione e di violenza che spesso preparano il terreno all'omicidio. Serviva una parola nuova proprio perché "omicidio", termine neutro, finiva per cancellare l'informazione che più conta, e cioè il movente.

Prima ancora delle teorie, sono i numeri a raccontarlo. Nel 2025, secondo il report del Servizio analisi criminale del Ministero dell'Interno, in Italia sono state uccise 97 donne, di cui 85 in ambito familiare o affettivo e 62 per mano del partner o dell'ex. C'è un dato che colpisce più di tutti: mentre gli omicidi complessivi calano fino al minimo degli ultimi dieci anni, gli omicidi di donne dentro la coppia restano fermi, con le stesse 62 vittime sia nel 2024 sia nel 2025, tanto che le donne arrivano a rappresentare la quota più alta mai registrata sul totale delle persone uccise. Gli uomini vengono uccisi in contesti molto diversi e quasi mai da chi dicono di amare, e questa asimmetria si ripete identica anno dopo anno, segno di un fenomeno strutturale che ha una sua grammatica riconoscibile.

Quella grammatica la conosciamo bene, perché è materia clinica prima ancora che statistica. Il femminicidio arriva raramente all'improvviso, dal momento che di solito è l'ultimo gradino di una lunga escalation. Già nel 1979 la psicologa Lenore Walker, nel suo studio sulle donne maltrattate, descriveva il ciclo della violenza, in cui si alternano una fase di accumulo della tensione, l'esplosione vera e propria e una fase di riconciliazione che illude e trattiene la vittima, mentre la spirale a ogni giro si stringe un po' di più. Anni dopo il sociologo Evan Stark ha aggiunto un tassello che ai clinici dice molto, quello del controllo coercitivo, una forma di dominio fatta di svalutazione, isolamento, sorveglianza, controllo del denaro e delle relazioni, capace di non lasciare lividi e di restare per questo invisibile a chi osserva da fuori. È dentro dinamiche come queste, segnate dal possesso e dall'incapacità di accettare un rifiuto o una separazione, che si misura la distanza tra il femminicidio e gli altri omicidi.

Riconoscere questa specificità produce conseguenze molto concrete. Permette di prevenire, perché aiuta a valutare il rischio nei passaggi più pericolosi, a cominciare dalla fine di una relazione. Permette di proteggere chi è in pericolo e di prendere in carico, nei programmi dedicati, gli uomini che usano violenza, con l'obiettivo di interrompere le aggressioni e ridurre il rischio che si ripetano, tenendo sempre al primo posto la sicurezza delle donne. Permette, a chi resta, di dare un nome al proprio dolore e di sentirsi finalmente creduta. Una parola precisa diventa così uno strumento di lavoro, perché dove manca il nome si fatica perfino a vedere il problema.

Su questo terreno la legge 181 del 2025, che ha introdotto nel Codice penale il reato di femminicidio all'articolo 577-bis, ha recepito quanto la comunità scientifica andava dicendo da tempo. Nella stessa direzione si muove l'Unione europea, visto che la direttiva 2024/1385 nomina espressamente sia il femminicidio sia il controllo coercitivo tra le forme della violenza contro le donne. Quelle norme riconoscono un movente specifico, fatto di odio, dominio e possesso esercitati sulla donna in quanto donna e radicati in una cultura precisa, e gli danno un nome perché senza nome non lo si può contrastare. La dignità di ogni vittima resta identica davanti alla legge, e proprio per questo distinguere il movente aiuta a capire e a prevenire.

Come psicologhe e psicologi mettiamo a disposizione le nostre competenze, dai centri antiviolenza alla valutazione del rischio, dal lavoro con le vittime a quello con gli autori, fino alla formazione di chi accoglie le donne nei servizi. La parola femminicidio è il primo di questi strumenti, e rinunciarvi vorrebbe dire tornare a non vedere, come società intera, ciò che con fatica abbiamo imparato a riconoscere.

𝐶𝑜𝑛𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑒𝑠𝑐𝑎 𝑆𝑐ℎ𝑖𝑟 𝑆𝑒𝑔𝑟𝑒𝑡𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑛𝑠𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑁𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑚𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑃𝑎𝑟𝑖 𝑂𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑁𝑂𝑃, 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒

Per approfondire 👇
https://www.psy.it/femminicidio-che-cos-e-perche-si-chiama-cosi/

15/06/2026

Educazione affettiva e sessuale, Ordine Psicologi FVG: «Le domande dei bambini non sono il problema, il silenzio educativo sì» di Redazione · 15 Giugno 2026 Nel dibattito seguito all’approvazione del ddl Valditara, l’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia richiam...

17/05/2026
06/05/2026

L'Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi FVG si unisce alla memoria collettiva in questo 6 maggio, ricordando le vittime, i sopravvissuti, i soccorritori e tutta la rete di solidarietà che lo ha caratterizzato.

"Con la polvere delle macerie è scomparsa l'aura che avvolgeva, invisibile come l'anima, le pietre e il selciato.
Che cos'è l'aura, quale importanza può avere? L'aura è semplicemente (ed è la totalità) quell'atmosfera impalpabile che le generazioni hanno stampato sulle pietre, assieme alla pàtina, assieme alla corrosione atmosferica, al degrado del tempo cui di volta in volta si poneva piccoli ripari. È la vita dei morti, cioè di coloro che hanno commerciato, vissuto, amato, litigato, lungo i muri, fra le pietre e i mattoni, pregato sotto le alte volte del Duomo. Non è una fantasia: è la perla che la conchiglia della storia forma nei secoli, fatta di tutto ciò che è stato ed è svanito solo all'ottusità dei sensi per cui esiste solo ciò che si tocca, si annusa, si adopera, si assaggia, ma che è".

T. Maniacco, La Bibbia di pietra e la sua aura

- Foto originale tratta dall'album di famiglia della Presidente Eva Pascoli -

Indirizzo

Via IX Agosto, 7
Gorizia
34170

Orario di apertura

Lunedì 14:00 - 19:30
Martedì 14:00 - 19:30
Mercoledì 14:00 - 19:30
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 14:00 - 19:00

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